No Brexit, a Bruxelles l'intesa è unanime

Dopo 30 ore di negoziato, Cameron: «Ora posso raccomandare di votare sì».

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20 Febbraio 2016

da Bruxelles

 

Ci sono volute 30 ore di negoziati per scongiurare la Brexit e concedere al premier britannico David Cameron quello che voleva per tornare a casa e dimostrare di aver ottenuto il migliore risultato possibile a Bruxelles.
Ora la decisione finale sull'uscita del Regno Unito dall'Unione europea spetta però ai cittadini britannici, chiamati a esprimersi nel referendum di giugno.
Intanto quello che il 18 e il 19 febbraio i 27 capi di stato e di governo Ue hanno concesso a Cameron è una serie di misure che pur di fare rimanere i britannici dentro l'Ue, rischiano di discriminare gli altri cittadini europei, minando così le basi della stessa Unione.

Il bottino di Cameron: dal blocco dei benefit al no sull'ever closer Union

Il premier britannico David Cameron (al centro) durante il Consiglio europeo sulla Brexit del 19 febbraio 2016.

(© Ansa) Il premier britannico David Cameron (al centro) durante il Consiglio europeo sulla Brexit del 19 febbraio 2016.

Il cosiddetto «freno d’emergenza» per l’accesso al welfare permette infatti al Regno Unito di non concedere i benefit che normalmente i lavoratori britannici hanno, «a tutti i lavoratori nuovi arrivati, per un periodo di 7 anni». Il periodo non è rinnovabile.
L’accesso ai benefici per i cittadini comunitari emigrati in Uk è graduale nell’arco di quattro anni. Il meccanismo di indicizzazione per gli assegni a favore dei figli rimasti in patria è invece a partire dal 2020 per tutti i Paesi membri.
NO ALL'EVER CLOSER UNION. Cameron ha inoltre ottenuto che «al momento della prossima revisione dei Trattati» sarà inserito un paragrafo in cui sarà esplicitamente scritto che Londra è esentata dal concetto di «ever closer Union» («Unione sempre più stretta», che è il principio su cui si fonda l’Europa sin dal Trattato di Roma del 1957).
Una concessione che rischia, per quanto data solo al Regno Unito, di indebolire l'obiettivo stesso dell'Unione. Soprattuto alla luce dell'assicurazione che il Regno Unito «non farà mai parte del superstato europeo», ha chiarito il premier britannico. In quest'ottica una delle concessioni maggiori è stata quella secondo la quale un Paese che non fa parte dell'euro e dell'Unione bancaria può presentare durante l'Ecofin una opinione ragionata se il provvedimento in esame richiede l'approvazione a maggioranza qualificata ed è ritenuto dannoso per il Paese.
CAMERON NON AMA BRUXELLES. E che le decisioni prese dagli Stati membri dell'area euro potessero danneggiare l'economia britannica è stato uno dei cavalli di battaglia di Cameron. «Io non amo Bruxelles, io amo il Regno Unito», ha detto il premier inglese proprio il giorno in cui Bruxelles sventolava bandiera bianca davanti alle pretese britanniche.
Una dichiarazione non certo d'amore, accompagnata però da un riconoscimento: «L'Unione europea non è perfetta, c'è ancora tanto da cambiare, ma Bruxelles è il miglior posto dove si può riformare, dall'interno», ha ammesso Cameron a negoziato concluso.
«Saremo influenti nelle decisioni che ci interessano e avremo la possibilità di prendere iniziative, non parteciperemo ai salvataggi finanziari, all'euro e ai confini aperti»,  ha spiegato il premier britannico. «Saremo protetti in modo permanente, la supervisione delle nostre banche resta a noi, l'Eurozona non sarà un blocco che può agire contro di noi e non saremo discriminati», ha aggiunto.
UNO SPECIALE STATUS PER L'UE. Insomma una vittoria su più piani che il premier britannico ha confermato su Twitter: «Ho negoziato un accordo per dare al Regno Unito uno speciale status nella Ue. Lo sosterrò domani al consiglio dei ministri», ha scritto Cameron.
L'accordo raggiunto «è legalmente vincolante» e «sarà depositato alle Nazioni Unite», ha aggiunto, ma entrerà in vigore solo quando il governo britannico comunicherà che il referendum avrà confermato la volontà di restare nella Ue.
In caso contrario, l’intero pacchetto di accordi «cesserà di esistere», si legge nel testo.

