Privatizzazioni: tentativi e risultati dal 1992 al 2013

Come capire 20 anni di operazioni.

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22 Novembre 2013

Utopia dei liberisti e cruccio degli statalisti, l’Italia torna a discutere di privatizzazioni.
Il primo ministro Enrico Letta vuole recuperare 12 miliardi di euro vendendo pezzi di gioielli come Eni, Enel o Sace. Ma sono in molti a temere che commetta gli stessi errori dei suoi predecessori.
Ecco 10 cose da sapere per capire come è andata nel passato e quali sono problemi e conseguenze dell'operazione.

1. Iniziarono nel 1992, per ridurre il debito e creare occupazione

La stagione delle privatizzazioni ha avuto inizio nel 1992.
Il Parlamento si diede allora tre obiettivi: ridurre il debito pubblico (nel 1992 pari a 795 miliardi di euro), costruire dei campioni nazionali, salvare l’occupazione.
L'EPOCA DELLA STATALIZZAZIONE. All'epoca lo Stato imprenditore aveva in carico il 16% della forza lavoro del Paese, controllava l’80% del sistema bancario, tutta la logistica (treni, aerei, autostrade), la telefonia, le reti delle utility (acqua, elettricità, gas), pezzi importanti della siderurgia e della chimica, il principale editore del Paese (la Rai). Eppoi, assicurazioni, meccanica, elettromeccanica, fibre, impiantistica, vetro, pubblicità, spettacolo, alimentare. Persino supermercati, alberghi e agenzie di viaggi.

2. Draghi e Amato furono i registi della prima parte a inizio Anni 90

A gestire la prima fase di privatizzazione sono stati soprattutto due personaggi ancora oggi al centro delle nostre cronache politico-finanziarie: Giuliano Amato (allora primo ministro) e l’attuale governatore della Banca centrale europea Mario Draghi (all’epoca direttore del ministero del Tesoro).
L'APERTURA AGLI STRANIERI. Amato diede soprattutto il via alle grandi dismissioni bancarie e assicurative (Credito Italiano, Comit, Ina). Trasformò in Spa le partecipate dell'Iri. Scrisse la legge che regola gli assetti proprietari nel credito. Si circondò di advisor stranieri (banche d'affari e speculatori come Merril Lynch e Goldman Sachs).
LA SVENDITA SUL BRITANNIA. Mario Draghi fu il gran cerimoniere di quest’operazione. Si prese la briga di limare tutte le contraddizioni normative che ostacolavano il mercato. Tenne i rapporti con gli investitori. Fu lui, nel giugno del 1992, a tenere la conferenza introduttiva durante la famigerata minicrociera sul panfilo Britannia. Quella in cui si presentarono al mondo finanziario i pezzi d’industria da vendere.
30 MILA MILIARDI PER LE EX IRI. In stasi durante il primo governo di Silvio Berlusconi, il programma di dismissioni tornò a correre con l’arrivo a Palazzo Chigi di Romano Prodi (1996) e di Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro.
In questa fase, proseguita con il governo di Massimo D’Alema, furono incamerati 30 mila dei 56.051 miliardi di lire pagati per le aziende ex Iri.

3. Gli asset strategici ceduti in blocco a famiglie di industriali in vista

Tuttavia, gli schemi di vendita non sono mai stati limpidi.
Ciampi rivendicò di aver lasciato nel 1997 Telecom a un gruppo di azionisti capitani dagli Agnelli con lo 0,65% del capitale, pur di tenere legati all’Italia la famiglia torinese, che stava per cedere Fiat a Gm.
Nel 1999 D’Alema - accusato da Guido Rossi di aver trasformato «Palazzo Chigi in una merchant bank dove non si parla inglese» - privatizzò Autostrade e cede in blocco ai Benetton sia il servizio sia di fatto l’infrastruttura.
Silvio Berlusconi, tornato al governo, lanciò un piano di dimissioni da 60 miliardi di euro. Non se ne fece molto, se non qualche trasferimento delle quote di Eni, Enel e di altri asset strategici dal Tesoro alla Cassa depositi e prestiti. Stessa sorte, infondo, anche per gli altisonanti propositi di Giulio Tremonti: cedere gli immobili pubblici attraverso un fondo chiuso ad hoc, allungare le concessioni demaniali delle spiagge, valorizzare le utilitiy dell’acqua.

