Scuola, viaggio nel perenne scontro sul gender

I progetti sull'«educazione alle differenze» si arenano. Per non urtare i genitori. Che li reputano ''pericolosi''. Inchiesta di L43 sul grande equivoco italiano.

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10 Febbraio 2016

Molti corsi, anche per insegnanti, e diverse iniziative nelle scuole e tra i minori.
Ma in Italia la parola «gender» solleva ancora resistenze culturali, estremizzate con l’esplosione del dibattito sulle unioni civili e sulle adozioni gay e che non si esauriscono nella scarsa o assente conoscenza della materia.
UNA GOFFA GIANNINI. Anche il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini si è goffamente contraddetta smentendo l’esistenza della «teoria del gender» nei programmi pubblici riformati dalla cosiddetta Buona scuola (legge 107/2015) di Matteo Renzi, a polemiche infuocate per calmare una parte politica e anche un’opinione pubblica iper sensibile.
IL TABÙ SESSUALE. Per non parlare dell’educazione sessuale nelle scuole elementari e medie, che da decenni è una realtà nel Nord Europa e che in una società laica e democratica si dovrebbe basare sugli studi di genere.
Un tabù invece per molte famiglie italiane (anche progressiste) che la avvertono come un’invasione di campo: altrimenti non si spiegherebbe lo spostamento della Rai in seconda serata della puntata ad hoc di Presa diretta di un maestro di accuratezza e obiettività giornalistica come Riccardo Iacona, non certo di parte.
 

  • Mario Adinolfi, direttore de La Croce, durante il Family day.


Al «gender», traduzione dall’inglese di «genere» - quindi sì, non può non esistere il gender e se ne parla, spesso su proposta degli studenti, anche nelle scuole italiane - Loescher ha dedicato l’ultimo numero de La ricerca, la rivista per gli insegnanti diffusa nelle scuole superiori e online, free.
Una scelta che è piaciuta a parecchi prof, «ci scrivono che è un’occasione per informarsi e aggiornarsi» raccontano dalla casa editrice.
Alcuni di loro sono da tempo in prima linea per costruire classi inclusive e aperte alla società contemporanea.
PREVALE LA PRUDENZA. E però nel viaggio che Lettera43.it ha fatto nel mondo dell’insegnamento, le belle storie e diversi bei progetti sono ancora circondati da molta prudenza e una cortina di non detto o rimosso tra la maggioranza dei docenti e dei genitori.
Gli insegnanti vengono formati all’educazione alle differenze, ne discutono.
Ma poi spesso la fanno solo ex post, quando il bullismo e l’omofobia diventano problemi della propria classe.
La prevenzione li eviterebbe. Invece prima si evitano le polemiche.

Il tour di Diversi amori nelle scuole italiane

Nella rossa Toscana, tra gli obiettivi prioritari dello Statuto regionale del 2004 si dichiara il «rifiuto di ogni forma di xenofobia e discriminazione legata all’etnia, all’orientamento sessuale e a ogni altro aspetto della condizione umana e sociale».
A differenza di Regioni come Veneto, Lombardia e Liguria, non si fa riferimento a principi cristiani: la Giunta attuale e molte Amministrazioni locali sono favorevoli a un’educazione che valorizzi le differenze. Dal 2008 una delibera regionale chiede anche agli istituti scolastici toscani di preparare «all’inizio di ogni quadrimestre un Piano di gestione delle diversità».
QUESTIONE «NON URGENTE». Eppure, ai corsi di formazione, docenti e dirigenti hanno confessato il «clima crescente di difficoltà che si respira nella scuola» a causa di colleghi e genitori che innalzano barricate contro «l’ideologia del gender».
A Lettera43.it diversi insegnanti di superiori e medie della regione hanno spiegato di non aver «mai visto» decollare progetti di educazione sessuale e sentimentale nelle loro scuole: la prassi è prendere contatto con qualche associazione, discuterne a inizio quadrimestre tra docenti e arrivare a concludere che, in fondo, il «problema dell’omofobia  non è particolarmente urgente».
 

  • L'insegnamento alle diversità trova grandi resistenze tra docenti e genitori.