Ora la parola ai britannici

Una veduta di Westminster a Londra.

Una veduta di Westminster a Londra.

Un accordo che dovrebbe permettere al premier britannico di chiedere il 'sì' alla permanenza del Regno Unito nella Ue nel referendum da lui stesso promesso lo scorso anno per vincere le elezioni. «Ora posso raccomandare di votare per la permanenza» della Gran Bretagna nella Ue, ha detto Cameron nella conferenza stampa alla fine del vertice europeo, durante la quale ha anche ringraziato i leader Ue per «la pazienza mostrata».
DUE GIORNI DI MARATONA NEGOZIALE. Per due giorni i 28 leader europei sono rimasti chiusi nel palazzo Justus Lipsius del Consiglio europeo fino al raggiungimento dell'accordo. Obiettivo sollecitato più volte in queste settimane dal presidente del Consiglio Donald Tusk, consapevole che non si poteva chiudere il summit senza aver trovato una soluzione.
Ma quanto tempo questa avrebbe richiesto non era stato previsto.
A prevederlo invece è stata la presidente della Lituania, Dalia Grybauskaite: «Il teatrino è iniziato», ha twittato al suo arrivo il primo giorno del summit preannunciando una lunga maratona negoziale.
IL TEATRO MESSO IN SCENA DAI LEADER. «Ognuno interpreta il suo ruolo. Tutto dipenderà dal livello di sceneggiata che i paesi vorranno recitare», ha scritto il secondo giorno.
E il livello di sceneggiata è stato degno di una commedia shakesperiana fatta di incontri bilaterali e trilaterali tra i vari leader, di richieste, rifiuti, concessioni, compromessi. Una due giorni segnata dalla paura da entrambe le parti di perdere credibilità.
Trattative serrate che il 19 febbraio hanno portato a rinviare da mattina a sera la riunione formale del vertice a 28, per permettere a Cameron di contrattare con i singoli leader europei le proprie condizioni, prima di sedersi al tavolo tutti insieme.
L'ostacolo più difficile da superare è stato quello sul taglio dei benefit ai figli dei lavoratori comunitari. Una misura che interessa 500 mila bambini europei, di questi 100 mila polacchi. La Polonia è il paese più 'colpito' dalle misure volute da Cameron.
E proprio per questo i negoziati più tesi sono stati con la premier polacca.
LE RICHIESTE DELLA VECCHIA EUROPA. Ma a fare muro contro le richieste del leader britannico sono stati anche Paesi di ben altro peso politico.
Il presidente francese Hollande, i primi ministri del Belgio, Charles Michel, e della Repubblica Ceca, Bohuslav Sobotka, si sono suddivisi la guida dei negoziati su tre diversi temi in discussione cari agli Stati della 'vecchia Europa': se Hollande si è concentrato più sulle questioni legate alla governance economica (incluso l'uniformità delle regole per banche, assicurazioni e istituti finanziari), Michel ha trattato per garantire che non sia minato il concetto di 'ever closer union' sul quale si fonda la costruzione della Ue.
Sobotka invece ha lavorato più sulle questioni legate al 'freno di emergenza' per l'accesso ai benefit del welfare britannico.
HOLLANDE: UK NON HA DIRITTO DI VETO. Hollande ha ribadito il 'no' assoluto alla richiesta di Londra di avere standard macroprudenziali diversi dal resto d'Europa per banche, assicurazioni e istituti finanziari della City, nonché quella di congelare all'oggi le competenze delle authority europee di controllo finanziario come Eba e Esma. «Il Regno Unito non può avere il diritto di veto su ciò che facciamo», ha sintetizzato l'inquilino dell'Eliseo in una pausa dei lavori.
Scongiurato il diritto di veto, è però rimasto un altro problema: l'effetto domino che le concessioni fatte al Regno Unito potrebbe scatenare sugli altri Paesi Ue. E a mostrare già un appetito in questo senso è per esempio la Danimarca, che sul blocco dei benefici ai lavoratori migranti vorrebbe seguire il Regno Unito, in particolare per quanto riguarda quelli riguardanti i figli.

