Sud Sudan, l'esodo dei profughi

In 200 mila scappano dalla pulizia etnica.

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02 Gennaio 2014

Il presidente del Sud Sudan Salva Kiier, di etnia dinka.

(© Getty images) Il presidente del Sud Sudan Salva Kiier, di etnia dinka.

Le Nazioni Unite denunciano «terribili atti di violenza» e «gravi violazioni dei diritti umani e atrocità». Le organizzazioni umanitarie un enorme flusso di profughi.
In Sud Sudan, le fazioni del presidente Salva Kiir e del suo (ex) vice to Riek Machar si fronteggiano sul campo: una lotta che, oltre ad avere precisi rivolti politici ed economici per le potenze vicine e internazionali, alimenta una carneficina di civili tra tribù dinka e nuer, i due gruppi etnici rivali di Kiir e Machar.
Sullo sfondo, una popolazione indigente di quasi 12 milioni di abitanti soffre per la «brutalità» e le «uccisioni» che, dopo più di 20 anni di guerra civile per l'indipendenza dal Sudan tra il 1983 e il 2005,  sono tornate a macchiare il Paese. Rischiando di innescare un inferno non molto dissimile da quello che sconvolse il Ruanda dove nel 1994 furono massacrate 500 mila persone.
NEGOZIATI IN ETIOPIA. Il primo gennaio le delegazioni di governo e opposizione sono volate ad Addis Abeba, in Etiopia, pronte, a parole, a «firmare un cessate il fuoco». Le voci di un'intesa si sono moltiplicate tra i mediatori. Ma sul campo militari e miliziani hanno l'ordine di continuare a combattere, senza esclusioni di colpi.
A Capodanno i guerriglieri fedeli a Machar hanno festeggiato la conquista di Bor, città strategica che da giorni l'esercito tentava di blindare. Tuttavia, per il ministero della Difesa, i «combattimenti per il controllo del centro sono ancora in corso».
STATO D'EMERGENZA. Intanto il presidente si è detto disposto a trattare, dichiarando lo stato d'emergenza in due dei 10 Stati del Paese: Unità, dove è stata trovata una fossa comune di 75 corpi, e Jonglei, il maggiore e più popoloso, con capitale Bor.
«I morti sono già 3 mila», raccontano a Lettera43.it dalla onlus Plan Italia, attiva anche in Sud Sudan, «migliaia di senzatetto sono diretti verso il confine con il Sudan del Nord e a Sud, verso l'Uganda. Il loro arrivo però potrebbe innescare nuovi conflitti con le tribù nomadi locali, per le risorse limitate della regione. Prime tra tutte, l'acqua».

  • Un gruppo di donne migranti del Sud Sudan (Plan Italia onlus).

Nomadi del Darfur contro profughi: il dramma di donne e bambini

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane del mondo.
Indipendente dal 2011, nei secoli i suoi abitanti hanno subito le dominazioni sudanese, inglese e, prima ancora, egiziane e ottomane. Ricche di petrolio, le regioni settentrionali del Sud Sudan - dove dal 15 dicembre, imperversano gli scontri tra dinka (la maggiore etnia con circa il 20% della popolazione, per lo più cristiani) e nuer (secondo gruppo, con tradizioni e religioni locali proprie) - sono corteggiate dalle potenze colonialiste e contese dagli Stati vicini, beneficiari delle forniture di greggio.
SUD SUDAN, STATO IN FIERI. Dopo due guerre civili e un referendum, tre anni fa gli appartenenti delle tribù del Sud rimpatriarono nel nuovo Stato: tra i più poveri del mondo, con un tasso d'alfabetizzazione fermo al 27% e privo di infrastrutture e industriali, anche per la raffinazione del petrolio.
La guerra tra Kiir e Maher, rivali di lunga data all'interno delle milizie dell'Esercito per la liberazione popolare, ha rimesso in moto un esodo di rientro, verso il Paese dal quale erano scappati. «In centinaia hanno già attraversato la frontiera. Fonti autorevoli dello Stato sudanese del White Nile stimano l'entrata imminente di 30 mila rifugiati», spiega Brunella Pacia, responsabile di Plan Italia.
PROFUGHI IN SUDAN E UGANDA. In una regione scossa da cruente guerre etniche, i profughi dal Sud Sudan «aumenteranno la competizione per scarse risorse tra le tribù di pastori nomadi che, ogni inverno, si muovono con i loro greggi tra l'Est Darfur, il Kodorfan dell'Ovest e il Sud Sudan, in cerca di risorse idriche e spazio per sopravvivere».
Chi fugge si riversa anche lungo la frontiera meridionale con l'Uganda: per il governo di Kampala, tra i 13 mila e i 30 mila profughi hanno varcato il confine. «Sette Stati del Paese sono attraversati da scontri», continua Pacia di Plan onlus, che in Sud Sudan segue 20 mila bambini nelle zone in cui è più forte l'emergenza. E a pagare le conseguenze della crisi umanitaria sono soprattutto i minori, in primo luogo le bambine.

L'Onu: «Prove di violenze etniche»

Una famiglia del Sud Sudan, in piena emergenza profughi.

(© Plan Italia) Una famiglia del Sud Sudan, in piena emergenza profughi.

L'associazione lombarda riceve informazioni in tempo reale sull'emergenza, anche dalle sedi in Uganda e Sudan, sotto pressione per l'arrivo dei rifugiati.
I profughi vivono soprattutto nelle regioni di confine, in condizioni precarie. Tra loro ci sono anche sudanesi rifugiati nei campi del Sud Sudan e operai, anche in questo caso sudanesi, dei campi petroliferi dello Stato di Unità, tra i primi target degli attacchi.
In Sud Sudan si sfiorano ormai i 200 mila sfollati, 75 mila dei quali riparati nelle strutture dell'Onu nel Paese, in cui operano 12.500 caschi blu.
IL MASSACRO DI BOR. Dalla capitale Juba, gli scontri tra dinka e nuer si sono estesi a macchia d'olio in varie città, tra cui Bor dove nel 1991, in piena guerra civile, il vicepresidente ribelle Machar, esponente di un'ala deviata dell'Esercito separatista per la liberazione popolare, fu tra i responsabili del massacro di 85 mila civili.
In due settimane di crisi, la missione dell'Onu in Sud Sudan ha rilevato «brutalità» da entrambe le parti e accertato «uccisioni extra-giudiziarie di civili, catture di soldati e la scoperta di gran numero di corpi a Juba, Bor e Malakal, il maggior centro produttore di petrolio dell'Alto Nilo». Nonostante i colloqui in Etiopia, «le atrocità continuano».
ALLARME PULIZIA ETNICA. L'obiettivo del presidente Kiir sarebbe respingere i ribelli da Bor, dove il governo ha spedito truppe su truppe. Intanto, ad Addis Abeba, la sua delegazione prende tempo, allungando le trattative.
Ma, nel frattempo, gli scontri potrebbero allargarsi alle regioni instabili degli Stati vicini. Scatenando esecuzioni di massa come quelle che, nel 1994, dilagarono tra hutu e tutsi in Ruanda.
Per l'Onu esistono già le prove di cittadini del Sud Sudan colpiti «su base etnica». Ed è necessario riportare al più presto la pace per arrestare il proliferare di un «perpetuo ciclo di violenze» tra gli abitati. La Croce rossa internazionale chiede «aiuto immediato» per i rifugiati. Prima che sia troppo tardi.

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