Mario Margiocco

Primarie Usa 2016, è il voto della frustrazione

Cruz e la Clinton vincono in Iowa. Ma Trump e Sanders danno un segnale forte: la politica statunitense è cambiata. E si nutre di un malcontento crescente.

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02 Febbraio 2016

Ted Cruz ha vinto i caucus repubblicani in Iowa e intaccato il mito di The Donald, Donald Trump, piazzato secondo, mentre Marco Rubio con un robusto terzo posto ha dimostrato di essere, fra i repubblicani, pienamente in gara.
Hillary Clinton ha vinto per un soffio fra i democratici ma Bernie Sanders, che in estate aveva 30 punti di svantaggio nei sondaggi in Iowa, ha concluso bene una rimonta brillante (e ha chiesto il riconteggio dei voti) confermando di essere una notevole spina nel fianco di quella che potrebbe essere, ma non è detto che sia, la prima donna presidente degli Stati Uniti.
Il 9 febbraio tocca al New Hampshire.
RUBIO IN RAMPA DI LANCIO. Previsioni? Se si vuole avventurarsi in una scommessa molto, molto azzardata, una: avremo in lizza a novembre, salvo le molte possibili sorprese di una marcia appena iniziata, Hillary Clinton e Marco Rubio, che potrebbe essere anagraficamente suo figlio.
Ma occorre aspettare per dirlo con un minimo di serietà; Nevada e South Carolina a fine febbraio e soprattutto la robusta tornata di primarie del primo marzo chiariranno le idee.
Intanto un dato comunque è certo: sia Trump, scornato ma non azzoppato per ora, sia Sanders hanno rivelato con una campagna tutta anti-establishment, anti-Washington e anti-Wall Street la forza di un robusto senso di frustrazione, tipico soprattutto della componente bianca dell’elettorato.
LA POLITICA USA È CAMBIATA. I più giovani con l’ultra 70enne socialdemocratico Sanders e i più anziani e più working class con il quasi 70enne Trump, di fronte a una politica che viene vista ostaggio dei grandi interessi economici.
Il miliardario Trump lo fa da populista di destra, ma attento alle politiche sociali e contrario a tagli allo stato sociale, anzi; e Sanders sventolando la vecchia bandiera del New Deal.
Difficilmente saranno loro i candidati, ma hanno dimostrato che la politica americana sta cambiando, e già è cambiata, come conseguenza soprattutto della sfiducia e delle frustrazioni economiche e politiche causata dalla Grande Recessione e dalla crisi finanziaria di otto anni fa che l’hanno innescata.
Un altro terremoto sui mercati, possibile ahimé perché ben poco è stato fatto per scongiurarne il ripetersi, e la politica americana cambierà completamente volto, e personale.

 

