Papa Francesco, la politica estera del pontefice

La politica estera di Francesco, nel nome di Gesù.

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22 Agosto 2014

Il papa che ha scritto a Vladimir Putin, portando al disarmo chimico in Siria, ha invitato i leader di Palestina e Israele a pregare in Vaticano e, sull'Iraq, ha dichiarato «lecito fermare l'aggressore ingiusto».
«Fermare, non bombardare o fare la guerra», ha precisato, invitando «non una sola nazione, ma l'Organizzazione delle Nazioni Unite nata dopo la Seconda guerra mondiale», a «valutare con quali mezzi» arrestare la «Terza guerra mondiale a pezzi» in corso.
Parole forti, per alcuni di una certa rottura con la linea pacifista della Santa Sede. Ma davvero la Chiesa, anche negli ultimi pontificati, è stata pacifista? E quanta influenza hanno le esortazioni di Francesco sugli sviluppi mondiali, primo fra tutti sull'efficacia dell'Onu nella risoluzione dei conflitti?
ATTIVISMO BERGOGLIANO. Perché l'attivismo abbia effetto occorre tempo e se ne può anche dubitare. Ma è indubbio che, all'esplosione di ogni crisi, Jorge Mario Bergoglio interviene, con parole e azioni, molto più di Joseph Ratzinger, mandando comunque avanti anche il lavoro avviato dal predecessore.
Del potere politico-diplomatico della Santa Sede, per lo storico Franco Cardini, esperto di materie vaticane, è «pienamente consapevole la Cina, che difatti si avvicina lentamente alla Chiesa cattolica, allo stesso modo della Chiesa con Pechino».
Francesco, «un po' come tutti i papi, anche quelli che lo sono stati di meno, è un papa politico», spiega a Lettera43.it. Dall'Iraq, ai viaggi apostolici in Brasile, Terra Santa e Corea, fino alla sua strenua difesa dei migranti, «tatticamente è un grande politico».
TATTICAMENTE POLITICO. «Non è invece politico», per Cardini, «ma apocalittico, il suo obiettivo strategico di fondo. Convertire, passo passo, l'umanità dall'ideologia capitalista e individualista ai principi del Cristo nudo e crocifisso». In sostanza, il fine supremo di Bergoglio è l'opposto di un disegno politico di potere: «Realizzare il regno di Dio sulla Terra».
Pragmatico e ottimista, il papa gesuita ha la tempra per provarci, ma per riuscirci «deve compiere un'inversione a U, non a V. Tattica in cui Joseph Ratzinger, da uomo colto ed essenzialmente di studi, era meno furbo. Lì sta la sua abilità politica».

1. Cina e Vaticano: toni soft nella continuità

  • Xi Jinping, presidente cinese. © Getty

In questa chiave si spiegano le sfumature di Francesco, che vanno dagli imperativi morali sui migranti e dalle nette prese di posizione sulla Siria e sull'Iraq, alle dichiarazioni più misurate ed equidistanti sulla guerra di Gaza e sulla Cina violatrice dei diritti umani.
«Da Seul il papa avrebbe potuto lanciare dure reprimende a Pechino. Ma, per il bene della Chiesa, ha preferito mandare avanti il dialogo, nell'ottica di ricomporre lo scisma della Chiesa nazionale cinese (l'unica religione cattolica che il governo ammette, disconoscendo il primato del papa, ndr.). Un lavoro diplomatico del Vaticano, che va avanti da anni», ricorda Cardini.
IL BASTONE E LA CAROTA. Ci vorrà del tempo, «perché i tempi non sono ancora maturi». Ma, ultimamente, la Cina ha allentato la presa sulla Chiesa sotterranea, dimostrandosi «più tollerante con i cattolici che continuano a riconoscersi nel papato di Roma e meno concentrata sulla sua Chiesa di Stato».
L'avvicinamento è reciproco. «Pechino è egualmente interessata, consapevole del peso politico-diplomatico del Vaticano nel riequilibrio degli schieramenti globali. Giovanni Paolo II, per esempio, si batté con ogni mezzo contro la guerra in Iraq, un pasticcio madornale degli Usa, e la storia gli avrebbe poi dato ragione».

2. Israele e Palestina: Bergoglio trait d'union

  • L'incontro tra Shimon Peres, Abu Mazen e Francesco. © Getty

Con la Cina, le lobby occidentali sono legate a triplo filo come l'Europa al gas russo.
La regola del bilancino vale ancora di più per il conflitto israeliano-palestinese. «C'è sempre una reticenza quando si affronta il tema, inevitabile per la storia del popolo ebraico e dell'Europa, e che sarebbe disumano non avere. Ma che oggettivamente è un errore di fondo», spiega lo storico. «Parlando di Palestina si finisce sempre per parlare di shoah, eppure in nessun modo si possono addebitare ai palestinesi legami o complicità con l'Olocausto. La macchia, il debito verso Israele tuttavia esiste» e, per Cardini, Francesco è prudente anche nel muoversi su questo terreno scivoloso.
VICINO A ENTRAMBE LE PARTI. La scelta di visitare prima la Palestina, durante il viaggio in Terra Santa, «indubbiamente colpisce, è un messaggio chiaro del papa verso le sofferenze a Gaza e in Cisgiordania, ma non può essere letta in chiave anti-israeliana».
Soprattutto, resta il gesto storico di distensione tra le tre fedi - islam, cristianesimo ed ebraismo - in Vaticano: «Una porta», ha detto Bergoglio, «che il fumo delle bombe ora non lascia vedere, ma che si è aperta».