Per smuovere le acque ci vuole sempre il sentire forte di alcuni prof.
In Campania Enza Silvestrini, docente e autrice con Barbara Balbi del libro Diversi amori (Iuppiter Edizioni) portato in giro per l’Italia tra le scuole medie e superiori, a un certo punto non ha più voluto tacere: «Troppi suicidi avevano a che fare con la scuola. Era urgente una riflessione sulla parità dei sentimenti, che doveva passare anche attraverso il linguaggio», racconta.
Nel liceo artistico statale dove insegna «c’è una buona accoglienza di ogni identità», ma la sua percezione dall’interno è che diverse «istituzioni scolastiche dimostrino ancora scarso coraggio», mentre da parte degli allievi trapela un «forte, diffuso desiderio di parlare» di una società che conoscono meglio delle generazioni adulte.
VERSO UNA SCUOLA DI TUTTI. È nel dovere di «capire la scuola contemporanea» e pubblicare libri per una «scuola amica» che Loescher ha speso le 74 pagine de La ricerca sulle Questioni di gender.
«I ragazzi sono più avanti perché crescono dentro l’attuale evoluzione dei costumi, ma è altrettanto vero che l’educazione verso i nuovi modelli che si impongono deve passare, e cioè essere guidata, anche dalla scuola. Chiaramente nel pieno rispetto delle posizioni di tutte le famiglie», spiega a Lettera43.it Sandro Invidia, direttore editoriale di Loescher.
Il fine della rivista è «informare i docenti». Quello dei testi didattici di «applicare il codice editoriale sulle Pari opportunità sui libri di testo» (Polite), valido anche in Italia, e le «raccomandazioni dell’Unesco a tenere come fondamentale un’ottica di genere».

Onu, Unicef, Oms e Ue contro le discriminazioni di genere

In una scuola di tutti non ci sono verità religiose assolute da imporre né persone da cambiare. Ma identità plurali da rispettare, come sottolineano l’Unicef, l’Onu, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e il parlamento dell'Unione europea.
L’«ideologia del gender» è, questa sì, un’ideologizzazione strumentale della Chiesa degli studi sul genere (gender studies), che inevitabilmente hanno generato una serie di teorie ma che sono nati - e restano - una corrente della branca delle scienze umane, affermatasi nel corso del 1900 partendo dal campo d'indagine sulle donne (women studies), in un’ottica anche di estensione dei diritti civili.
APPROCCIO DI TIPO EMPIRICO. Come per la filosofia, l’antropologia, la linguistica, la sociologia che si occupano tutte di gender studies, l’approccio è di tipo empirico e i ricercatori di questo filone di studi, stona doverlo precisare, non sono necessariamente gay, lesbiche, bisex.
Al liceo scientifico Cuoco di Napoli il prof di filosofia Luca Flacco ha affrontato con «spirito galileiano», «senza assunzione di giudizi di valore, ma leggendo quello che ci dice la scienza, a partire dai concetti di base di sesso e genere», i seminari Odi et amo proposti dagli stessi studenti sul tema «libertà di genere e matrimoni gay e adozioni».
 

  • La rappresentazione visiva delle parole chiave legate al gender.


«Siamo partiti dalle origini degli studi in una società dal modello di famiglia borghese eterosessuale, finendo per analizzare l’ampio e diversificato approccio di psicologi e psicoanalisti di oggi, incluse le correnti più ortodosse», spiega Flacco a Lettera43.it.
Ne è nato un «confronto molto aperto e disteso, che ha toccato anche la tematica delle famiglie arcobaleno, coinvolgendo rappresentanti dell’Arcigay». Con i 500 euro del bonus di Renzi, al Cuoco il prof sta ora costruendo una biblioteca sugli studi di gender neutra e dei movimenti per i diritti civili delle minoranze.
LUOGO D’ACCOGLIENZA. Ma in Friuli e nelle Marche, in altre scuole i genitori dei Family day sono arrivati a contestare e a far ritirare libri di testo che, nel rispetto delle direttive e raccomandazioni internazionali, allargavano a tutte le identità di genere la rappresentazione dei modelli di relazione, liberando la didattica italiana da alcuni stereotipi patriarcali uomo-donna (maschio al lavoro, femmina casalinga, la famiglia tradizionale come un monolite, eccetera) di matrice soprattutto cattolica.
Il percorso avviene da decenni in Svezia, in Olanda, Germania, Danimarca e negli ultimi anni in Francia attraverso programmi - anche discussi - di educazione sessuale nelle scuole anche elementari e in alcuni casi sulle tivù pubbliche.

