Mario Margiocco

Trump il populista, negli Usa è remake di Long e Wallace

Demagogo. Voce della gente qualunque. Razzista. Trump ricorda il Long Anni 30 e il Wallace del '68. Sintomo che l'insoddisfazione degli Stati Uniti non è guarita.

di

|

09 Marzo 2016

Donald J. Trump durante un comizio in Arizona.

(© Getty Images) Donald J. Trump durante un comizio in Arizona.

Vittoria di Donald Trump nel profondo Sud del Mississippi e soprattutto fra gli operai declassati del Michigan, dove fra i democratici Bernie Sanders conferma di non essere moribondo e ha umiliato Hillary Clinton nella tornata di primarie dell’8 marzo 2016.
Anche l’evangelico fondamentalista Ted Cruz resiste e vince in Idaho, ma resta una alternativa assai poco gradita per l’establishment repubblicano, rispetto allo sgraditissimo Trump.
La campagna 2016 si conferma così un inverno dello scontento dove la promessa di cambiamento vince per ora sulla inevitabile continuità: fuori i Bush, a secco di delegati l'8 marzo Marco Rubio costantemente terzo e quarto e battuto anche dal governatore dell’Ohio Kasich, meno facile del previsto la marcia di Hillary (guarda la mappa interattiva del voto).
SPARTIACQUE IL 15 MARZO. La importante tornata del 15 marzo è pronta a dire una parola pre-definitiva. Non immutabile ancora, ma chiara.
Hillary Clinton dovrebbe comunque farcela a essere il candidato, ma azzoppata, se Sanders mettesse a segno in Stati importanti un paio di altri colpi come il Michigan.
E Trump? Con lui, in attesa di vedere se avrà come sembra una vera chance di entrare alla Casa bianca, non siamo a una prima, ma a un remake. L’America ha già avuto i suoi Trump.
QUANTE VOCI “DELLA GENTE”. La cultura politica ha prodotto nel '900, per limitarci a personaggi di qualche respiro nazionale, Huey P. Long e George C. Wallace, uomini del profondo Sud, nomi che a noi dicono nulla o poco, soprattutto il primo, ma che hanno un posto preciso nella storia politica degli Stati Uniti e del populismo americano, voce della “gente qualunque”.
Long e Wallace erano di modeste origini, Trump è newyorchese, nato ricco. Ma parlano la stessa lingua.
PRECEDENTI FINITI NEL SANGUE. Sia Long sia Wallace subirono un grave attentato: mortale per il primo nel settembre del 1935 mentre preparava la campagna presidenziale dell’anno successivo, e al suo funerale a Baton Rouge c’erano 200 mila persone. 
Wallace fu colpito con cinque colpi di pistola da un mitomane nel maggio del 1972, al suo secondo tentativo presidenziale, dopo quello forse più incisivo del 1968; e visse da allora per 25 anni su una dolorosa sedia a rotelle.

Long: il dittatore idolatrato dalle masse negli Anni 30

Huey Pierce Long (1893-1935) fu assassinato dal genero di un avversario politico.

(© Getty Images) Huey Pierce Long (1893-1935) fu assassinato dal genero di un avversario politico.

Long, avvocato di provincia in Lousiana, diventò nel 1928 governatore democratico dello Stato (allora tutto il Sud era rigorosamente democratico, e segregazionista) con un programma populista - «ogni uomo un re, ma nessuno porta la corona» -, un attacco ai ricchi come “parassiti” che suona più che attuale oggi, ambiziosi progetti di lavori pubblici in uno Stato senza quasi strade asfaltate ed edifici pubblici fatiscenti.
E un piglio dittatoriale che non ammetteva idee diverse. Ma era idolatrato dal popolo, perché portava risultati, tassando i petrolieri che lo detestavano.
PIÙ SEGUITO DI ROOSEVELT. Con la crisi degli Anni 30 fondò un movimento nazionale, Share Our Wealth, distribuiamo la nostra ricchezza, che arrivò ad avere 7,5 milioni di iscritti ai club nazionali, 25 milioni di ascoltatori al suo programma radio nel 1935 e 60 mila lettere la settimana, più del presidente Roosevelt.
Share Our Wealth non è comunismo, diceva, ma l’unico sistema per battere il comunismo. Long parlava di lavoro, jobs, negli Anni 30. Anche Trump parla, e molto a lungo, di jobs oggi.
Nel 32 Long passò al Senato, continuando però a governare con pugno di ferro la Louisiana fino a quando la pallottola del genero di un avversario politico non lo fermò.
ERA UN FENOMENO DEL SUD. Secondo gli storici era un fenomeno del Sud e non sarebbe mai riuscito a imporsi al voto nazionale, ma scrisse un libro uscito postumo: I miei primi giorni alla Casa bianca, con il programma.
La lunga dinastia politica dei Long continua. Immortalato in parte in Tutti gli uomini del re (1946) di Robert Penn Warren, Long secondo uno storico del Sud «ha dato qualcosa alla sua gente e ha fatto in modo che le corporation pagassero». Con tutti i mezzi, anche para-gangsteristici.

