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Politica 

Obama riconquista gli Usa coi diritti civili

Il democratico resta alla Casa Bianca. Fondamentale il voto di giovani, gay, anziani, messicani,
afroamericani e operai. Ora la nuova sfida è rifondare il capitalismo Usa. I risultati Stato per Stato.

PRESIDENZIALI

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La fiducia arriva lenta, una contea alla volta, ora dopo ora, nella notte che agita i fantasmi delle elezioni passate e dei timori futuri.
Ma alla fine, a guardarla, è una valanga inesorabile che scavalca il tempo e le paure: i liberal della East coast, i metalmeccanici di Detroit, i neri di Chicago, la classe operaia del Midwest, i latinos della Florida e del New Mexico hanno scelto Barack Obama.
Il presidente democratico il 6 novembre ha battuto il repubblicano Mitt Romney e si è assicurato un secondo mandato alla Casa Bianca. Ma Obama ha sconfitto anche l’onda lunga della crisi economica, dell’arroccamento conservatore, dell’autoreferenzialità cocciuta in cui l’America si chiude quando è in difficoltà, o pensa di esserlo.
FINITO IL MITO, INIZIA L’UOMO. Forward, avanti, recitava il motto della campagna elettorale del presidente costata solo ai democratici poco meno di 900 milioni di dollari, un nuovo record nella collezione del primo capo di Stato nero, cresciuto fuori dagli Usa da una madre single e con un secondo nome che recita Hussein.
Frantumato il mito di Obama profeta dell’impossibile, quel Forward acquista il carattere di una promessa ben più vincolante: gli americani si aspettano un futuro migliore del presente, e sono pronti ad accettare le ricette non sempre facili e non sempre comprensibili del presidente.

Con Obama le minoranze sociali diventano maggioranza

Quali siano le strade da percorrere per restituire sicurezza, dollari e prestigio all’America, Obama non lo ha detto nei mesi che hanno preceduto la corsa per la Casa Bianca, troppo impegnato a respingere gli attacchi dei rivali e a consolidare i margini di vantaggio su Romney.
Ma un’indicazione al presidente - e una lezione alla nazione - arriva proprio dai voti depositati nell’urna. Hanno scelto Obama giovani, single, gay, anziani, messicani, afroamericani e operai: le solite minoranze destinate a diventare maggioranza nel Paese in evoluzione che sempre meno si riconosce nello stereotipo Wasp del bianco con la villetta a schiera e la famiglia da incorniciare.
Sono coloro che oggi possono servire nell’esercito senza dover nascondere la propria omosessualità e quelli che non hanno più paura di essere deportati dal Paese in cui hanno vissuto tutta la vita pur senza possederne il passaporto. Sono ragazzi e nonni infine accomunati da un progetto di sanità pubblica che garantisce un minimo di protezione sociale ed è la classe media travolta dalla crisi finanziaria che ha scoperto lo Stato (non solo sociale) quando Washington ha salvato i loro posti di lavoro.
LA SFIDA DELLA GLOBALIZZAZIONE. Sono stati, insomma, i diritti civili dimenticati nel cassetto dopo la sbornia degli Anni 60 ad avere riconsegnato la Casa Bianca al presidente. Ma anche il riconoscimento del ruolo fondamentale del governo, diventato un passaggio chiave implicito nell’intera sfida elettorale: l’uomo definito socialista dai suoi avversari contro quello che sognava di scaricare il '47%' di parassiti che campano sulle spalle dello Stato.
Ha vinto il primo, ma di certo - come nei quattro anni appena trascorsi - l’America non diventerà un Paese socialista. Al presidente, piuttosto, toccherà ripensare e riformare il capitalismo che costituisce il Dna della nazione, oggi in affanno di fronte alla globalizzazione di cui pure si è nutrito per decenni, e appannato dalla cavalcata spudorata dell’Asia.  

La strategia è una società più equa e meno polarizzata

Non sarà un compito facile, e d’altra parte quasi niente è stato facile per il presidente che è entrato alla Casa Bianca nel momento in cui gli Usa perdevano 800 mila posti di lavoro al mese e nel quale non sono bastati 800 miliardi di dollari iniettati nel sistema per frenare l’emorragia.
Il metodo Obama, almeno a parole, è noto: investimenti nelle energie verdi (ma senza rinunciare a conseguire l’indipendenza energetica con il gas naturale), scuole migliori e accessibili per tutti, fiducia nei giovani, nelle innovazioni e, infine, nella ridistribuzione delle risorse per una società più equa e meno polarizzata.
IL CONGRESSO È SPACCATO A METÀ. La strada è tracciata, ma non è detto che il presidente possa davvero percorrerla. Di fronte a sé Obama non ha solo la folla ebbra di gioia e speranze di Chicago, il popolo che non lo ha tradito anche se il lavoro ancora non c’è e i dollari scarseggiano. C’è anche un Congresso che, come negli ultimi due anni del suo primo mandato, sarà probabilmente diviso tra Democratici (al Senato) e Repubblicani (alla Camera), paralizzato nell’immobilismo e specializzato nel boicottaggio dell’avversario.
LO SPETTRO DEL DEBITO PUBBLICO. E c’è infine un debito pubblico spaventoso, un deficit che inizia ad impaurire i mercati e un patto fiscale di tagli orizzontali che potrebbe azzoppare la debole ripresa del Paese.
Il presidente ha assicurato che lavorerà con chiunque, pur di compiere il sogno di un’America inclusiva, egualitaria e capace di garantire tutti i suoi cittadini. Ma sul secondo mandato del presidente pesano le promesse mancate del primo. Deluse le aspettative del mito, ora Obama deve trasformarsi in uomo e lottare per una nuova realtà.

Mercoledì, 07 Novembre 2012 © RIPRODUZIONE RISERVATA


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