Quando il leghista è omofobo

«Se avessi un figlio gay gli darei fuoco»: il consigliere De Paoli prima finisce nella bufera, poi smentisce. Ma nel Carroccio l'offesa è sempre stata di casa. Da Buonanno a Bossi.

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10 Febbraio 2016

Il consigliere leghista De Paoli.

Il consigliere leghista De Paoli.

Tanto rumore per nulla. Forse.
La dichiarazione choc «Se avessi un figlio omosessuale lo butterei in una caldaia e gli darei fuoco» che avrebbe pronunciato il consigliere leghista in Regione Liguria Giovanni De Paoli e che ha indignato il web per qualche ora, alla fine si sarebbe rivelata male interpretata. Condizionale d'obbligo visto che alcuni genitori presenti all'incontro in Commissione hanno confermato la prima versione.
VITTIMA DI UN MISUNDERSTANDING. «Qualche orecchio malizioso ha voluto cancellare il 'non', cambiando il senso completo delle mie dichiarazioni», ha invece spiegato il diretto interessato. «Viene troppo facile pensare che qualcuno abbia voluto colpire chi ha accompagnato il gonfalone della Regione Liguria al Family Day, trasformando un contributo nobile in un intervento becero, quanto inesistente. Se qualcuno si è sentito colpito da parole che non ho, ripeto, non ho detto, mi scuso comunque. Certi metodi di condurre o montare ad arte un episodio inesistente qualificano chi lo fa e sono lontani dal mio modo di intendere la politica e il mio impegno civico».
«SAREBBE STATA UNA FRASE FOLLE». Non che affermare di «non voler bruciare» un figlio gay, come se fosse pratica comune, sia da illuminato statista.
A bufera 'finita', è entrato nella discussione il governatore Giovanni Toti che su Facebook è passato al contrattacco: «Sarebbe stata una frase folle. Per fortuna mi risulta che nessuno l'abbia mai pronunciata. Non è che la vera vittima di pregiudizi resta sempre il centrodestra?».

 


 

Verrebbe da rispondere al governatore forzista che forse il centrodestra e la Lega in particolare un po' questo pregiudizio l'hanno alimentato.
Culattoni, malati da schedare previo Tso, o da eliminare con una vera e propria puliza etnica: ce n'è per tutti i gusti.
E dire che la Lega delle origini la pensava diversamente.
QUANDO LA LEGA ERA LAICA. Oltre a Roma ladrona, infatti, c'era un altro slogan sui volantini del Carroccio: «Lo Stato non deve entrare nelle camere da letto dei propri cittadini».
Addirittura il senatore Franco Fante «ministro della Padania» dichiarava senza problemi: «Il matrimonio fra gay? Nella Padania auspicata dalla Lega, sarà possibile per venire incontro alle esigenze di vera libertà degli individui».
Roba da fare venire l'orticaria a Matteo Salvini. E che Umberto Bossi si affrettò a nascondere sotto il celodurismo, sacrificando la laicità padana sull'altare dell'alleanza col Cav.
LA PARENTESI DI LOS PADANOS. Non è tutto: tra le realtà ufficialmente riconosciute dal partito - come ricordano Alessandro Trocino e Adalberto Signore in Razza Padana  - c'era anche Los Padanos  dove Los stava per Libero Orientamento Sessuale in prima linea per la difesa dei diritti gay.
I Los Padanos poi vennero messi all'angolo e dimenticati.
E dire che oggi l'eurodeputato Gianluca Buonanno vorrebbe «schedarli e sottoporli a Tso».

Salvini e le truppe anti-gay

(© Ansa)

La crociata di Salvini contro il ddl Cirinnà è nota. «Matrimonio e adozione gay non sono un diritto umano», ha tuonato dai microfoni della Zanzara lo scorso marzo. «I bambini devono nascere e crescere come il buon Dio ha deciso, l’utero in affitto è bieco e volgare egoismo. Ma pensiamo al bambino: oltre all’egoismo del genitore pensiamo al bimbo. Se cresce con genitori o un genitore gay parte da un gradino più sotto. Parte con handicap».
Ma pure le sue truppe non sono da meno.
«ABERRAZIONI DELLA NATURA». Alla vigilia del Gay Pride milanese, giugno 2015, a indignare furono le parole di Luca Lepore, consigliere leghista: «Domani la nostra città sarà per l’ennesima volta un deprimente palcoscenico di qualche migliaio di frustrati», disse,  «vittime di aberrazioni della natura».
Ma nel Carroccio, va detto, convivono anime diverse. Per esempio, Fabrizio Cecchetti, vicepresidente del Consiglio regionale Lombardo, ha preso le distanze dal convegno organizzato dalla Regione sulla cosiddetta famiglia naturale voluto da Roberto Maroni.  «Dire che l'omosessualità è una malattia è assolutamente anacronistico e contro ogni tesi medica e scientifica. Punto», mise in chiaro.
La sua rimane comunque una voce isolata.
LA SCHEDATURA DI BUONANNO. Che dire, infatti, di Buonanno che oltre a sedere a Strasburgo è pure sindaco di Borgosesia.
Nel 2014 se ne uscì con una delle sue: «A Borgosesia ci saranno una decina di gay, m può darsi che siano aumentati», dichiarò, aggiungendo senza troppi giri di parole: «Fosse per me li schederei. Visto che voglionio pubblicizzare il loro amore, segnamoli su un registro». E ancora: «Se mi chiedessero di celebrare nozze gay direi che è meglio che si faccianoi un Tso. Al massimo offro loro una banana. O un'insalata di finocchio».
«Dichiarazioni inaccettabili», alzarono la voce i Giovani Padani, che chiesero inutilmente provvedimenti disciplinari.
«SE MI ROMPONO DO UN CALCIO NEI COGLIONI». Già nel 2011 però Buonanno non aveva nascosto il proprio disprezzo per il mondo arcobaleno: «Al Gay Pride si vedono delle scene che fanno schifo, scene orripilanti. Il Pride fa schifo. Un bambino se lo vede si chiede: cosa fanno quei pagliacci che sfilano lì? Si svolge in posti pubblici e un bambino potrebbe pensare che qualcosa non quadra se vede certe porcherie. La Idem e la Boldrini non dovrebbero rappresentare le istituzioni a una carnevalata con gay e lesbiche che fanno vedere di tutto, fanno vedere il culo, si baciano in strada, fanno strani versi e hanno i seni rifatti. Se un gay si avvicina e ci prova se viene a rompermi le palle gli do un calcio nei coglioni».
Bene. Anche perché di carnevalate Buonanno - tra pesci freschi in Aula e maschere di Angela Merkel - se ne intende e non poco.

