Armando Sanguini

L'ANALISI

Obama, la prima prova è il Medio Oriente

Dalla Siria all'Iran, cosa attendere il presidente. Ci sono anche Israele e le monarchie del Golfo.

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07 Novembre 2012

Nel 2008 Barack Obama aveva creato un orizzonte di speranza in un mondo nuovo anche nello scenario arabo-islamico che aveva poi chiamato a un nuovo rapporto con l’Occidente con il famoso discorso del Cairo del 2009.
Dopo quattro anni la fascinazione del suo messaggio si è di molto attenuata, presso i governi come nell’immaginario collettivo delle popolazioni arabe e islamiche, dal Marocco all’Egitto alla Siria all’Oman passando per la Turchia e l’Iran.
La ragione? Il setaccio dei fatti compiuti rispetto alle visioni di futuro enunciate. E di un fatto in particolare: la politica, o meglio le politiche, con le quali Obama ha risposto al grandioso sommovimento della Primavera araba che andava reclamando libertà dal bisogno e dall'oppressione e riscatto di identità.
DA OBAMA MANCA LA RISPOSTA COERENTE. «Politiche» al plurale perché da Washington non è venuta una risposta complessivamente coerente, ma risposte diverse che hanno disegnato nel tempo un panorama in chiaro scuro. Dove il declino del soft power americano si è andato traducendo in condotte ora positivamente orientate (come in Tunisia ed Egitto), ora esitanti (come in Siria), ora ambigue (come in Bahrein), ora opache (come in Yemen con i droni). E su di esse ha pesato una linea politica inconsistente rispetto alla causa palestinese.
Se vi era poco entusiasmo per Obama, figuriamoci per Mitt Romney, considerato come il prototipo dell’America anti-islamica.
NESSUN CAMBIO DI ROTTA DAGLI USA. Non ha stupito dunque che la campagna elettorale americana sia stata seguita con misurata partecipazione a favore di Obama anche se con l'interesse e l'attenzione che merita un paese come gli Usa: sempre e per tutti un soggetto internazionale di primaria grandezza, ineludibile, come alleato, amico - tattico o strategico - o avversario-nemico.
Interesse e attenzione mescolati con un elevato grado di disincanto e di diffuso scetticismo, nella generale percezione che al di là dei toni dell’uno e dell’altro dei due candidati, la macchina sistemica della potenza americana non avrebbe lasciato poi grande spazio a significativi mutamenti di rotta. Chiunque avesse vinto.

Il presidente non ha tra le sue priorità le tensioni tra Israele e Palestina

Ha vinto Obama. Evviva per Obama. Ma con moderazione. In un caso con disappunto. Mi riferisco a Benjamin Netanyahu che proprio non lo sopporta e ne è ricambiato della stessa moneta. Romney sarebbe stata la sua prima scelta.
Penso tuttavia che si acconcerà a Obama nella speranza, che rasenta la consapevolezza, che il presidente americano non vorrà (non potrà) giocare fino in fondo le carte della partita dei due 'Stati' palestinese e israeliano. Che non vorrà raccogliere la sfida storica di un nuovo negoziato 'con condizioni' come sembrava pronto a fare all'inizio del suo primo mandato.
Le variabili che stanno al momento sul tappeto di questo intricato dossier - dalle dinamiche interne al mondo palestinese tra Hamas e Al Fatah al loro incrocio con il delicatissimo nodo del 'nucleare' iraniano e i rischi di spill over della crisi siriana - sembrano mettere quella sfida al margine della sua agenda mediorientale.
Ma anche se gli stessi palestinesi di Al Fatah appaiono piuttosto rassegnati, questa rinuncia potrebbe tradursi in un boomerang.
SANZIONI DURE PER L'IRAN. Il nodo iraniano è per contro la sfida, ben più temibile per gli equilibri dell'intera regione, che non potrà accantonare o rinviare: Obama ha sottoposto l'Iran alla più dura serie di sanzioni mai esercitate su un Paese e se ne vedono i pesantissimi effetti; ma ha finora esitato a indicare in termini specifici la linea rossa che l'Iran non dovrebbe oltrepassare nello sviluppo del suo programma nucleare, pena la mannaia di un attacco militare.
Netanyahu lo ha sollecitato anche dal palco delle Nazioni unite, ma invano. E teme che Obama farà tutto il possibile per evitare questo scenario anche nei prossimi mesi.
Vi è proprio da sperare che così sia e che il presidente americano sappia negoziare una soluzione politica, ciò che è assolutamente possibile, come studi strategici hanno evidenziato. E che Netanyahu non sia tanto irresponsabile da decidere autonomamente di attaccare.
Penso che neppure Riyadh - il vero avversario di Tehran - vedrebbe con favore una tale opzione.
SIRIA DELUSA DALL'INDISPONIBILITÀ. La vittoria di Obama è vista con sentimenti misti nella galassia delle forze di opposizione siriane. Soprattutto di quelle che combattono sul terreno, deluse dalla manifesta indisponibilità del presidente Usa a un sostegno militare (con armi letali), comprensivo dell’ombrello protettivo di una no fly zone, suscettibile di far pendere la bilancia del rapporto di forze - che adesso non permette ad Assad di schiacciare la rivolta, ma neppure alla rivolta di schiacciare il presidente siriano - decisamente a loro favore.
E poi si teme che la mossa di Hillary Clinton di mettere in piedi un più coeso e rappresentativo agglomerato delle forze di opposizione politico-militari superando i limiti del Consiglio nazionale siriano, risulti tardivo e insufficiente.
Penso che Obama dovrà ripensare la sua strategia complessiva nei riguardi della crisi siriana, anche a evitare che rebus sic stantibus risulti pressocché inevitabile il consolidamento dell'emergente convergenza di Lakhdar Brahimi con Mosca (e Cina) sulla piattaforma degli accordi di Ginevra di luglio.
In questa rivisitazione dovrebbe occupare un posto di rilievo anche la Turchia, piuttosto spiazzata al momento.

