DIPLOMAZIA

Onu, il pasticcio di Terzi

Palestina, un dossier mal gestito. Il ministro inchinato al Pdl.

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30 Novembre 2012

Poteva essere il momento del riscatto per il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi di Sant'Agata. E, invece, il modo rocambolesco con cui l'Italia ha annunciato sul palcoscenico internazionale il suo sì all'ingresso della Palestina come Stato osservatore alle Nazioni unite è stata la dimostrazione dell'estrema debolezza del suo mandato.
LA POSIZIONE DELL'ASTENSIONE. Il nobile bergamasco, arrivato al ministero nel novembre del 2011 dopo la caduta del governo di Silvio Berlusconi, sosteneva la posizione ambigua dell'astensione, discostando Roma dalla linea non ufficiale dell'Unione europea. Una scelta diplomaticamente debole e strategicamente miope.
Dopo anni di discredito internazionale, infatti, l'Italia sta cercando di guadagnare peso a Bruxelles. E proprio il Medio Oriente trasformato dalla Primavera araba offre l'occasione di cambiare rotta, ottenendo importanti ritorni sul piano geopolitico.
SCAVALCATO DA MONTI. La posizione del ministro era perdente in partenza e ha lasciato poche strade al premier Mario Monti e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La soluzione – necessaria – è stata presa senza grosse remore: Monti ha chiamato Tel Aviv per annunciare il sì, dopo che lo stesso ambasciatore israeliano a Roma aveva ottenuto tutt'altre rassicurazioni.
Pur nel linguaggio felpato della diplomazia, la lettura è univoca: la Farnesina è stata scavalcata e l'autorevolezza del ministero messa in discussione di fronte al mondo.

Terzi, debolezza dentro e fuori la Farnesina

I tentativi di riparazione di Terzi - quasi una cattiva abitudine - sono diventati l'occasione di ulteriori gaffe. Quando l'ambasciatore israeliano e il governo di Benjamin Netanyahu si sono sentiti in diritto di esprimere la loro delusione per la posizione italiana, dalla Farnesina è arrivata un'imbarazzata dichiarazione di rito: «L'Italia è certa dell'amicizia con Israele».
A sua parziale difesa si può dire che, traslocato di fretta da Washington, a Roma Terzi non ha vita facile. Il confronto con figure di tutt'altra caratura è quotidiano. In primis con un premier ex commissario europeo, a suo agio nei circoli elitari del business globalizzato e abituato a parlare a faccia a faccia con Bill Gates, e con un presidente della Repubblica dalle rare e riconosciute doti diplomatiche, con una storia politica profondamente europeista, nonché primo comunista ad avere tenuto conferenze ad Harvard nell'America degli Anni 70.
I RIVALI INTERNI AGLI ESTERI. Poi ci sono i rivali che si sono visti soffiare la plancia di comando della Farnesina. L'ex ambasciatore Giovanni Castellaneta, per esempio: uomo di fiducia di Silvio Berlusconi, presidente di Sace Spa, il gruppo assicurativo-finanziario controllato dal ministero dell'Economia, e in pole per la vicepresidenza di Finmeccanica.
E poi Giampiero Massolo, segretario generale della Farnesina, e plenipotenziario che ha lavorato al ministero con Gianfranco Fini e con Massimo D'Alema, è stato sherpa del governo nel G8 dell'Aquila, nonché fidato esecutore degli ordini del Cavaliere.
IL POTERE DI RICCARDI. Lo spoil system seguito al cambio di governo ha costretto i due a un'insolita convivenza all'interno delle mura del ministero.
Come se non bastasse, a complicare la situazione è arrivato anche Andrea Riccardi, fondatore della potentissima comunità di Sant'Egidio e attuale ministro della Cooperazione, dicastero nato dalla scissione di un dipartimento degli Affari esteri. E che da questo succhia potere e (poche) risorse. Abile a tessere rapporti, relazioni e alleanze, Riccardi ha accresciuto le sue quotazioni e si è pure prenotato un futuro politico animando il movimento verso la Terza Repubblica.