Cruz gioca la carta del populismo di destra

La storia elettorale americana è ricca di candidati alla Casa Bianca falliti e dimenticati e le primarie dell’Iowa hanno sia lanciato sconosciuti, i casi più noti sono i democratici Jimmy Carter nel 1976 (è qui che è nato il mito dell’Iowa) e Barack Obama nel 2008, sia consegnato la vittoria a prossimi futuri flop.
I repubblicani votano in ciascuno dei 1681 caucus distrettuali, i democratici fanno la conta assegnando così i delegati di base.
Cruz, figlio di un immigrato cubano, Rafael Bienvenido Crux, diventato 40 anni fa protestante evangelico e predicatore, è un beniamino dei Tea party, cioè dei radicali neopopulisti e anti-Washington del suo partito.
IL LEGAME CON WALL STREET. Ha messo sul campo in Iowa una impressionante macchina da guerra e il suo obiettivo era battere Trump, finora con il vento in poppa.
Cruz, più ancora di Hillary, non ha il dono della simpatia personale, ed è un senatore di prima nomina del Texas. Gioca la carta populista di destra, addirittura più di Trump per certi aspetti, ma in molti ritengono abbia già i suoi ponti aperti con Wall Street, per cui tra l’altro lavora sua moglie e che già in passato lo ha aiutato finanziariamente.
Di Rubio la cosa più importante da dire è che, senatore repubblicano della Florida dal 2011, nato a Miami nel 1971 figlio di cubani di modeste condizioni emigrati nel ’56 prima quindi dell’avvento di Castro, rappresenta al momento la scelta più probabile dell’establishment repubblicano, se altri candidati tra cui Jeb Bush non riusciranno ad affermarsi.
Trump è troppo anti-establishment e solo la base potrebbe imporlo. Cruz non dà affidamento ai vertici.
HILLARY DIFENDE LO STATUS QUO. Ma il polso di che cosa sono oggi quanto a politica (e a sentire economico) gli Stati Uniti lo danno, oltre a Trump, i due sfidanti democratici.
«Siamo sulla strada giusta, amici miei. Dobbiamo solo perseverare», ha detto nei giorni scorsi in Iowa Hillary Clinton confermandosi quindi come candidato della continuità, con Obama, di cui è stata per 4 anni segretario di Stato, e con suo marito, al quale molti americani fanno risalire precise responsabilità per la crisi, dati i provvedimenti legislativi firmati e l’impegno dei suoi uomini di punta – diventati poi in parte rilevante gli uomini dello stesso Obama - per farli approvare a tutto vantaggio dei giganti della finanza.
Con il nome e la storia che porta, Hillary non può che fare di necessità virtù e cercare sostegno in chi teme cambiamenti radicali.

 

Sanders e Trump rappresentano gli anti big business

Le chances di uscire vincente dalle primarie sono ancora in gran parte sue. Non così quelle di uscire vittoriosa dal voto, dove peserà oltre a una serie di riserve sulla sua personalità il fatto di essere inevitabilmente il continuatore di una presidenza di non grande successo come quella di Obama.
Lo ha ammesso di fatto sempre pochi giorni fa la stessa Hillary, ricordando che Obama «merita più riconoscimenti di quanti ne abbia avuti».
A novembre chi voterà per lei voterà anche, simbolicamente, per Obama e per suo marito, e questa non è oggi una forza. Ma il voto delle minoranze etniche e delle donne è a grande maggioranza il suo. E anche per questo Rubio è visto bene dai top del partito, perché prenderebbe una quota consistente del voto ispanico, se riesce a stare in sella.
UNA NUOVA VERSIONE DI SPERANZA. Sanders invece non è affatto convinto che il Paese sia sulla strada giusta e vuole cambiare tutto, a partire dai rapporti tra la politica e il big business e Wall Street in particolare.
La sua è una visione di hope come quella di Obama nel 2008, solo che l'attuale presidente restò nel generico e la sua speranza - in genere disattesa - non aveva etichette di prezzo. Sanders è molto più specifico e si possono immaginare già i costi, fiscali e altro.
Il destino di Sanders, che comunque finora ha realizzato un’impresa notevolissima, si vedrà quando entreranno in gioco gli Stati a forte presenza nera ispanica e asiatica, comunità pro-Clinton con le quali il senatore del Vermont non ha particolari legami.
LA NEGAZIONE DEL MARKET LIBERALISM. Comunque Sanders e Trump, uomini accomunati più dall’età che dalle idee, hanno offerto due piattaforme che solo in parte si escludono e in parte convergono, anti big business (Trump è un repubblicano per caso e come Ross Perot nel 92 e 96 si atteggia a uomo di Main Street e non certo di Wall Street), che sono la negazione di quel market liberalism, di quella teoria neoliberista che ha dominato la scena da Reagan a Bush figlio (e anche con Obama non è molto cambiata, basti guardare ai suoi rapporti con Wall Street e i suoi uomini) e che il 2008 e le sue conseguenze sui redditi della classe media hanno messo in crisi.
La signora Clinton invece è costretta, dal nome che porta, a difendere quel mondo, tutto sommato. Ma non dovrebbe costarle la nomination. Poi, si vedrà.

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