Stato Islamico, Ballardini: «È una guerra di mercati»

Bruno Ballardini: «L'Isis? È una guerra di mercati, non uno scontro tra culture». Sulla propaganda del Califfato: «Un boomerang dell’ideologia capitalista».

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13 Marzo 2016

Per la prima volta un progetto militare, politico e “religioso” è propagandato con una campagna commerciale da big company.
Di più: nella comunicazione dell’Isis «sono impiegati contemporaneamente tutti i mezzi e le strategie mediatiche a disposizione».
«Funziona, eccome se funziona», racconta a Lettera43.it Bruno Ballardini, filosofo del linguaggio allievo di Tullio De Mauro, scrittore, esperto di comunicazione strategica e new media, anche giornalista.
DUE PENSIERI UNICI. Con un passato da copywriter per le multinazionali della pubblicità, non poteva non identificare i salti di qualità del Califfato che, scrive Ballardini nel suo ultimo libro Isis. Il marketing dell’Apocalisse (Baldini&Castoldi, 2015), è un «boomerang dell’ideologia capitalista», «non uno scontro tra culture ma una guerra di mercato fra chi riuscirà a imporre il proprio pensiero unico».
Chi sono allora e da dove operano i creativi di questa propaganda? Soprattutto, a chi fa comodo l’Isis?
«La terza guerra mondiale è cominciata da un pezzo. Ma non dobbiamo averne troppa paura», afferma Ballardini, «piuttosto dobbiamo cominciare a ragionare tutti al più presto su chi possa giovarsi dell’opportunità dell’Isis».
 

  • Lo scrittore ed esperto di marketing Bruno Ballardini.
     

DOMANDA. Nel suo libro arriva a concludere che l’Isis è roba nostra, l’orrore l’abbiamo creato noi…
RISPOSTA.
Sì certo, noi abbiamo creato al Qaeda, e l’Isis è una sua costola che si è staccata nel 2006 e ha cominciato a vivere di vita propria, alimentata e favorita da nostri alleati. Questo è ormai assodato.
D. L’apocalisse è poi la resa dei conti tra il nostro pensiero unico e la riposta del Califfato, «l’ideologia capitalista che ritorna all’Occidente come un boomerang, brutalmente estremizzata, ma perfettamente riconoscibile». Da che cosa?
R.
L’Isis incarna il lato peggiore del nostro capitalismo, e cioè il colonialismo. Questa volta però all’incontrario, perché rivolto contro di noi. Siamo noi ora la terra di conquista.
D. Nello specifico, gli Usa e l’Europa al traino hanno finanziato gli estremisti wahhabiti sauditi in cambio di petrolio. Possiamo bloccare questo processo di autodistruzione o è irreversibile?
R.
Ormai è tardi. Lo dimostra perfino il ritardo con cui stiamo iniziando solo oggi ad occuparci fattivamente dell’ambiente. Ma è chiaro a tutti che la causa delle ultime guerre è il nostro stile di vita, che nessuno di noi vuole cambiare.
D. Ma con le stragi a Parigi e Istanbul la gente comune che in Occidente vive in quella che lei chiama «beata apatia» starà iniziando a comprendere la gravità di quanto è già tra noi…
R.
Invece no, penso proprio di no. Siamo piuttosto duri di comprendonio.
D. Alla fine dei conti, quindi, è veramente iniziata la terza guerra mondiale?
R.
Da un pezzo.
D. Per il papa è un conflitto globale «a pezzi», per altri storici siamo ai «prodromi».
R.
Qualcuno l’ha già definita la «terza guerra mondiale fredda», riferendosi alla vera natura del conflitto: l’ultima battaglia fra Usa e Russia per definire chi comanderà il mondo, quella definitiva.
D. Davvero la guerra tra queste due potenze non è mai terminata?
R.
In realtà questo è un sogno esclusivamente americano, la Russia ha esaurito da tempo la sua spinta imperialista. Ora questa visione continua a essere tenuta in vita patologicamente soltanto dall’America.
D. A questo punto tutto sta nel capire se l’Isis sia un «prodotto spontaneo», frutto della semina in Medio Oriente di un mix di fondamentalismo islamico e società trash dei consumi, oppure se dietro ci sia una «cabina di regia occidentale».
R.
È una guerra per procura. Sarebbe bello immaginare una cabina di regia occidentale che ancora oggi guidi il mostro. Ma non occorre. L’Isis è come un Ogm, ovvero un organismo artificiale programmato solo all’inizio e poi lasciato libero di agire e di crescere.
D. Non era meglio la seconda ipotesi che non una minima - ma sempre più consistente - parte di musulmani capaci di tutto e fuori controllo?
R.
Ma era un rischio calcolato fin dall’inizio. Non importa se l’Isis è sfuggito di mano come accadde inizialmente con al Qaeda, quello che conta è che resta l’obiettivo per cui l’Isis è stato creato: destabilizzare tutto il Medio Oriente per poter ridisegnare la mappa dei poteri e di nostri alleati.
D. Nel suo libro, uscito prima delle stragi del 13 novembre, si anticipava il rischio di jihadisti infiltrati tra i profughi siriani e anche di «attacchi a sciame» di cellule dormienti, com’è poi accaduto.
R.
Il minimo che possono fare i terroristi è continuare a fare attentati singoli. Il massimo sono gli attacchi a sciame, di cui Parigi è stata soltanto una prova generale. Ma niente di più.
 

