Medio Oriente, perché non si può parlare di Terza intifada

Violenze ripetute. Ma singoli episodi. «E senza appoggio politico», spiega il ricercatore Maggiolini a L43. La situazione in Cisgiordania e a Gaza non è assimilabile ai fatti del 2000 e del 1987.

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09 Ottobre 2015

È davvero iniziata la Terza intifada?
E ha davvero senso sforzarsi di dare un nome a quello che sta succedendo in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme?
Venerdì 9 ottobre il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, si è appellato ai fedeli della moschea di Gaza City per «un rafforzamento dell'intifada, unica strada che può condurre alla liberazione».
Al termine delle preghiere, masse di dimostranti si sono dirette verso il confine settentrionale della striscia di Gaza, dove hanno dato vita a duri scontri con l'esercito israeliano.
Cinque palestinesi sono rimasti uccisi a Gaza, tra cui uno di 15 anni, e un altro a Hebron. Inoltre due israeliani sono stati raggiunti da nuove coltellate. Nel corso della notte un palestinese è stato ucciso nel corso di scontri con le forze di sicurezza israeliane nel campo di Shuafat a Gerusalemme est.
La violenza non si ferma neanche sabato 10: un ragazzo palestinese di 13 anni, Marwan Barbach, e uno  di 15, Halil Othman, sono stati uccisi dal fuoco di un pattuglia israeliana durante incidenti presso la linea di demarcazione della Striscia di Gaza a Khan Yunis. Sempre in giornata tre agenti di polizia israeliani sono stati accoltellati da un palestinese alla Porta di Damasco a Gerusalemme. L'assalitore è stato ucciso e uno dei feriti sarebbe grave.

MOVIMENTO UNITARIO? La parola “intifada” (in arabo ribellione, sommossa popolare) inizia a circolare con una certa frequenza sui media mondiali.
Il termine è utile se si vuole assolutamente dare un nome agli eventi di sangue che stanno percorrendo tutto il territorio di Israele, ma non è possibile stabilire con facilità quando scontri e azioni violente da parte della popolazione diventano un movimento unitario.
ACCOLTELLAMENTI A CATENA. È dall'inizio dell'anno che attentati isolati scuotono il Paese, ma la serie di accoltellamenti che sta mettendo in crisi governo e forze di sicurezza israeliane ha portato alcuni a parlare di “intifada dei coltelli”.
Secondo Paolo Maggiolini, ricercatore dell'Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) quello che sta avvenendo è un fenomeno nuovo e non identificabile con l'intifada del 2000, così come quella non era identificabile con la Prima del 1987.

 

  • Manifestanti palestinesi bruciano gomme a Hebron, Cisgiordania. Nel riquadro, il ricercatore Paolo Maggiolini.

 

DOMANDA. È possibile parlare davvero di una “Terza intifada”?
RISPOSTA. Non ha molto senso, perché anche se così verrà chiamata dai media per cercare di stabilire un collegamento con il passato, i fatti di sangue e le modalità degli scontri hanno e avranno caratteristiche proprie e uniche.
D. Eppure è stato il leader di Hamas a Gaza ad aver parlato di intifada.
R.
Il fatto che uno la invochi non significa che questa istantaneamente si scateni, né che sia già in corso. Il termine utilizzato in questo caso è solo utile a mandare un messaggio politico.
D. Si può, allora, chiedere se la cosiddetta “intifada dei coltelli” possa trasformarsi in qualcosa di simile alle precedenti due?
R.
È più di un anno che viene sollevata la questione di una nuova intifada, perché effettivamente ci sono stati ricorrenti episodi di violenza. Ma le persone coinvolte non sono state tante quante in passato.
D. È solo una questione di numeri?
R.
No, è anche una questione di modalità. La grossa differenza con le altre due è che la Prima intifada nacque come un movimento spontaneo e solo dopo venne caricata politicamente.
D. E la Seconda?
R. Iniziò subito come organizzata. La storia non si ripete mai allo stesso modo. I movimenti di questi mesi difficilmente verranno appoggiati dai politici palestinesi. Che si riproponga uno schema simile non è successo la seconda volta, difficilmente succederà con la terza.
D. Che differenze ci sono con l'intifada del 2000?
R.
Oggi c'è una collaborazione tra Anp (Autorità nazionale palestinese, ndr) e il governo nella gestione della sicurezza all'interno dei Territori che ha portato a un disarmo della popolazione.
D. E a livello generale?
R. La mancanza della presenza organizzata di Hamas in Cisgiordania difficilmente porterà a un movimento strutturato militarmente. La condizione del fronte politico palestinese, inoltre, è più frammentata di quanto lo fosse in passato. Questo rende più difficile la creazione di un fronte popolare di lotta compatto.
D. Questa frammentazione spiega anche la particolare modalità degli attacchi, isolati e compiuti da “lupi solitari”?
R.
La mancanza di punti di riferimento politici forti può portare la gente ad agire in maniera autonoma e non controllata, ma, per ragioni differenti, le parti politiche hanno un'interesse comune a mantenere questa efficace cooperazione sulla sicurezza.
D. Questo interesse comune potrà impedire il degenerare della situazione?
R.
Sì, entrambe le parti ne farebbero le spese.
D. L'elemento religioso che peso ha nello scontro?
R.
Nella questione palestinese l'eterno problema, che blocca da sempre qualsiasi negoziato, è di tipo politico, non religioso. Tuttavia, in questo caso la religione potrebbe essere un ulteriore elemento di polarizzazione.
D. In che modo?
R.
Soffiare sul fuoco delle questioni di fede come sta accadendo con la moschea di al Aqsa rischia di riscrivere il conflitto in chiave religiosa, il che complicherebbe ancor di più le cose.
D. Ha detto che la questione è prettamente politica. Può precisare?
R.
Sono molti i motivi della crisi israelo-palestinese, ma quello che è certo è che ciò che avviene oggi non è solo il mancato raggiungimento di accordi per il processo di pace, ma anche il non cambiamento dei fattori di crisi.
D. Uno stallo continuo.
R. Molti analisti nel tempo hanno sottolineato che la questione palestinese ha smesso di evolvere dal 1993, e nonostante tanti piccoli riassestamenti, tutti i problemi sono rimasti congelati. Quello che pesa oggi è l'attesa di un cambiamento che non arriva mai.

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