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Politica 

Palestina, il peso del voto

I rifugiati diventano cittadini. E i nuovi poteri all'Onu erodono la fedeltà occidentale a Israele. Che reagisce autorizzando 3 mila nuovi insediamenti. Il fallimento diplomatico del ministro Terzi.

L'ANALISI

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Per i palestinesi è un passo storico, «l'atto di nascita di uno Stato» con sovranità, diritti e doveri internazionali. Per Israele e gli americani è un atto pressoché simbolico, che «nulla cambia sul terreno», anzi «ostacola i negoziati diretti per la pace».
Tel Aviv e Washington hanno minimizzato all'unisono, insieme con gli altri sette Paesi (Canada, Repubblica Ceca, Panama, Micronesia, Palau, Narau e Isole Marshall) che hanno votato contro il riconoscimento all'Onu della Palestina come Stato osservatore non membro.
LA RABBIA DI ISRAELE. Ma, a 65 anni dalla spartizione territoriale originaria alle Nazioni Unite, il 29 novembre 1947, dell'allora protettorato britannico in due Stati e due popoli, lo stesso governo israeliano ha lasciato tradire, a caldo, la rabbia per l'isolamento e la sconfitta subiti.
Il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen ha fatto un «discorso velenoso». «Un uomo di pace non parla così», ha commentato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ringraziando «i nove Paesi schierati dalla parte della verità e della pace», prima di autorizzare, per ripicca, 3 mila nuovi alloggi illegali per coloni, in Cisgiordania.
PIENA MAGGIORANZA. Prima della crisi di Gaza, le previsioni dei palestinesi sull'Assemblea generale erano di 115 Paesi favorevoli, contro 50 contrari e una quarantina di possibili astensioni.
Una settimana dopo i raid degli israeliani nella Striscia e i negoziati di tregua imbastiti dagli arabi al Cairo, quasi tutti i no occidentali sono diventati astensioni. E i sì - incluso quello inatteso di Roma - all'Anp si sono gonfiati a 138.

L'Occidente sposta l'asse da Israele ai Paesi arabi. Isolati gli Usa

Germania, Gran Bretagna e Australia si sono sfilate dal coro dei no, per una più mite astensione. L'Italia ha «deluso» Tel Aviv, muovendo la sua asticella dall'astensione a un sì deciso, sulla scia della maggioranza dei governi europei, convinta, ha fatto sapere il governo di Roma, del «discorso costruttivo di Abu Mazen».
A ben guardare, prudentemente, tutte le potenze europee si sono spostate verso la Palestina e i Paesi arabi, consapevoli che arroccarsi sulle posizioni del passato sarebbe stato anacronistico.
Anche il segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon ha inviato un segnale di ottimismo, enfatizzando come il voto unanime «sottolinei l'urgenza di una ripresa dei negoziati» e sproni a «dare nuovo impulso agli sforzi collettivi».
L'IPOTESI DEL COMPLOTTO. Parlando ai 193 membri permanenti, il leader dell'Anp aveva chiarito di non «essere a Palazzo di Vetro per delegittimare lo Stato di Israele, ma per legittimare la Palestina, che deve affermare la propria indipendenza».
Con l'Assemblea che si alzava in una standing ovation, Mazen ha spiegato come, quella che per gli Stati Uniti e Israele era una «mossa unilaterale», pericolosa e scorretta, fosse in realtà un mezzo per «ridare slancio» ai colloqui stagnanti di pace.
Preoccupa e spaventa la chiusura claustrofobica di Tel Aviv, che considera due terzi delle Nazioni Unite unite, più o meno consapevolmente, in un complotto capeggiato dal leader palestinese che, ha dichiarato il vice-ministro degli Esteri israeliano Dany Ayalon, «ci rappresenta come conquistatori, cancellando 4 mila anni di storia del popolo ebraico».
IL BOICOTTAGGIO DEGLI USA. Tendendo la mano in segno di pace, Abu Mazen ha ribadito come, prima del voto all'Onu, «Israele portasse avanti le sue politiche aggressive, nella convinzione di essere superiore alla legge e immune da responsabilità».
Evidentemente, come Israele, anche gli Stati Uniti devono sentirsi al di sopra dell'Onu se, in concomitanza con il voto scontato di New York, le lobby ebraiche americane, per mano dei loro rappresentanti - democratici e repubblicani - al Congresso, hanno presentato tre iniziative legislative per boicottare l'«incubo del riconoscimento». Chiedendo di tagliare, in futuro, gli aiuti all'Anp, se questa decidesse di citare Israele per crimini di guerra, e di far chiudere la sede dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina a Washington.