L'affondo del Senatùr e i consigli del Trota

Renzo Bossi tra i banchi della Regione Lombardia.

(© Ansa) Renzo Bossi tra i banchi della Regione Lombardia.

La lista di attacchi omofobi in casa Lega però è ancora lunga.
Nel 2013 il senatore padano Sergio Divina definì l'omosessualità una «disgrazia».
«Ho due figli, un maschio e una femmina, e per fortuna sono eterosessuali», ammise. «Se fossero gay mi dispiacerebbe molto, ma dovrei accettarlo. Un figlio te lo tieni in quel modo, anche se fosse un delinquente, ti tieni anche un figlio deficiente e cretino. Ogni famiglia ha le sue disgrazie».
PER DIVINA UNA «DEVIANZA». Ma per Divina l'omosessualità non è solo una disgrazia come un'altra, è pure una «devianza». «Non so come nasce nella psicologia della persona, è un'inclinazione sessuale. Da rispettare ma non da esaltare, perchè la normalità è l'eterosessualità», pontificò. «Un mondo pieno di gay? Il mondo va avanti se uomini e donne fanno figli. Chi sta con un altro uomo non è una famiglia perché non può procreare». E tantin saluti ai padani e alle padane sterili.
TOSI CITAVA L'OMS. Pure l'ora 'traditore' Flavio Tosi, aveva dato la sua lettura scientifica: «Pensare che i gay siano malati è un'opinione legittima, non è reato», dichiarò a Radio24. «Fino a qualche anno fa l'Oms, l'Organizzazione mondiale della Sanità, metteva l'omosessualità nella categoria delle malattie, voi pensate che all'Oms fossero tutti omofobi? Bisogna avere rispetto di tutte le opinioni. Non sono d'accordo, ma non posso aver il diritto di impedire che uno dica che l'omosessualità è una malattia».
E il Senatùr?
IL BOSSI PENSIERO. Non poteva certo mancare. Nel luglio 2011 sulla bocciatura dell'aggravante dell'omofobia si incartò in un ragionamento che di chiaro aveva ben poco: «Non era giusto aumentare le pene per quelli che si sentono anche un po’ disturbati da certe manifestazioni, persone normali che a volte si lasciano scappare qualche parola, anche in senso bonario». E ancora: «Meno male che non è passata l’aggravante dell’omofobia, tutti sperano di avere figli che stanno dalla parte giusta, questo è un augurio che facciamo a tutti. Meno male che ci siamo opposti a questa legge, perché non era giusta».
In compenso, nel 2010 le idee erano un briciolo più chiare.
«GAY, GIÙ LE MANI DAI BAMBINI». In un comizio a Venezia Umberto puntò il dito contro «i poteri occulti hanno tentato di far passare in Europa, con l'appoggio dei comunisti e delle lobby gay, l'affidamento dei bambini in adozione alle coppie omosessuali. Non abbiamo niente contro gli omosessuali, ma lanciamo un monito alla nuova famiglia Addams. Guai, Europa! Giù le mani dai bambini, sporcaccioni!». E l'equaziopne gay pedofilo era fatta.
Poco lontano dall'albero cade il frutto.
RENZO: «NO A CULATTONI E DROGA». Renzo Bossi, quel Trota che fu costretto a dimettersi dal Consiglio regionale lombardo, nel 2010 disse serafico: «Nella vita penso si debba provare tutto tranne due cose: i culattoni e la droga».
Meglio impegnarsi in una laurea all'estero, magari in Albania. O pagare i capricci (come fu accusato) coi soldi di via Bellerio, e quindi nostri.
Dulcis in fundo due pezzi da 90 leghisti.
GENTILINI PER LE PULIZIE ETNICHE. Il prosindaco di Treviso Giancarlo Gentilini nel 2007 arrivò a ipotizzare una «pulizia etnica contro i culattoni». Invitandoli da sceriffo a scegliersi altre mete.  «Qui a Treviso non c'è nessuna possibilità per culattoni e simili», mise in guardia.
L'anno prima, ci aveva pensato Roberto Calderoli. Dimenticando la matrice laica del partito affermò: «La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni. Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni»..
CALDEROLI: «MI HANNO NAUSEATO». Poi aggiunse: «Questi culattoni hanno nauseato. Pacs e porcherie varie hanno come base l'arido sesso e queste assurde pretese di privilegi da parte dei culattoni, sono fuori luogo e nauseanti».
Sono passati nove anni. Non ci sono Pacs ma le Unioni civili. E Calderoli stavolta si è 'limitato' a definire il ddl Cirinnà «una legge razzista verso l'eterosessualità e la normalità».
 

Twitter @franzic76

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