3. Iraq e Siria, lo scandalo della guerra giusta

  • Un gruppo di rifugiati iracheni. © Getty

Contro le stragi jihadiste dell'Is, il papa che ricorda sempre lo «scandalo di Cristo» ha sconvolto parte dell'opinione pubblica.
Si è raggiunto un «livello di crudeltà spaventosa», ha affermato, e se si è aggrediti è lecito reagire alle ingiustizie, non porgere l'altra guancia.
«Il male non si ferma con le bombe o con la guerra. Non sono i singoli Stati, ma, come ha sottolineato, è l'Onu a scegliere. Quella di Bergoglio», precisa Cardini, «non è dunque una crociata, nemmeno sottintesa. Il pontefice ha preso le distanze anche dai raid degli Usa. Ma ha indicato una strada che, tra le azioni dell'Onu, può includere interventi militari».
IL PRECEDENTE DI AGOSTINO. La sinistra cattolica è inorridita, ma la Chiesa non ha una storia, né una dottrina di pacifismo tout court. Non è un inedito: Sant'Agostino d'Ippona, amministratore della Chiesa, mistico e teologo, ammetteva la dottrina della guerra giusta.
«Sta scritta nel catechismo. L'intervento, in primo luogo diplomatico, ma, per extrema ratio, anche militare dell'Onu per fermare i jihadisti, è un uso della forza giuridicamente legittimo, compiuto negli estremi delle leggi internazionali in vigore».
«Sull'Iraq», commenta lo storico, «ho visto lo stesso Bergoglio di Lampedusa. Non parlava in termini teologici assoluti. In lui c'era il piglio interventista di Giovanni Paolo II, il coraggio di chi guarda in faccia la realtà e dice. C'è un'emergenza, bisogna agire. Decida l'Onu come».

4. Socialismo e tradizionalismo: miscela latino-americana

  • Jorge Mario Bergoglio è nato a Buenos Aires nel 1936. © Getty

La definizione di «Terza guerra mondiale» non è un'iperbole. «Il papa poteva essere più politically correct, dire che è in corso un'escalation di crisi a macchia di leopardo. Ma, di fatto, la Prima e la Seconda guerra mondiale iniziarono in sordina, con conflitti precedenti, per esplodere poi con scintille meno gravi», chiosa Cardini.
Bergoglio stupisce e attrae per suoi gesti forti, anche da comunicatore, soprattutto a sinistra. Ma inquadrarlo con gli occhiali della sinistra è fuorviante, un po' come stare sulle montagne russe. «Come spesso accade si dimentica l'ovvio, le sue origini argentine. Francesco è un peronista, non difenderebbe mai il movimento politico, ma ci è cresciuto dentro. È questa la sua forma mentis: tradizionalismo politico-morale e progressismo socio-economico, un paradosso».
RITORNO AL CRISTIANESIMO. Il papa che ha sbloccato la beatificazione di Oscar Romero, arcivescovo della teologia della liberazione, si dissocia convintamente dal comunismo. «Ma da peronista ha una visione sociale molto avanzata, quasi socialista. Per lui l'ordine sociale è giustizia sociale, solidarietà, amore e riscatto degli ultimi», conclude Cardini
Non a caso, Francesco condanna sempre l'economia, mai direttamente la politica. «Vuole riportare la società a un modello di cristianesimo puro, come il frate di Assisi che si spogliò di tutto. Solo che nel Medioevo il contesto era integralmente cristiano. Bergoglio invece deve ribaltare l'ordine costituito, far invertire rotta dal progresso socio-economico del turbocapitalismo. Qua sta la sua rivoluzione, l'apocalisse».

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Canoi 22/ago/2014 | 09 :17

E' illuminante, utile, l'analisi di Cardini. Valutare un papato dai primi atti è difficile e porta ad errori ma Cardini ha indubbiamente una conoscenza dell'ambiente completa e ci fornisce delle chiavi efficienti. Ammetto che a me, ateo e anticlericale, Francesco sembrava una caricatura: argentino di origine italiana che magari crede di essere inglese secondo il noto stereotipo. Ma i suoi atti e dichiarazioni mi hanno smentito. Ottimo articolo, che aiuta a capire.

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