Manifesti pro gay a Milano, la storia di Daniele e Giacomo

Si sono sposati in Portogallo. E le foto del loro matrimonio sono finite sui muri di Milano. Per chiedere diritti uguali per tutti.

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18 Febbraio 2016

Daniele e Giacomo al Gay Pride.

Daniele e Giacomo al Gay Pride.

Sotto l'Arco della Pace. In Porta Romana. Fuori dalla Bocconi.
Persino a due passi dal Pirellone che appena un paio di settimane prima aveva illuminato le sue finestre a formare la scritta 'Family Day'.
Il 18 febbraio 2016 Milano è stata 'invasa' pacificamente, dalle scene di un matrimonio.
Sui 200 manifesti affissi in 100 punti diversi della città appaiono sorridenti gli sposi Daniele Marino e Giacomo Francipane, 33 e 41 anni, circondati dagli amici e dai parenti che li hanno seguiti fino in Portogallo per vedere realizzato il loro sogno d'amore.
LA CIRINNÀ BLOCCATA. Mentre in Senato fioccano gli emendamenti e il disegno di legge Cirinnà sembra sempre più destinato a non andare in porto così come era stato concepito dalla sua relatrice, sono tantissime le coppie che ogni anno sono costrette ad andare all'estero per sposarsi o unirsi civilmente.
Daniele e Giacomo l'hanno fatto il 10 ottobre 2015, optando per il matrimonio, e vorrebbero che tutti potessero fare la stessa scelta senza dover lasciare l'Italia.
«Le unioni civili sono il minimo sindacale», ha spiegato Daniele a Lettera43.it, «un buon punto di partenza, ma negare il matrimonio resta una discriminazione».
SPERAVANO NELLA TRASCRIZIONE. Hanno scelto il Portogallo perché pensavano gli avrebbe garantito una corsia preferenziale per la trascrizione del matrimonio nei registri del Comune di Milano.
Confidavano nella Convenzione di Vienna che sancisce un unico criterio per l'accesso al matrimonio e prescrive la sottoscrizione di un certificato plurilingue. 
NOZZE NON VALIDE IN ITALIA. L'Italia l'ha firmato, e loro pensavano che tornare a Milano con quel pezzo di carta compilato avrebbe reso vano ogni tentativo di ostruzione da parte dell'amministrazione locale.
Non avevano fatto i conti col fatto che il modulo, concepito nel 1976, prevede due colonne, una riservata al marito, l'altra alla moglie.
Così, mentre il prefetto - su ordine del ministro dell'Interno Angelino Alfano - vietava le trascrizioni già avviate col registro delle unioni civili dalla Giunta Pisapia, loro si sono ritrovati sposati, sì, ma non per l'Italia.
DOCUMENTI IMPOSSIBILI. «Sposarsi all'estero non è così semplice», ha continuato Daniele, «molti Paesi richiedono la capacità matrimoniale, che viene rilasciata dal Comune di residenza, e attesta l'assenza di altri vincoli. Ma se una coppia omosessuale la chiede in Italia si ottiene un foglio che attesta l'impossibilità al matrimonio».
La ragione, ovviamente, è che i due aspiranti coniugi hanno lo stesso sesso, «così quasi tutti i Paesi che prevedono le unioni omosessuali ignorano questo certificato e procedono comunque».
IN PORTOGALLO È DIVERSO. E anche questo è un problema, perché «il risultato è che una persona si può sposare più volte, con diverse persone, in diversi Paesi».
In Portogallo non è così: «Sanno che la capacità matrimoniale non viene rilasciata agli omosessuali italiani e chiedono semplicemente lo stato di famiglia».

«Non vogliamo un'unione di serie B»

Una foto del matrimonio di Daniele Marino e Giacomo Francipane.

Una foto del matrimonio di Daniele Marino e Giacomo Francipane.