4. Alitalia, il simbolo del fallimento delle privatizzazioni

I mini governi Prodi (2006-2008) e quelli Berlusconi (2008-2010), oltre a segnare la crisi dei partiti della Seconda Repubblica, sono stati accomunati dalla meno conveniente privatizzazione della storia italiana: quella di Alitalia.
Nata di fatto in ambienti del centrosinistra  ma realizzata dal centrodestra, la dismissione del vettore prevedeva che lo Stato si facesse carico di debiti, personale e vecchi aerei.
Alla fine l’esborso fu vicino a quasi 3 miliardi di euro. Berlusconi fece dell’italianità della compagnia un cavallo di battaglia elettorale. Il resto è storia recente, con l’Unione europea che ci chiede di rientrare del 20 per cento del nostro debito ogni anno e Mario Monti che prova a spingere anche gli enti locali a liberarsi delle ricche utility.

5. In 20 anni incassati 127 miliardi di euro, ma smantellata l'industria

Dal suo processo di privatizzazione l’Italia ha incassato oltre 127 miliardi di euro.
Circa 10 dalle dismissioni immobiliari. In ogni caso un record.
RICONVERSIONE, CHANCE FALLITA. Meglio di noi hanno fatto soltanto gli inglesi. Eppure non si è approfittato di questa chance per riconvertire e modernizzare l’economia italiana, oggi come allora legata a un’industria pesante ed energivora e agli stanziamenti statali.
Il debito pubblico si è quasi triplicato (2.060 miliardi di euro a ottobre). La crisi di ex monopolisti pubblici privatizzati (Alitalia e Telecom su tutti) la dice lunga sul tentativo di creare dei colossi imprenditoriali.
PERSI 1 MILIONE DI POSTI NELL'INDUSTRIA. Incalcolabile invece è il costo per i prepensionamenti, perché chi si è preso l’argenteria non ha certo voluto la zavorra di lavoratori poco efficienti e costosi.
Emblematico al riguardo che la maggioranza dei 600 mila posti di lavoro creati dal 1992 a oggi sono stati assorbiti nel comparto dei servizi, mentre la grande impresa ha visto ridurre i suoi organici di oltre 1 milione di dipendenti.

6. Privatizzate le aziende, ma conservati i monopoli

Le privatizzazioni non sono servite a riscrivere i confini del nostro capitalismo. Spesso i monopoli (telefonia, trasporti, autostrade) sono stati semplicemente trasferiti dallo Stato imprenditore a imprenditori poco avvezzi alle logiche di mercato.
IL FALLIMENTO DELLE LIBERALIZZAZIONI. Il Belpaese è stato uno dei pochi a vendere allo stesso soggetto sia l’attività che eroga i servizi sia l’infrastruttura di rete: Sip/Telecom con i cavi di rame sul quale viaggia il segnale, Autostrade con il controllo delle strade e i caselli.
Il tutto in barba ai più sani propositi di liberalizzazione e di qualità del servizio. È anche per questo se soltanto il 45% della popolazione ha accesso alla banda larga, se l’adeguamento della rete autostradale è lento o se - come ha certificato nel 2010 la Corte dei Conti - paghiamo salate tariffe per energia, autostrade o banche.

