Montenegro-Nato, cosa c'è dietro l'allargamento

La Nato apre al Montenegro. Da 'nemico' della guerra in Kosovo ad 'alleato'. L'obiettivo è la «piena integrazione» nei Balcani. Prossima tappa Serbia?

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02 Dicembre 2015

da Bruxelles

Il premier montenegrino Milo Djukanovic.

(© Ansa) Il premier montenegrino Milo Djukanovic.


Il 2 dicembre 2015 i ministri degli Esteri della Nato hanno deciso di invitare il Montenegro ad avviare i negoziati di adesione per diventare il 29esimo membro dell'Alleanza.
«Questo è un buon giorno per il Montenegro, per i Balcani occidentali e per l'Alleanza», ha commentato il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg.
A fargli eco è stato il premier montenegrino Milo Djukanovic che ha parlato di «giornata storica» per il suo Paese.
«È il giorno più importante dopo il referendum del 2006 per l'indipendenza».
RUSSIA SUL PIEDE DI GUERRA. Di certo il 2 dicembre non è un buon giorno per la Russia che è subito scesa sul piede di guerra: «Il Montenegro oggi diventa per la Russia un Paese che è un membro potenziale della minaccia alla sua sicurezza», ha commentato il presidente della Commissione Difesa del Senato russo, Viktor Ozerov.
«La continua espansione della Nato verso Est, di certo, non può che portare ad azioni di risposta da parte russa», ha fatto sapere il portavoce di Putin, Dmitri Peskov.
ESPANSIONE, MA NON DA ORA. Ma per quanto Mosca accusi oggi la Nato di un'espansione a Est, vero è che questa non è certo iniziata ora: Turchia, Bulgaria, Romania e Grecia sono infatti già membri della Nato e geograficamente sono molto più a Est del Montenegro.
Così come è vero che è stato il popolo del piccolo Stato adriatico a fare richiesta alla Nato, non viceversa. E come ha fatto notare Paolo Alli, vice presidente dell'Assemblea parlamentare Nato, «se l'autodeterminazione dei popoli vale per la Crimea, invocata dallo stesso Putin per giustificare l'annessione dopo un referendum peraltro di dubbia legittimità, allora deve valere anche per il Montenegro».

 

Quell'unfinished business avviato nei Balcani occidentali negli Anni 90

Le bandiere della Nato e del Montenegro esposte fuori dal parlamento montenegrino a Podgorica.

(© Ansa) Le bandiere della Nato e del Montenegro esposte fuori dal parlamento montenegrino a Podgorica.

Resta però il fatto che la politica di espansione denunciata da Putin è scritta nei piani della Nato da tempo.
E giorno dopo giorno sta prendendo forma.
Solo che si chiama in un altro modo: per i diplomatici dell'Alleanza l'obiettivo della Nato e dell’Unione europea nei Balcani occidentali è quello della «piena integrazione».
E in questo piano rientra anche quella partnership euro-atlantica spesso invocata nella capitale europea dove ha sede sia la Nato sia l'Ue.
In pratica non si tratta altro che del completamento di quell'unfinished business avviato nei Balcani occidentali negli Anni 90.
E il Montenegro è solo un altro tassello del puzzle.
ERA TUTTO GIÀ SCRITTO. Un processo di annessione fatto di numerose tappe - la prossima è la formulazione ufficiale di avvio dei negoziati di adesione da parte dell’Alleanza nel vertice dei capi di Stato e di governo l’8 e il 9 luglio 2016 a Varsavia, - ma che è iniziato da tempo.
E per quanto la decisione presa il 2 dicembre possa sembrare «una provocazione, un errore», come l'hanno definita i russi, o più semplicemente una «scelta strategica poco lungimirante in questo momento di tensione con la Russia», come la preferiscono definire alcuni diplomatici, era tutto già scritto da tempo.
RIFORME DECENNALI. A far capire che l'invito all'adesione fosse imminente è stata inoltre la visita in Montenegro il 15 ottobre del segretario Stoltenberg che in quell'occasione ha preso atto delle riforme attuate da Podgorica nel corso dell’ultimo decennio per una piena integrazione nella Nato.
Così il 2 dicembre il Consiglio atlantico dei ministri degli Esteri non ha fatto altro che riconoscere quei risultati, formulando la raccomandazione affinché a luglio 2016 a Varsavia venga formulato l’invito ufficiale all’adesione.
Da qui a quella data però l'invito è soprattutto alla prudenza visto che sono in tanti a non aver gradito la decisione della Nato, non solo i russi.
MINORANZA SERBA CONTRARIA. Durante la visita del 15 ottobre il Consiglio atlantico aveva infatti constatato che la minoranza serba montenegrina era assolutamente contraria all’ingresso della Nato, tanto che il suo partito rappresentante non aveva partecipato all'incontro organizzato tra Stoltenberg e gli altri partiti montenegrini.
Una resistenza tenuta in scarsa considerazione davanti al gradimento crescente da parte dell’opinione pubblica nazionale sul tema e soprattutto all'esigenza di accelerare il processo di «integrazione» considerando l'attuale scenario internazionale.
PAURA DELL'INFLUENZA RUSSA. Grande importanza ha comunque avuto il timore espresso dai montenegrini di un'influenza da parte di Putin più invasiva visti i forti interessi economici che la Federazione Russa ha in Montenegro.
Interessi che ora Mosca sembra intenzionata a rivedere, a partire dalla cooperazione tecnico-militare.
 

