Perché l'Isis attacca la Turchia

Ankara è sempre stata accusata di una politica ambigua verso lo Stato islamico. Ma l'attentato a Istanbul dimostra che anche Erdogan ha problemi con il Califfo.

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13 Gennaio 2016

Forze di sicurezza turche a Piazza Sultanahmet.

(© Getty Images) Forze di sicurezza turche a Piazza Sultanahmet.

Mentre procedono le indagini sull'attentato a Istanbul - le forze di sicurezza hanno arrestato 68 persone in due giorni, tra cui tre cittadini russi - la Turchia si scopre indifesa davanti a una minaccia che abita nel suo giardino.
I fatti di piazza Sultanahmet, però, obbligano a una riflessione sulla mutata posizione turca nello scenario medio-orientale.
Se Ankara ha tenuto con l'Isis una politica ambigua, tanto da essere accusata da molte parti di aver chiuso un occhio con il Califfo, perché adesso viene colpita da attentati?
La risposta si trova nell'atteggiamento di Erdogan nei confronti dello Stato islamico, che non ha seguito nel tempo una linea retta.
All’inizio della guerra civile siriana il presidente turco ha appoggiato indiscriminatamente tutte le fazioni che si opponevano a Bashar Assad, Isis incluso, ma con il progressivo rafforzarsi dello Stato islamico le cose sono cambiate.
ISIS FAZIONE FUORI CONTROLLO. Al pari dell’Arabia Saudita, la Turchia si è trovata di fronte all’evidenza di un gruppo terroristico con una potenza fuori del comune.
E soprattutto sempre più indipendente dal punto di vista economico.
Venuto a mancare il guinzaglio dei finanziamenti, le due principali potenze sunnite si sono trovate davanti a un’entità difficilmente controllabile.
Se, da una parte, finanziamenti privati provenienti da Ankara e Riad continuano tutt’ora ad alimentare le casse del Califfo, l’atteggiamento dei governanti arabi e turchi nei suoi confronti è cambiato radicalmente nel tempo.
L’Arabia Saudita si è trovata a confrontarsi con un gruppo terroristico intenzionato a mettere in discussione la sua leadership religiosa e la Turchia con migliaia di miliziani stanziati nel suo territorio con una pericolosa libertà di movimento.
Per questo entrambe hanno cercato, probabilmente troppo tardi, di tornare sui loro passi e contenere il pericolo dello Stato islamico.
STRETTA TURCA CONTRO L'ISIS. Negli ultimi periodi, Ankara ha iniziato ad infierire alcuni duri colpi alle cellule dell’Isis presenti sul suo territorio e ad attaccare le postazioni dei miliziani al di là del confine siriano.
L'11 gennaio 2016, un giorno prima dell'attentato di Istanbul, il ministro degli Interni turco Efkan Ala dichiarava in un'intervista al quotidiano turco Hurriyet che «il governo ha arrestato in totale 2.896 sospettati di legami con i gruppi radicali islamici» e che «le autorità turche hanno vietato l'ingresso nel Paese a 35.690 persone che cercavano perché sospettate di avere legami con l'Isis».
Il Califfo ha reagito, iniziando a contrastare il vecchio protettore.
IL RIAVVICINAMENTO ALL'OCCIDENTE. L’ambiguo legame che collega i vertici turchi con lo Stato islamico si è indebolito ulteriormente dopo l’abbattimento del jet turco sui suoi confini il 24 novembre del 2015. In seguito a quell’incidente, la Russia ha dato via a una campagna di screditamento nei confronti della Turchia, che ha diretto su Erdogan la disapprovazione internazionale, puntando proprio sul suo oscuro rapporto con l’Isis.
Per liberarsi da questa scomoda fama, è probabile che Erdogan abbia deciso di troncare ulteriormente i rapporti con le milizie del Califfo.
Nel fare ciò, il presidente turco ha anche cercato un riavvicinamento con l’Unione Europea, spinta in particolare dalla Germania, usando come strumento anche il suo enorme potere di regolare i flussi migratori diretti nel Vecchio continente.
TRE RAGIONI PER L'ATTENTATO. Da parte europea, è stata proprio la Germania a cercare di riannodare i rapporti con lo storico alleato, seduto, tra l’altro, al tavolo della Nato.
Probabilmente non sapremo mai se l’attentato di Istanbul ha voluto colpire proprio cittadini tedeschi, ma se così fosse non ci sarebbe da stupirsi.
L’attacco kamikaze dal punto di vista del Califfo potrebbe spiegarsi almeno in tre modi: colpire la Turchia, dimostratasi un padrino che rinnega il figlio, fiaccando ulteriormente il settore del turismo.
Colpire i ritrovati alleati occidentali di Ankara uccidendone i visitatori. Continuare con la campagna della paura, portata al di fuori dei confini di Siria e Iraq, che ha contraddistinto la sua strategia per tutto il 2015.


Twitter @apradabianchi

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