Spagna, Sanchez ancora bocciato dal Congresso

Nulla di fatto anche al secondo tenativo. Rissa tra Podemos e Psoe. Sette settimane per l'accordo o si torna al voto a giugno.

04 Marzo 2016

Pedro Sanchez, e Pablo Iglesias, leader di Psoe e Podemos.

(© GettyImages/Ansa) Pedro Sanchez, e Pablo Iglesias, leader di Psoe e Podemos.

Una bocciatura 'storica', quella del leader socialista e candidato premier Pedro Sánchez, respinto per la seconda e ultima volta dal Congresso di Madrid sotto il fuoco convergente di Pp e Podemos.
Appoggiato solo dal partito di centrodestra Ciudadanos, Sánchez ha ottenuto 131 voti a favore (90 Psoe, 40 Ciudadanos, un nazionalista delle Canarie) e 219 contrari.
PODEMOS IRREMOVIBILE. Nonostante gli appelli delle ultime ore del Psoe, Podemos non si è mosso dalla linea del 'no'. Sulla sponda opposta è rimasto irremovibile anche il Pp del premier uscente Mariano Rajoy. Dalla fine della dittatura franchista solo due candidati premier, Leopoldo Calvo Sotelo nel 1981 e José Luis Zapatero nel 2004, erano stati bocciati al primo turno. Ma erano passati al secondo.
UN PAESE IMMERSO NEL CAOS. A due mesi e mezzo dalle politiche del 20 dicembre che hanno prodotto un Congresso quasi ingovernabile, con la morte del bipartitismo Pp-Psoe e l'irruzione dei partiti del 'nuovo', Podemos a sinistra e Ciudadanos al centrodestra, la Spagna rimane immersa nel caos politico. I socialisti hanno tentato fino all'ultimo di convincere i 65 deputati di Podemos almeno ad astenersi, ma i 'viola' hanno tenuto duro. Fra i due partiti sono ancora aperte le cicatrici provocate dallo scontro fra il leader post-indignado Pablo Iglesias e il gruppo socialista.
SONTRO APERTO COL PSOE. I deputati Psoe sono insorti con urla e fischi quando Iglesias ha accusato il leader storico socialista Felipe Gonzalez di avere «un passato macchiato dalla calce viva» per i suoi legami con il gruppo paramilitare anti-Eta del Gal. I socialisti hanno chiesto con tono perentorio le scuse del leader di Podemos, che lo ha escluso. Prima era stato Rajoy a fare ribollire i banchi socialisti accusando Sanchez di avere strumentalizzato le istituzioni con una «candidatura fasulla» per garantire «la propria sopravvivenza politica».
LA PALLA A RE FELIPE. Nel caos dal 20 dicembre, la politica spagnola affronta ora un incerto 'terzo turno'. Re Felipe VI deve decidere se e a chi affidare il prossimo tentativo, ad alto rischio. Pp e Podemos, dai lati opposti, hanno fatto sapere che «da domani» offriranno un dialogo al Psoe. Rajoy per costituire, e guidare, una Gran Coalicion con socialisti e Ciudadanos. Sanchez finora ha rifiutato il dialogo con Rajoy. Ma rimane l'ago della bilancia di un possibile governo prima del ritorno alle urne. Iglesias propone invece un governo di sinistra con Psoe e Izquierda unida, che avrebbe 161 deputati su 350 e passerebbe con l'astensione di nazionalisti e secessionisti baschi e catalani.
RESTANO SETTE SETTIMANE. L'indipendentista catalano Francesc Homs ha offerto a Sanchez di appoggiare un suo governo di sinistra in cambio di un referendum ufficiale sulla autodeterminazione della Catalogna, che il Psoe rifiuta. Per inventare la formula magica che faccia uscire la Spagna dal caos politico rimangono solo sette settimane. Il conto alla rovescia è iniziato: senza un nuovo governo il 2 maggio il Paese tornerà alle urne il 26 giugno. «Si intravvede che non ci sarà un governo fino all'autunno», avverte El Pais, che parla di «un Paese sull'orlo della bancarotta politica».

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