Anche per questo Daniele e Giacomo hanno scelto Porto.
Ma non solo: «Noi crediamo al matrimonio, in ciò che significa, ed è per questo che ci battiamo e abbiamo deciso di trasformare il nostro in una campagna sociale, fondando l'associazione 'Fragor di Piuma'».
SELFIE COL MANIFESTO. La richiesta è semplice: «Vogliamo che chi passa davanti ai nostri manifesti ci si faccia un selfie e li condivida sui social con gli hashtag #lastessafamiglia e #fragordipiuma» per «stupire con un rumore inaspettato, che nasca appunto da una piuma».
È il loro regalo di nozze.
Non una Luna di miele ai Caraibi, o qualche costoso centrotavola.
Agli amici hanno chiesto solo due cose: «La prima, di essere presenti in un giorno così importante per noi. La seconda, se proprio volevano farci un regalo, di aiutarci a finanziare questa iniziativa».
UN ''NO'' POLITICO. E pensare che all'inizio, Daniele, a sposarsi non ci pensava nemmeno: «Prima che la necessità di tutelare il nostro essere famiglia diventasse prioritario, pensavo che non l'avrei mai fatto finché fossi stato costretto a lasciare il mio Paese per riuscirci. Era una scelta politica».
Così come politica, almeno in parte, è stata anche quella di farlo: «Abbiamo optato per il Portogallo perché volevamo il matrimonio, non vogliamo che il nostro legame valga meno di quello di una coppia eterosessuale sposata. E ci siamo chiesti cosa potevamo fare per trasformare una giornata speciale per noi in qualcosa di utile a tutti».
SI SONO CONOSCIUTI SU INTERNET. Nel 2011, quando si sono conosciuti su internet, avevano 26 e 35 anni anni.
Daniele usciva da una storia complicata e non aveva voglia di buttarsi di nuovo in una relazione impegnativa.
Hanno iniziato a frequentarsi così, tra alti e bassi, perdendosi e ritrovandosi.
Fino al 2013, quando dopo una lunga pausa lo stesso Daniele ha deciso che era arrivato il momento di fare le cose seriamente.
È il più piccolo, ma è sempre stato lui a fare il primo passo. All'inizio del 2015 ha portato Giacomo a cena fuori, nel ristorante del loro primo incontro, poi si sono messi a camminare per la città, fino a tarda notte, sono arrivati in centro, e sul sagrato del Duomo Daniele si è inginocchiato, ha tirato fuori gli anelli e gli ha chiesto: «Mi vuoi sposare?».
Così a ottobre sono partiti per il Portogallo portando con loro 90 persone. C'erano gli amici e le loro famiglie.
CON L'APPOGGIO DEI PROPRI CARI. Daniele aveva 21 anni quando ha rivelato ai suoi genitori di essere gay.
«All'inizio è stato uno choc, hanno scoperto che non ero la stessa persona che pensavano fossi, ma è bastato davvero poco tempo perché tutto tornasse come prima. Sono fortunato, il loro appoggio non mi è mai mancato, ma nemmeno quello degli zii e dei cugini. Persino mio nonno è sempre stato dalla mia parte».
Per Giacomo è stata più dura. Il coming out ufficiale è arrivato solo dopo aver conosciuto Daniele e aver deciso che sarebbe stato lui l'uomo della sua vita.
L'hanno presa bene quasi tutti, tranne una sorella: «Ha convinzioni religiose molto restrittive al riguardo, gli vuole ancora bene, basta non parlare di omosessualità. Però al matrimonio è venuta pure lei».

A Giacomo anche la licenza matrimoniale dal lavoro

Daniele e Giacomo con i genitori nel giorno del loro matrimonio a Porto.

Daniele e Giacomo con i genitori nel giorno del loro matrimonio a Porto.

Sul lavoro nessun problema.
Daniele è un infermiere nel settore pubblico, coi colleghi parla della sua vita privata e nessuno ha mai obiettato sulla sua omosessualità: «Anche i pazienti sono serenissimi. Alcuni di loro erano indignati come me dalla scritta Family Day sul Pirellone, quando l'abbiamo vista dall'ospedale. I colleghi mi hanno fatto il regalo di nozze».
Giacomo lavora nel privato, e il suo datore gli ha dato persino la licenza matrimoniale per potersi sposare, un vantaggio che Daniele non ha avuto: «Ho dovuto prendere le ferie. Molte aziende private sono più avanti dello Stato».
«UN BIMBO? PERCHÉ NO». Avere un bambino? «Perché no? Ora è presto, siamo una coppia giovane, ma ci piacerebbe essere una famiglia completa».
Perché la famiglia non è solo quella descritta dal papa.
Daniele crede, ma si è allontanato dalla Chiesa proprio per questo: «Come posso stare con un'istituzione che mi discrimina? Questo papa ha fatto dei passi avanti, ci ritiene figli di Dio, ma pur sempre peccatori. E io non mi sento peccatore. Vorrei andare a messa, non farlo mi costa molto, ma non posso aspettarmi che il Vaticano sconfessi i dogmi su cui ha fondato il suo potere per oltre mille anni».
MEGLIO L'ADOZIONE. All'utero in affitto preferirebbe l'adozione, «ma solo perché dovrei spendere tanti soldi per ottenere la maternità surrogata, anche in quei Paesi dove il contributo della donna è praticamente volontario. E poi ci sono tanti bambini che hanno bisogno di una famiglia adottiva».
«LA STEPCHILD NON BASTA». Nemmeno la stepchild adoption lo convince del tutto, intanto perché «è sempre brutto usare parole inglesi quando si parla italiano» e poi «perché se io adottassi un figlio all'estero ci vorrebbe una lunga trafila burocratica e legale per permettere a Giacomo di essere genitore tanto quanto me». Per questo la loro campagna va oltre il ddl Cirinnà (che comunque sostengono).
Per 15 giorni le loro foto saranno appesa a Milano. Davanti a uffici, scuole, locali e monumenti. Non vederle sarà impossibile.
La foto che hanno scelto è quella di un brindisi senza bacio: «Ci abbiamo pensato, ma non abbiamo voluto correre il rischio di qualche ricorso che portasse alla rimozione dei manifesti in nome della tutela dei bambini o qualcosa del genere. Abbiamo messo in conto anche che possano essere strappati dopo poche ore, ma sarebbe comunque una vittoria. Perché avremo fatto emergere una contrarietà che va oltre i limiti del dialogo democratico».


Twitter @GabrieleLippi1

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