  • Il video dell'Isis sui soldati siriani uccisi da un plotone di ragazzini, a Palmira.
     

D. Ma come, non dobbiamo avere paura dell'Isis in Europa?
R. È la cosa da neutralizzare subito, perché è il risultato principale che vuole ottenere il terrorismo. È ridicolo pensare a invasioni militari e quindi tutta questa paura non ha ragione d’essere.
D. I media, e in particolare Internet, sono una formidabile arma di propaganda dell’Isis. Si può dire addirittura la sua arma più forte?
R.
Con questo conflitto si è dimostrato che i media hanno un potere immenso e possono essere utilizzati anche a fini bellici. Le nostre armi adesso sono in mano a loro e le stanno usando contro di noi.
D. Da esperto di marketing, nota che per la prima volta un progetto di Stato è pubblicizzato come il brand di una multinazionale. E che la vera novità dell’Isis è usare tutte insieme e contemporaneamente le tecniche di comunicazione.
R.
Esattamente. È stata la prima ufficiale applicazione di una strategia crossmediale e transmendiale. Nel 2012 scrissi che il futuro della comunicazione strategica - e quindi in fondo anche della pubblicità e della propaganda - sarà transmediale, basata cioè sulla creazione di “dispositivi” i cui ingranaggi saranno costituiti da tutti i tipi di media esistenti messi insieme e animati da un’unica strategia di comunicazione.
D. Un bombardamento di messaggi mirati...
R.
Mi sarebbe piaciuto assistere alla prima applicazione di questa tecnica a fini culturali in un contesto normale. Purtroppo, come accade sempre, le nuove tecniche e le nuove tecnologie vengono sperimentate dapprima in guerra. Ed è quello che è accaduto. Ora però sappiamo che funziona. Eccome, se funziona. 
D. Quanto tempo e quante persone servono per organizzare e gestire una simile comunicazione che non può non essere pianificata?
R.
È impossibile fornire stime numeriche. Da che esiste l’uso strategico della comunicazione, per creare una strategia con relativa pianificazione possono essere impiegati mesi e mesi con uno staff enorme, come si usava nelle multinazionali della pubblicità. Ma il paradosso è che lo stesso lavoro può farlo in poche settimane una coppia creativa esperta supportata da un pianificatore.
D. Purché siano professionisti altamente qualificati, o comunque molto capaci.
R.
Qui ricordo sempre che non stiamo parlando di selvaggi con l’anello al naso, ma di gente che ha anche dei master di comunicazione in università internazionali e una gran parte di loro è costituita da giovani che vengono da Paesi ricchi dell’Europa. Non necessariamente dalle banlieue.
D. È possibile girare video di così alta qualità, con tempi anche lunghi di produzione, sotto le bombe nei territori del Califfato?
R.
Infatti, molti analisti hanno osservato che i lavori più impegnativi (come elaborazione dati, rendering, effetti speciali) devono essere stati eseguiti in Paesi vicini e “amici”, come possono essere la Turchia, il Qatar e l’Arabia Saudita. C’è da dire anche che i bombardamenti veri sono iniziati soltanto quest’anno grazie ai russi e prima, nei territori occupati dall’Isis, c’era una discreta tranquillità. Infine, vorrei ricordare che per confezionare video di piccola e media durata, basta solo un portatile e il programma Final Cut, ovunque ci si possa trovare…
D. In questi mesi di raid russi, le risulta che la produzione di filmati, spot e anche dei palinsesti tivù e radio dell’Isis si sia indebolita o arrestata?
R.
Neanche un po’…
 

