Napolitano-Juncker, l'incontro è uno sgambetto a Renzi

L'ex presidente è considerato dal capo della Commissione Ue «l'interlocutore» che manca all'Italia. Nonché ultimo padre nobile della Repubblica. Ecco perché il faccia a faccia indispettisce il premier. Che con Bruxelles ha più di un conto aperto.

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26 Febbraio 2016

La nota rilasciata da Giorgio Napolitano tutto fa intendere, tranne che due vecchi amici si sono visti in un'assolata mattinata romana per ricordare i tempi che furono.
Infatti la nota recita: «L'incontro è stato estremamente amichevole, e ha consentito di puntualizzare insieme il quadro delle sfide che l'Unione Europea, e in particolare la Commissione presieduta da Juncker, sta in questo momento fronteggiando».
Come se il passaggio dal Quirinale a Palazzo Madama non ci sia mai stato.
JUNCKER GETTA ACQUA SUL FUOCO. A Roma per vedere le massime istituzioni del Paese, Jean-Claude Juncker ne ha approfittato anche per salutare l’ex presidente della Repubblica.
L’incontro ha preceduto quelli con Pietro Grasso (presidente del Senato), Laura Boldrini (presidente della Camera), Matteo Renzi (presidente del Consiglio) e Sergio Mattarella (presidente della Repubblica). Una scelta che a qualcuno è sembrata una forzatura del bon ton istituzionale.
Anche per questo il presidente della Commissione ha provato a sminuire la cosa e ha twittato una loro foto assieme aggiungendo un post, che sa tanto di visita a un compagno di vecchie avventure: «Con il mio caro amico Napolitano. Sempre vivo il suo grande spirito europeo».
QUEL 'PATTO' TRA RENZI E NAPOLITANO. Ma l’agenda del lussemburghese e quel riferimento al «grande spirito europeo» di Napolitano hanno lasciato interdetti molti a Palazzo Chigi.
Secondo qualcuno tra Renzi e Napolitano vige un patto di non belligeranza.
Nato dopo che l’ex sindaco ha forzato gli eventi, quando due anni fa decise di sostituire Enrico Letta arrivato alla presidenza del Consiglio con il placet del Colle.
L’arrivo di Mattarella, un candidato uscito dal cappello di Renzi, non ha certamente migliorato i rapporti.
Anche se l’allievo preferito di Giorgio Amendola è sempre stato uno dei migliori ambasciatori di Roma a Bruxelles.

 

 

Cirinnà, Senato, integrazione Ue: le mosse dell'ex presidente

In quest’ottica a Palazzo Chigi vedono la visita di Juncker a Napolitano non soltanto come il ringraziamento per un politico che, nel marasma del post berlusconismo, ha tenuto l’Italia saldamente nel sentiero europeo, nominando un governo non eletto, quello di Mario Monti, che ha applicato il rigore nel modo più cieco. Infatti quell’incontro finisce per riecheggiare la frase, attribuita a Juncker, secondo il quale la Commissione non ha veri interlocutori in Italia, come quando sul Colle sedeva sedeva l’ex presidente.
A Palazzo Chigi sapevano della visita. E fanno di tutto per nascondere un certo disappunto, visto che è avvenuta in una giornata dove Juncker e Renzi hanno ostentato piena armonia: il primo ha premiato le politiche dell’accoglienza ai profughi dell’Italia e non ha respinto le nostre richieste per una maggiore flessibilità come fatto nelle scorse settimane, l’altro invece ha fatto professione di europeismo e promesso di seguire le indicazioni della Commissione sia sulla necessità di tagliare il debito sia sulla flessibilità stessa. Ma i problemi non mancano.
IL FILO DIRETTO CON BRUXELLES. Renzi ha ammesso che sulle banche le «posizioni sono distanti»: infatti la Ue, dopo aver impedito il salvataggio di Banca Etruria con il fondo interbancario e la nascita di una vera bad bank, potrebbe cedere alle richieste tedesche di aumentare il valore dei titoli di Stato come quelli dell'Italia e negare la garanzia comune sui depositi.
Per non parlare dei report quasi quotidiani della Commissione, che mettono in dubbio la stabilità finanziaria e la crescita italiana. Anche se a Bruxelles nessuno parla più di manovra bis dopo la promessa di Padoan di usare 2 miliardi per contenere il deficit, siamo comunque di fronte a messaggi schizofrenici verso i mercati.
In questo scenario di confusione Napolitano, e il suo filo diretto verso Bruxelles, può tornare centrale nella politica italiana. Ed è proprio questo che temono nell’inner circle renziano.
Anche per l’ex presidente non ha certamente lesinato il suo attivismo.
L'ATTIVISMO DELLE ULTIME SETTIMANE. Nelle ultime settimane – anche se ha smentito la cosa – avrebbe spinto gli ex comunisti cresciuti come lui nel mito del Migliore a stralciare la stepchild adoption dalla Cirinnà. Come poi avvenuto.
Ha criticato l’organizzazione del Senato, chiedendo che i colleghi lavorassero di più; soprattutto ha mandato a dire a Renzi, attraverso un’intervista a Stefano Folli su Repubblica, che «l'errore sarebbe, come sinistra, restare impigliati nella dimensione nazionale, anziché agire per fare un balzo in avanti nell'integrazione». E che non ha senso litigare con Bruxelles.
Soprattutto la visita di Juncker è una piccola rivincita. Nei giorni in cui si scopre che la Nsa americana spiava il governo Berlusconi nel 2012 e i forzisti riparlano di golpe, l’incontro con la massima carica istituzionale del Vecchio Continente finisce per farlo apparire per quello che tutti vorrebbero essere: l’ultimo padre nobile della Repubblica.
Troppo per un egocentrico come Renzi.  

 

Twitter @FrrrrrPacifico

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