Dalla Libia ai marò, i passi falsi del ministero

In questo clima il ministro ha incassato ben pochi successi: prima lo scarso tempismo nel difendere gli interessi nazionali in Libia, lo scontro con Londra sul caso Lamolinara, l'ingegnere ucciso dalle teste di cuoio inglesi durante un raid in Nigeria, e le perpetue ombre sul pagamento dei riscatti per il rilascio dei nostri connazionali rapiti all'estero. Monti non si è nemmeno fatto accompagnare in Cina, nel consueto viaggio per convincere gli investitori stranieri.
Ma a far montare le polemiche è stata soprattutto la contestata gestione del caso dei marò in India. Chi conosce i dossier, sa che non tutti i passi falsi sono imputabili a Terzi. L'errore di valutazione è stato non considerare la fame di riconoscimento di New Delhi: il ministero paga anni di scarsa sensibilità verso le potenze emergenti in Oriente.
TERZI IN SECONDA FILA. Eppure anche in questo caso il ministro degli Esteri non è stato in prima fila: il responsabile della Difesa Giampaolo Di Paola – con il quale, dicono i ben informati, non scorre buon sangue – ha fatto valere la sua autorità militare. E la soluzione di compromesso individuata (la legge sullo scambio dei prigionieri tra Roma e New Delhi) è un meccanismo oliato dal sottosegretario Staffan De Mistura. Insomma, almeno a una prima ricostruzione, ancora una volta Terzi si è visto sfilare i fascicoli dalle mani.
Fuori dalla Farnesina in pochi sono riusciti a difenderne l'operato. Anche tra le fila degi amici.

L'inchino al Pdl: una scommessa perdente

Accerchiato e discusso, in questi lunghi mesi il marchese ha provato a costruirsi una sponda politica a destra, per rafforzare la sua posizione all'interno del palazzo.
Terzi ha richiamato a Roma parte dello staff che lo affiancava nella capitale americana, quando sedeva come ambasciatore per conto dell'Italia. Come capo di gabinetto ha scelto Gian Lorenzo Cornado, ex consigliere diplomatico di Angelino Alfano alla Giustizia. Un modo per avvicinarsi al Popolo della libertà (Pdl).
E poi, ancora, a capo della segreteria ha nominato Cristiano Moggipinto, ex ambasciatore a Panama, non a caso uno degli snodi cruciali degli interessi dell'ex premier Silvio Berlusconi. Insomma, sono stati fatti spostamenti importanti, che finora però non hanno pagato abbastanza.
L'AMICIZIA CON GIANFRANCO FINI. La linea dell'astensione sulla Palestina va letta sotto questa lente. L'ex ambasciatore ha forse reso un omaggio alla spinta che l'ha portato al dicastero, cioè l'amicizia con il presidente della Camera Fini, saldata proprio in Israele, in occasione della celebre visita in cui l'ex missino definì l'Olocausto come male assoluto.
Ma soprattutto si è piegato in un'estrema prova di fedeltà alla politica estera del centrodestra di Berlusconi, in conflitto con Bruxelles e astenuto anche sull'ingresso di Ramallah nell'Unesco.
FIDUCIA A UN PARTITO IN CRISI. Il tributo pagato da Terzi, però, rischia di essere la sua condanna. Il Pdl sta vivendo una crisi profonda: oscurato dallo spettacolo mediatico del Partito democratico, affossato dal balletto sulle sue stesse primarie, angustiato da un nuovo protagonismo al centro e dal boom del Movimento cinque stelle che lo deprime in termini di mobilitazione popolare. Insomma, il ministro sembra aver sbagliato tempistica e puntata, scommettendo su un cavallo destinato con ogni probabilità alla sconfitta. In questo, almeno, dimostrando una certa coerenza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Martello 30/nov/2012 | 23:32

Nulla di nuovo
Che fosse soltanto un pallone gonfiato si sapeva.

igiulp 30/nov/2012 | 17:14

Domanda
Un governo tecnico che prende un'iniziativa squisitamente politica e di così alto significato, sembra un ossimoro.
Non era il caso di consultare il parlamento sulla decisione da prendere ? O forse il tutto è stato fatto per piacere a qualcuno?

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