  • Il trailer originale del film dell'Isis Flames of war.


D. Eppure nel Nord dell’Iraq e della Siria la connessione Internet dovrebbe essere bloccata dalle autorità centrali di Baghdad e di Damasco.
R.
Ma come ha rivelato il mio amico Arturo di Corinto de La Repubblica, l’Isis ha adottato trasmissioni satellitari andando tra l’altro a comprare le parabole in Turchia ed utilizzando satelliti gestiti da compagnie europee che non hanno - chissà perché - monitorato e tracciato le connessioni dell’Isis.
D. Come possono le intelligence di mezzo mondo aver ignorato o sottovalutato, per oltre un decennio, la diffusione di migliaia tra riviste, video e siti delle case di produzione della rete di al Qaeda, alcune usate anche dall’Isis?
R.
Non lo chieda a me, lo chieda ai nostri amici americani.
D. Ha ancora senso, come fanno molti analisti, fare distinzioni tra Isis e al Qaeda? La rete di comunicazione non è la stessa?
R.
No, non è affatto la stessa perché le strategie di comunicazione non sono le stesse. Al Qaeda ad esempio non comunica affatto con noi, così come non comunicano al Nusra e tanti altri gruppi islamisti. Soltanto l’Isis ha iniziato questo “dialogo” con l’Occidente, perché evidentemente ha altri obiettivi geopolitici e di manipolazione della nostra opinione pubblica.
D. A proposito: l’Isis confeziona video specifici per un’audience occidentale, con le immagini più crude ripulite, con metodi anche agghiaccianti, per ragioni estetiche. Da dove viene tutto questo sadismo?
R.
Ma lei ha una vaga idea di che cosa siano i wahhabiti?
D. Certo, in Arabia saudita decapitazioni e crocifissioni sono legali. Ma i video in questione sono anche molto commerciali. L’Isis è un prodotto solo dell’integralismo islamico o assistiamo piuttosto alla fase ultima del nichilismo della nostra società occidentale?
R.
Direi piuttosto che l’Isis culturalmente è un’opportunità che nasce dall’incontro fra le due cose. L’unica cosa che conta è cominciare a ragionare al più presto tutti su chi possa giovarsi di questa opportunità.
D. Nel suo libro sono espressi anche giudizi molto amari su Internet, uno strumento d’amplificazione indifferenziata che frammenta e confonde le notizie, appiattisce e disgrega le menti.
R.
Questa è l’opinione di Julian Assange.
D. E non c’è possibilità di correggere queste dinamiche?
R.
Dopo lo choc subito dalla Rete per tutto il 2014, sotto l’attacco mediatico dell’Isis, la Rete stessa si è ripresa, ha reagito diffondendo a una velocità sempre maggiore informazioni provenienti dai territori, tramite reporter indipendenti.
D. Quindi i media online si stanno riscattando?
R.
I nostri media hanno ripreso coraggio e sotto la spinta di analisti indipendenti, categoria cui sento di appartenere anch’io, hanno cominciato a mettere da parte le reazioni di panico e a ragionare.
D. Internet non segna la morte del giornalismo, né della conoscenza insomma...
R. No, quanto è accaduto significa che la Rete è fragile ma è anche in grado di reagire. Questo mi fa prendere oggi le distanze dal mio giudizio iniziale che coincideva con quello di Assange.

 

Twitter @BarbaraCiolli

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