Cittadini, non più rifugiati: i palestinesi acquistano doveri e poteri

Con uno Stato con pari diritti internazionali del Vaticano, Tel Aviv dovrà necessariamente ridimensionarsi.
Al di là della voce grossa contro una «risoluzione infelice e controproducente», anche il Dipartimento di Stato di Barack Obama ha comunicato che, «indipendentemente dal riconoscimento dell'Onu, gli Usa continueranno a cercare di far sedere le due parti attorno a un tavolo».
Lo faranno, ragionevolmente, trattando sempre di più con i Paesi arabi, non potendo più fare grande affidamento su un governo israeliano che, dopo le elezioni anticipate del 22 gennaio, si prospetta dominato dall'ala più nazionalista e fanatica del Likud, data vincente alle urne.
TORNA L'ASSE HAMAS-FATAH. Grazie anche all'attacco propagandistico a Gaza, in patria Netanjahu ha conquistato consensi. Ma all'estero ha visto rinsaldarsi prima l'asse tra i Fratelli Musulmani e Hamas. E, con il voto all'Onu, anche quello tra Hamas e l'Anp di Fatah.
Con il «pieno appoggio» a Mazen, il partito che chiedeva la distruzione dei sionisti ha implicitamente accettato la soluzione dei due popoli in due Stati, entro i confini ridotti del 1967, guadagnando ulteriore legittimità internazionale.
PALESTINA, DA ENTITÀ A STATO. Con Gaza e la West Bank riunite nello Stato di Gerusalemme, la Palestina potrà, all'evenienza,anche usare i poteri che il nuovo ruolo di osservatore all'Onu - come Stato, non più come “entità” dell'Olp - gli conferisce: dall'adesione al Tribunale penale internazionale (Ppi) dell'Aja e alla Convenzione di Ginevra, all'accesso alle Agenzie specializzate delle Nazioni Unite.
Disponibile alla riconciliazione, nel suo discorso Mazen non ne ha accennato: chi parla di pace non processa l'interlocutore per crimini di guerra. Ma, se prevaricato, avrà armi di ricatto contro Israele. «Per 40 anni si è parlato di occupazione», ha commentato Robbie Sabel, giurista dell'Università ebraica di Gerusalemme, «dal 29 novembre 2012 i palestinesi smettono di essere rifugiati e diventano cittadini del loro Paese».

Venerdì, 30 Novembre 2012 © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Il popolo di Ramallah, in Palestina, festeggia il riconoscimento all'Onu.

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Commenti (3)

frenk 02/dic/2012 | 23:33

renato brando, abbiamo capito tutti che bruceresti tutti i Palestinesi che vivono in palestina, ma io penso che poi andresti pure in Libano per sterminare i profughi palestinesi
cortesemente potresti farci pervenire i titoli dei libri di storia su cui hai studiato? Ti consiglierei di leggerti dei libri veri, dove trattano la storia un po più recente.Nel 1889 in Palestina, la popolazione era grossomodo divisa cosi: circa il 90% di palestinesi; l'8% di ebrei e la rimanenza cristiani. Poi con l'aiuto di ricchissimi ebrei residenti in giro per il mondo è stata organizzata una operazione di acquisto di appezzamenti di terreno in quella regione. Nel giro di 20 anni sono stati fatti arrivare con l'aiuto degli inglesi, milioni di ebrei dalla Russia e da altri posti. In pratica la Palestina è stata occupata in questo modo. Questo te lo può dire qualunque storico, come ti potrà anche dire che a parte le guerre che gli Israeliani hanno vinto ( Con l'aiuto e le armi degli Americani ), hanno anche assassinato migliaia di Palestinesi e li hanno costretti ad andarsene negli stati vicini, dove tutt'ora vivono nei campi profughi i loro pronipoti. Con questo, io non voglio dirti che auspico che i Palestinesi caccino gli Ebrei, ma quanto meno che gli diano la terra che gli era stata assegnata nel momento che sono stati creati i due stati, in modo che non si debba vivere per altri trecento anni in queste condizioni. Non parlo solo di loro, ma anche del resto della popolazione mondiale.

renato brando 02/dic/2012 | 22:27

aurea mediocritas
Ad israele mancano i Begin,la Golda i Rabin, mancano cioè i padri di israele con i loro errori ma con anche il loro carisma intellettuale. Abbiamo governanti che si succedono mediocri alla Knesset , sfoderano i muscoli e la loro relativa intelligenza muscolare. Con Barak abbiamo avuto un orrimo soldato ma un insignificante , inane primo min istro. Altri , dopo Sharon sono senza volto persi dietro una logica di quartiere. Non va meglio , però , sul versante palestinese dove hamas è forza terroristica ancillare all 'iran degli ayatolla e dove Abu mazen non è credibile anche quando ti dice che ora fa. Biforcuto nel pensiero con trascorsi ben noti. Non possiamo sfoderare l' arma nel dire che 3000 anni fa qui risiedevamo noi, e in giudea e in samaria e in galilea, ma i palestinesi dovrebbero sapere che le guerre ridefiniscono come hanno sempre fatto le territorialità degli stati.

Alberto Costa 30/nov/2012 | 18:59

Renzi e la Palestina
Dichiarando, nel faccia a faccia con Bersani, la sua contrarietà al voto italiano a favore della Palestina, Matteo Renzi tradisce 65 anni di storia del centro sinistra italiano e anche ignora la nostra tradizionale politica estera nella regione, dimostrando, senza dubbi, la sua totale subalternità alla destra israeliana e ai poteri forti della finananza.

Con questa affermazione, Renzi si è collocato alla destra di Monti, di Rajoy e di tutti gli altri paesi europei e del mondo che alla ONU hanno appoggiato la mozione dei Abu Mazen.

Negando esplicitamente la importanza del dramma palestinese, Renzi rischia di isolare politicamente il nostro paese dalla Francia, dalla Spagna e da tutti gli altri paesi del Mediterraneo che appoggiano decisamente la nascita dello stato della Palestina come unica strada per la pace e la giustizia.

Emerge che, nella visione strategica di Renzi, l’unica cosa da fare in materia di politica estera è quella seguire acriticamente, come un mulo ceco, le posizioni della destra espansionista israeliana.

La ciliegina finale del Renzi pensiero è stato l’appoggio senza riserve dato dal giovane alla mostruosa spessa di 12.000 milioni di euro di soldi pubblici per l’acquisto dei 90 cacciabombardieri F35.
Per Matteo, evidentemente, questa è la nostra priorità in questo momento.

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