7. Letta vuole ricapitalizzare la Cdp per renderla una banca di sviluppo

Enrico Letta ha esordito nei panni di privatizzatore benedicendo l’accordo con il quale la coreana Doosan è destinata a prendere il controllo di Ansaldo Energia.
OBIETTIVO 12 MILIARDI. Nelle scorse ore ha annunciato un piano di privatizzazioni per portare nelle casse statali tra i 10 e i 12 miliardi di euro. Soldi, ha spiegato, che «per una metà andranno a ridurre il debito nel 2014, per l’altra a ricapitalizzazione della Cassa depositi e prestiti». Nella speranza che via Goito diventi una banca di sviluppo – cioè finanzi le imprese - come la gemella KfW tedesca.
Sul piatto ci sono partecipazioni di controllo di gioiellini come Sace, la società che riassicura gli investimenti privati all’estero, o Grandi stazioni (la proprietaria delle stazioni e del patrimonio immobiliare di Ferrovie).
ANCHE LE POSTE SUL PIATTO? Si farà cassa anche con quote di minoranza di Enav, Stm, Fincantieri e Cdp Reti. Il mercato sembra molto interessato a quel 3% per cento di Eni, dal quale il governo vuole incassare 2 miliardi di euro. Non è detto che non finiscano in vendita anche pezzi di Poste (i servizi finanziari) e di Ferrovie. Nonostante i listini di Borsa siano vicini ai livelli precrisi, difficilmente il governo riuscirà a strappare al mercato un extravalore legato al controllo.

8. L'attuale patrimonio immobiliare vale 340 miliardi (ma asset per 70 sono incedibili)

Capitolo a parte le dismissioni immobiliari. Il patrimonio immobiliare dello Stato, stando alle stime del demanio, vale 340 miliardi di euro. Di questi, asset per almeno 70 miliardi (i monumenti o i parchi) sono inalienabili. Da gestire meglio le concessioni: l’economista Edoardo Reviglio ha calcolato che soltanto quelle marittime e portuali sono sottostimate e che potrebbero rendere il 6% del loro valore a fronte dello 0,6% garantito.

9. Lo Stato prova a mantenere il controllo di ciò che dismette

Parlando del 3% di Eni da mettere sul mercato, Enrico Letta si è detto certo che il Tesoro manterrà con il suo 27% il controllo del colosso petrolifero.
Il premier si affida a due armi.
In primis la cosiddetta golden share, con la quale il governo mantiene il diritto di decidere a chi concedere la gestione degli asset strategici.
Poi la proposta (nel cassetto) dell’abbassamento del livello per far scattare l’Opa sotto il 30% del capitale. Che dovrebbe rendere le scalate ostili più onerose. In teoria, perché in pratica la svendita di Telecom a Telefonica dimostra che il mercato spesso è più forte dello Stato. Soprattutto se questo non può contare su risorse dirette o su un sistema finanziario in grado di difendere l’argenteria di casa.

10. In Europa il campione è l'Inghilterra; Germania e Francia pessime a privatizzare

la Gran Bretagna, dal 1979 in poi, ha messo con successo sul mercato ogni asset possibile. Lo dimostra l’interesse nell'ottobre 2013 per Royal Mail. Le poste, nel giorno del debutto al London Stock Exchange, hanno visto il titolo schizzare del 36%.
IN SPAGNA PRIVATIZZATI ANCHE GLI OSPEDALI. A differenza di quanto si pensi, molto attiva su questo versante è anche la Spagna: la prima in Europa a liberalizzare massicciamente la telefonia o gli aeroporti, che sono alla base del boom di Telefonica o della scelta di lasciar rilanciare Iberia nell’alveo di British.
Per sistemare i conti, il governo di Mariano Rajoy ha concordato di privatizzare anche gli ospedali.
IL DIETROFRONT DI PARIGI. La Francia dell’ultimo ventennio si è mossa con il passo del gambero: dopo mirabolanti annunci e i primi abbozzi di riforme, ecco Parigi fare marcia indietro sulle privatizzazione del colosso nucleare Areva, delle municipalizzate dell’acqua o delle università.
Non vanta casi migliori la Germania, da tempo nel mirino dell’Ocse e dell’Unione europea per il suo deficit di liberalizzazioni. Emblematica la vicenda di Deutsche Bahn. Nonostante due voti favorevoli del Bundestag il capitale del colosso ferroviario è saldamente nelle mani del governo federale. E non a caso recupera commesse in tutto il mondo grazie a uno sponsor d’eccezione come Angela Merkel.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

gallero 22/nov/2013 | 21 :56

fuffa,solo fumo negli occhi ai paesi esteri
letta non si smentisce,in realtà quelle progettate non son privatizzazioni,nè men che meno liberalizzazioni,ma semplice vendita di quote azionarie;quanto alla vedia di beni pbblici,fa solo venir men garazie per il debito

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