I punti caldi che hanno rallentato il negoziato

A rendere il negoziato così lungo e difficile sono stati quattro punti. I paesi 'esportatori di manodopera', gli orientali e centrali guidati da Polonia e Repubblica Ceca, hanno criticato i limiti all'accesso ai benefici del welfare britannico e il meccanismo di indicizzazione per gli assegni a favore dei figli rimasti in patria.
La formula del 'freno d'emergenza' (che spalma su quattro anni l'ottenimento delle integrazioni salariali che la Gran Bretagna paga a tutti i lavoratori a basso reddito) è però stata accettata come principio.
Lo scontro vero c'è stato sulla pretesa di Londra di renderlo retroattivo (respinta da tutti e peraltro neppure prevista nelle bozze sul tavolo), ma soprattutto sulla sua durata di applicabilità.
Cameron aveva chiesto all'inizio 7 anni estensibili per due periodi da tre anni ciascuno, totale 13. I paesi dell'est rappresentati dal Visegrad group erano arrivati a ipotizzare un via libera per un massimo di 5.
Alla fine il compromesso di 7 anni è quello che era stato sostenuto anche dal presidente del Parlamento europeo Schulz, che nel pomeriggio dell'ultimo giorno di summit ha ricordato che fu appunto di 7 anni la moratoria concordata per il libero accesso al mercato del lavoro per i cittadini dell'est Europa al momento del grande allargamento della Ue.

Stallo sulla questione migranti tra ricatti politici e compromessi

C'è poi chi sul tavolo del negoziato sulla Brexit ha messo anche le proprie richieste cercando di ottenere qualcosa in cambio di un sì a Cameron. Il premier greco Alexis Tsipras ha minacciato di porre il veto sulle conclusioni del vertice, di fatto quindi anche su un eventuale accordo Ue-Gb, se ci saranno cambiamenti all'attuale situazione di operatività alle frontiere.
Ma dopo l'incontro trilaterale con Angela Merkel e Hollande, Tsipras ha ottenuto garanzie che la situazione non cambierà fino al vertice di marzo e che quindi le frontiere verso la Macedonia non saranno sigillate.
Sullo sfondo rimane però la decisione dell'Austria di applicare i tetti ad accoglienza e transito dei richiedenti asilo. Misure simili sono state annunciate anche da Slovenia, Serbia e Macedonia.
AUSTRIA CONTRO TUTTI. Nonostante la condanna di Bruxelles che ha definito 'illegali' le misure austriache e l'avvertimento di Berlino, che ha messo in guardia Vienna sulle decisioni unilaterali che rischiano di ricadere sulle spalle dei tedeschi, il cancelliere austriaco Werner Faymann ha assicurato che il suo Paese andrà avanti nell'applicazione delle misure annunciate.
L'Italia ha intrapreso invece una battaglia contro quei Paesi dell'Est che continuano a rifiutare la relocation dei richiedenti asilo secondo lo schema proposto dalla Commisisione europea e votato nel summit Ue sull'immigrazione.
Un messaggio che non è piaciuto all'Ungheria: la minaccia del premier italiano di tagliare i fondi europei a quei Paesi che bloccano i ricollocamenti dei migranti rappresenta «un ricatto politico», ha tuonato da Budapest il portavoce del governo ungherese di Viktor Orban, Zoltan Kovacc.
RENZI E IL "RICATTO" SUI FONDI UE. A unirsi alla protesta anche la Polonia: «Matteo Renzi non può ricattare nessuno. Penso che sui migranti dovremmo cercare soluzioni, non puntare il dito» contro qualcuno, ha detto il ministro degli Affari europei polacco Konrad Szymański.
Accuse che l'Italia ha subito respinto: «Con i Paesi dell'Est non c'è nessuna minaccia, nessun ricatto. Ma la solidarietà è double face, non unidirezionale: bisogna prendere, ma anche dare», ha ribadito Renzi.
Peccato che proprio il giorno in cui si è  deciso di dare così tanto al Regno Unito, anche a scapito dei diritti degli altri cittadini europei, parlare di reciprocità risulta ancora più difficile.

Twitter: @antodem

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