Renzi, due anni di riforme e promesse non mantenute

Il governo fa 24 mesi. Ma col Jobs act il saldo dei contratti nel 2015 è negativo. Ripresa, banche, migranti, diritti civili: qualcosa non torna. I dati di Openpolis.

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22 Febbraio 2016

Matteo Renzi durante il suo intervento alla stampa estera in occasione dei due anni di governo.

(© Ansa) Matteo Renzi durante il suo intervento alla stampa estera in occasione dei due anni di governo.

Il governo Renzi, due anni dopo.
Tra larghe intese e strapotere nel legiferare da un lato, riforme portate a casa e promesse disattese dall’altro.
Sono passati due anni da quando, il 22 febbraio del 2014, Matteo Renzi ha prestato giuramento come presidente del Consiglio dei ministri e l’osservatorio civico Openpolis ha elaborato un’analisi dei primi 24 mesi di governo contenuta nel dossier ‘Fidati di me’.
Che sottolinea come il parlamento sia ormai «fuori dai giochi».
RISULTATI ALTALENANTI. Per dare un giudizio su quanto è stato fatto, però, sui due piatti della bilancia bisogna mettere anche le riforme.
Gli effetti reali del Jobs act, tanto per fare un esempio, e l’eterna discussione sulle unioni civili.
E mentre il premier lancia un sondaggio su Facebook per chiedere ai cittadini che strada intraprendere e quali siano le priorità dell’elettorato, a parlare ci sono i risultati.
In alcuni casi disattesi, in molti altri lenti. Anche la stampa internazionale tira le somme.

 

Buongiorno. Qui trovate #ventiquattro slide sui primi #ventiquattro mesi di governo. Siamo a metà del cammino, mancano...

Pubblicato da Matteo Renzi su Domenica 21 febbraio 2016

Laghissime intese: sei partiti di governo (Pd, Sc, Ncd, Psi, Udc, Ds)

Il quarto governo Berlusconi era guidato dal Popolo della libertà affiancato dalla Lega nord: solo due partiti, 1/3 dei sei che oggi fanno parte dell’esecutivo Renzi (Partito democratico, Scelta civica, Nuovo centrodestra, Partito socialista italiano, Unione di centro e Democrazia solidale).
IL 30% DI ''RICICLATI''. Dal 2008 a oggi sono stati nominati 229 tra ministri, vice ministri e sottosegretari.
«Nel 30% dei casi», si legge nel rapporto, «ricorrono sempre gli stessi volti».
Si tratta di 66 incarichi affidati a 30 persone, che hanno portato a casa una nomina in almeno due degli ultimi quattro governi.

Squadra da 63 persone: in due anni dimezzato il numero di donne

In due anni Renzi ha rimesso mano più volte alla sua squadra, ora composta da 63 persone.
Dietro al Partito democratico (35), c’è il Nuovo centrodestra (13).
APPENA IL 6% È UNDER 40. Rispetto all’insediamento iniziale sono costantemente in calo le presenze di under 40 (dal 18% al 6%) e di donne (dal 50% al 25%, praticamente dimezzate).
Openpolis affronta il nodo dei parlamentari che ricoprono anche incarichi di governo: oggi sono nove.
Il dossier rivela una «incompatibilità evidente».
GENTILONI NON VOTA MAI. In media questi membri del parlamento partecipano solo all’8,6% delle votazioni elettroniche in Aula.
«Quando va bene, come nel caso del ministro Stefania Giannini», scrive Openpolis, «si arriva al 36,48% delle votazioni. Quando va male, per esempio con il ministro Paolo Gentiloni, si parla dello 0,25% di presenze».

Squilibrio di poteri: il governo sovrasta il parlamento

I dati dimostrano l’enorme capacità di determinare il processo di formazione delle leggi da parte del governo.
A discapito del parlamento.
Quasi il 30% dei disegni di legge proposti dal governo Renzi diventano legge, «per i parlamentari», rileva il dossier, «non si arriva neanche all’1%».
DUE VELOCITÀ. Nella XVII legislatura, inoltre, le proposte dei due esecutivi che si sono succeduti (Letta e Renzi) sono state approvate mediamente in 156 giorni, mentre quelle dei parlamentari hanno richiesto più di un anno (392 giorni).