Le monarchie del Golfo sono rimaste lontane nella campagna elettorale

Arduo cogliere gli umori delle monarchie del Golfo e in particolare dell'Arabia Saudita e del disinvolto Qatar.
La loro esternazione più evidente durante la campagna elettorale è stata velata da un sostanziale distacco, una sorta di garbata e rispettosa neutralità, incardinata sulle storiche ragioni (e sulla forza) delle reciproche convenienze che hanno consentito a questa superpotenza petrolifera di trovare un equilibrio con tutte le Amministrazioni americane, da Roosevelt in avanti.
A voler essere impertinenti ci si può domandare se Obama si deciderà adesso a chiedere, anche ufficialmente, alla Casa reale degli Al Saud, di aprirsi a un autoctono processo 'primaverile' che non implichi tempi da Matusalemme - e a non lasciare che il pur fondato sospetto di un incoraggiamento iraniano impedisca di richiamare il Sultano del Bahrein con più fermezza di quanto non fatto finora, alla necessità di una politica capace di superare la logica della repressione e di aprire una seria trattativa sui principali punti di discriminazione in atto nei confronti della maggioranza sciita del Paese.
L'EGITTO NON VUOLE ESSERE SUBALTERNO. Il sostanziale appoggio espresso da Obama nei confronti della vincente Fratellanza musulmana nel Nord Africa si dovrà misurare adesso con l'aspettativa da parte araba di una continuità di partnership (e di aiuti) non più ombrello di subalternità, ma espressione di una relazione rispettosa di una diversità di identità e dunque anche di posizionamento: a livello regionale, certamente, ma non solo.
Le prime scelte del presidente egiziano Mohamed Morsi nei riguardi di Gaza, di Pechino e di Teheran ne hanno costituito un primo indicatore.
Obama ha tutto l'interesse a mantenere il Cairo legato a Washington e dunque farà bene a adattare la linea di approccio della sua amministrazione al mutamento in fieri. Sarebbe utile che anche l'Europa facesse altrettanto.
RAPPORTI TESI CON LA LIBIA. A un minore livello di importanza di fatto, ma non simbolica, sta la Tunisia che forse sta sperimentando un modulo di governance più complesso e meno scontato negli esiti.
L'uccisione dell'ambasciatore americano a Bengasi Christopher Stevens non ha avvelenato i rapporti degli Usa con la Libia, grazie anche alla risposta venuta dal governo libico. Ma il Paese sta pagando a caro prezzo l'anomalia della sua rivolta-guerra civile: meriterebbe pertanto una collocazione alta nell'agenda americana (ed europea e araba) a evitare che diventi terra incognita e pernicioso punto di passaggio e di alimentazione di quel micro-magma terroristico che sta attraversando il Sahel e che è assai più pericoloso dei pur preoccupanti nuclei salafiti che stanno agitando le piazze egiziane e tunisine.
Questa è senza dubbio una sfida insidiosa per Obama qualora decidesse di consolidare il processo in corso di istituzionalizzazione del già discusso uso dei droni da parte della Cia - si stimano 400 attacchi circa con oltre 3 mila vittime in 10 anni - nella lotta al terrorismo piuttosto che una linea politica imperniata su opzioni più rituali e mirate al coinvolgimento degli stessi governi potenzialmente interessati.
Il Mediterraneo-Medio Oriente: per il confermato Obama, un rinnovato, cruciale banco di prova.  

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