E il 30esimo alleato potrebbe essere la Serbia

Il presidente serbo Tomislav Nikolic parla in parlamento.

(© GettyImages) Il presidente serbo Tomislav Nikolic parla in parlamento.

Ma per quanto fossero gli stessi montenegrini a chiedere l'adesione, un ruolo importante lo ha giocato il sistema di informazione e sensibilizzazione condotta dal Comitato atlantico montenegrino, che ogni anno organizza una conferenza sulla sicurezza divenuta l’appuntamento di riferimento principale per tutti gli attori del settore nei Balcani.
E che secondo le analisi degli stessi alleati ha portato buoni frutti. Tanto che si constata come anche in Serbia, grazie a questo lavoro di 'networking' il livello del dialogo politico e della cooperazione con l’Alleanza sia «positivo e in costante crescita».
BELGRADO FA PASSI AVANTI. Belgrado è già parte integrante della Partnership for Peace dal 2006 e all’inizio del 2015 ha sottoscritto un Piano d’azione di partenariato individuale (Ipap), che rappresenta il massimo livello di cooperazione con la Nato per uno stato non membro.
La Serbia può quindi diventare il prossimo alleato, il numero 30.
E, come fanno notare all'Atlantic Treaty Association, «lo status di neutralità militare dichiarato dalla Serbia non costituisce un freno al rafforzamento delle relazioni con la Nato».
Un partenariato destinato quindi a crescere ulteriormente e presto: una imminente visita di Stoltenberg a Belgrado potrebbe sancirne il profilo strategico.
MACEDONIA? PIÙ DIFFICILE. Più complicato è invece il processo di altri due paesi che aspirano all’adesione all’Alleanza: la Repubblica ex jugoslava di Macedonia e la Bosnia-Erzegovina.
Se nel primo caso è più una questione geostrategica o meglio greco-strategica: il processo rimane infatti bloccato dalla disputa sul suo nome costituzionale, sul quale la Grecia ha posto in Consiglio Atlantico una questione di sicurezza, nonostante la Corte internazionale di Giustizia abbia sancito l'illegalità di tale veto.
Nel caso della Bosnia-Erzegovina il problema è dato soprattutto «dalla tripartizione istituzionale e dell’opinione pubblica».
Per quanto il Paese abbia già firmato un Membership Action Plan nel 2009 secondo i politici serbo-bosniaci l'adesione può avvenire solo a seguito di un referendum.
DA BOMBARDATO AD ALLEATO. Così per quanto la Nato sia pronta a supportare il processo di adesione della Bosnia-Erzegovina all’Alleanza, per ora preferisce concentrarsi sul Montenegro: la sua membership potrebbe diventare effettiva nel giro di un paio d'anni, una volta negoziato e ratificato dai 28 parlamenti dell'Alleanza il Protocollo d'adesione.
Il Montenegro è il primo paese a essere invitato nella Nato dopo l'adesione della Croazia e dell'Albania nel 2009, ma soprattutto è il primo Paese a essere stato bombardato dalla Nato (durante la guerra del Kosovo quando era parte della Repubblica federale jugoslava) e a diventarne ora un suo alleato.
Come diceva Aristofane: «L'uomo saggio impara molte cose dai suoi nemici».

Twitter @antodem

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