Questione di fiducia: un abuso che supera il record di Monti (51 a 49)

Un discorso simile vale per gli emendamenti.
Sia alla Camera (48,18 %) sia al Senato (46,06 %) di quelli presentati dal governo ne viene approvato quasi uno su due, «mentre le proposte di modifiche dei deputati hanno una percentuale di successo del 5,42% e quelle dei senatori dell’1,25%».
La conseguenza: degli oltre 240 mila emendamenti presentati da deputati e senatori, poco più di 6.700 sono passati.
''BLINDATO'' IL 31% DELLE LEGGI. Da quanto Renzi è diventato premier il 31% delle leggi è stato approvato con un voto sulla questione di fiducia.
«Sui numeri assoluti», riporta il dossier, «l’attuale primo ministro supera il primato di Mario Monti (51 contro 49)».
Alcune delle leggi più importanti da quando Renzi è presidente del Consiglio hanno necessitato di almeno tre voti sulla fiducia: Italicum, Jobs act, riforma della Pubblica amministrazione e Stabilità 2015.
Non solo, dunque, uno strumento da utilizzare per provvedimenti particolarmente dibattuti, «ma un metodo per compattare la maggioranza e restringere il dibattito d’Aula», facendo decadere tutti gli emendamenti.

Interrogazioni: chi chiede (soprattutto al Guardasigilli) non ha risposta

Per vigilare sull’attività del governo, il parlamento può utilizzare gli strumenti delle interrogazioni e delle interpellanze.
SOLO IL 35,20% HA OTTENUTO REPLICHE. Da quando è premier Renzi sono state depositate oltre 21 mila interrogazioni, ma solo il 35,20% ha ottenuto una risposta.
Alcuni ministeri, come quello della Giustizia guidato da Andrea Orlando, si fermano al 18,61%.

Costi di Palazzo Chigi saliti: 3,6 miliardi l'anno contro i 3,5 di Letta

Sono stati analizzati poi i bilanci consuntivi della presidenza del Consiglio dei ministri dal 2011 al 2014: i costi totali ammontano a quasi 15 miliardi e mezzo di euro.
Con le riforme realizzate da Mario Monti, il budget totale è sceso sui 4 miliardi di euro annui.
Nel 2013 (anno del governo Letta) il bilancio consuntivo è stato ridotto a 3,5 miliardi, ed è risalito poi con il primo anno di governo Renzi a 3,6 miliardi.
IL 60% ALLA PROTEZIONE CIVILE. Buona parte del budget, oltre il 60%, è destinato alla protezione civile.
Tra le voci principali di spesa anche segretariato generale, editoria, gioventù e gli affari regionali.
La voce ‘segretariato generale’ sotto il governo Renzi è passata dall’11 al 20% del totale.
Se nel 2013 parlavamo di 396 milioni, nel 2014 si sono raggiunti i 754 milioni.

Riforme fatte: Italicum, Jobs act, Pa, Stabilità, 80 euro, Scuola e Rai

Sono state molte le riforme portate avanti dal governo Renzi.
Oltre a Italicum, Jobs act, riforma della Pubblica amministrazione e Stabilità, anche il decreto Irpef (bonus di 80 euro), Buona scuola e riforma della Rai.
Alla Camera il provvedimento con il margine più sottile (solo 102 voti) è stato il ddl Svuota province del marzo 2014; al Senato invece la fiducia di inizio governo dell’esecutivo Renzi. 
CRITICHE SU FACEBOOK. A distanza di due anni il premier ha lanciato un sondaggio su Facebook per capire quali riforme stiano a cuore all’elettorato. E sono piovute critiche.
Ma è tempo di bilanci non solo su quanto è stato fatto in parlamento, ma anche su cosa effettivamente è stato ottenuto per il Paese.
Per quanto riguarda il Job act, mentre il ministero del Lavoro pubblica una presentazione rivendicando «le buone cose per il nostro Paese», l’analisi dei dati non è così positiva.

Promesse mancate: lavoro, ripresa, banche, migranti, diritti civili

Perché se è vero che a fine anno la disoccupazione è scesa dal 13,2 all’11,5%, è altrettanto vero che, secondo i dati Istat, nel 2015 il tasso di occupazione precaria ha raggiunto il massimo storico, superando il 14%.
E, comunque, anche i dati sulla disoccupazione devono tenere conto dei 3 milioni di italiani che hanno smesso di cercare un lavoro.
SALDO NEGATIVO NEL 2015. La verità è che, nonostante il Jobs act, nel 2015 il numero di rapporti di lavoro a tempo indeterminato attivati è stato inferiore a quello dei rapporti cessati.
Fa bilanci anche la stampa estera. Secondo il Guardian Renzi ha portato aria di novità sì, ma la ripresa dell’economia «a un ritmo ancora troppo lento» va attribuita anche al presidente della Banca centrale europea (Bce) Mario Draghi.
GAP TRA NORD E SUD. Il quotidiano britannico, poi, ritiene che questioni come l’emergenza migranti, la situazione delle banche e il gap tra Nord e Sud siano i punti deboli del governo.
Enorme poi il punto interrogativo sui diritti civili, dove non è stato ancora raggiunto un accordo neppure all’interno del Partito democratico.
L’Italia resta quindi «l’unico grande Paese dell’Europa occidentale che non riconosce unioni civili o matrimoni gay».

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