Le proteste alle elementari e l'educazione sessuale nel Nord Europa

A Bologna lo spettacolo teatrale per bambini del Teatro dell’Argine, curato anche dal Dipartimento universitario di Scienze della Formazione per l’integrazione scolastica di tutti i minori e il riconoscimento di nuovi modelli di famiglia - adottive, affidatarie, miste, allargate, monogenitoriali, arcobaleno... -, ha sollevato un polverone mediatico che ha portato al ritiro di massa delle scuole dalle prenotazioni.
A nulla sono valse le rassicurazioni degli esperti dell’infanzia parte del dibattito e l’atmosfera degli incontri con le famiglie che avevano assistito alle prime rappresentazioni è apparsa da «subito ostile», soprattutto per le «perplessità sulle famiglie arcobaleno».
SE LA BUONA SCUOLA FRENA. Anche tra gli insegnanti toscani delle elementari sentiti da Lettera43.it c’è cautela a esporsi in prima persona con iniziative specifiche.
Si frequentano seminari sui gender studies ma poi il «gender è un’altra cosa e bisogna stare attenti» e «certo, si abituano i bambini al rispetto delle diversità e ai valori di libertà, a partire dal nido. Ma in maniera trasversale a ogni materia, senza ore specifiche».
Di per sé nelle scuole all’infanzia e primarie il tema è più delicato da affrontare che negli istituti superiori: alcuni programmi sulla sessualità per questa fascia hanno suscitato le proteste dei famigliari anche nel Nord Europa.
 

  • Una manifestazione a favore della famiglia tradizionale.
     

In Italia gli anti-gender hanno frenato sul nascere, a settembre del 2015, le direttive del ministero dell’Istruzione sul «pericoloso» articolo 16 della 107/2015, che «assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità», «promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni».
Ma senza introdurre ore di lezione ad hoc. Eppure l’istituto superiore Pitagora di Pozzuoli (Napoli) che è al passo con lo spirito dei tempi è da anni un luogo d’accoglienza, senza polemiche. «Circa il 20% degli allievi che si sono rivolti al nostro sportello di ascolto poneva problematiche di genere», racconta a Lettera43.it la referente per il gruppo di sostegno Michela D’Isanto. «Ragazzi e ragazze con grosse sofferenze non nell’accettazione dell’identità con se stessi, ma da parte dell’ambiente circostante non scolastico».
SE LA SCUOLA ASCOLTA. L’ingresso alle superiori, «nel clima di un istituto che in collaborazione con la Asl e su un progetto nazionale ha in corso anche misure di prevenzione e contrasto del bullismo», ha rappresentato per loro un loro forte sostegno alla crescita e un fattore di liberazione personale.
I licei del Pitagora non sono mai stati bersaglio di battaglie sul gender e i suoi insegnanti raccontano di non aver mai avuto in classe «gravi problemi di bullismo», neanche «scontri con i genitori» per aver osato interpretare un «Catullo o un Boccaccio senza censure».
La sensazione di fondo è che nelle scuole di uno dei territori più difficili d’Italia le barricate dei Family day passino in second’ordine. Ed è bello guardare a Pozzuoli come a un laboratorio europeo della Buona scuola.
 

Twitter @BarbaraCiolli

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Canoi 10/feb/2016 | 13 :36

Questa pippa del gender. La nostra scuola (dell'obbligo, superiori e università), perennemente proiettata al futuro, con i computer, con internet, i tweet(s) di cinque parole, le assemblee in ottobre, sta producendo laureati che non sanno scrivere in italiano mentre sono bravissimi a massacrare l'inglese. La riformetta del bischero è razionalizzante e la meno peggio di quanto è stato fatto da Berlinguer in poi. Se continua con il gender arrischio l'apologia, che sarà mai, viva Gentile.

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