Wallace: il segregazionista che nel '68 corse per la Casa bianca da indipendente

George C. Wallace (1919-1998) è stato per quattro volte governatore dell'Alabama.

(© Getty Images) George C. Wallace (1919-1998) è stato per quattro volte governatore dell'Alabama.

Wallace ha avuto due fasi politiche.
La prima come governatore segregazionista dell’Alabama, quando si oppose all’ingresso dei giovani neri nelle scuole e università dei bianchi e alle truppe federali inviate da John Kennedy.
«Segregazione ieri, segregazione oggi, segregazione sempre», aveva detto nel discorso inaugurale da governatore nel gennaio 1963.
Da anziano chiese perdono ai leader afroamericani per la sua stagione razzista, più una tecnica elettorale che una convinzione.
UNA FIGURA NAZIONALE. Nel '68, correndo come terzo partito per la Casa bianca - una corsa annunciata nella totale indifferenza di stampa e tivù nell’aprile '67 - riuscì a imporsi come figura nazionale e a conquistare 46 voti elettorali, l’ultimo indipendente finora ad avere raggiunto questo obiettivo. 
E il suo slogan sulla silent majority, gli ignorati e offesi degli Anni 60 di Berkeley e Woodstock, fu adottato  da Richard Nixon e campeggia ora ancora una volta a tutti i meeting politici del’immobiliarista di New York: the silent majority stands with Trump.
BATTUTE OGGI ATTUALI. Trump ha fatto sue varie battute di Wallace. E, secondo il più noto storico di Wallace, Dan T. Carter dell’Università della South Carolina, ispira ai suoi sostenitori gli stessi sentimenti: «Prende posizione e difende i veri americani».
Trump finora ha fatto ben più strada dei suoi predecessori, il che vuol forse dire che il malessere è più forte di allora.
Redditi in calo, impoverimento, crisi della potenza americana nel mondo: questa la diagnosi che l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg ha schizzato nella lettera con cui il 7 marzo ha annunciato che non correrà (era un mese o quasi che si è capito che non lo avrebbe fatto), dimenticandosi la conseguenza: perdita di fiducia in quell’establishment di cui lo stesso Bloomberg fa pienamente parte, e inoltre come uomo di Wall Street.

L'America non è una terra di persone più soddisfatte di noi

Barack Obama. Il suo mandato era iniziato con altissime aspettative di cambiamento.

(© Getty Images) Barack Obama. Il suo mandato era iniziato con altissime aspettative di cambiamento.

Tutto può ancora succedere.
Trump (e Sanders) comunque ci dicono, come fecero Long e Wallace in altre ere politiche, che l’America non è una terra dove le persone sono più soddisfatte rispetto a noi. E meno preoccupate.
PAURA DEL FUTURO. Una ricerca condotta a gennaio 2016 a Cleveland e Pittsburgh da Working America, un gruppo legato al sindacato Afl-Cio, ha confermato - dice la direttrice Karen Nussmaum - «quello che abbiamo sempre sentito: la gente ne ha abbastanza, soffre, sono afflitti dal fatto che non vedono un futuro per i loro figli» e dal fatto «che non c’è ancora stata una ripresa dalla recessione, e che su ogni famiglia ancora questo pesa in un modo o nell’altro».
OBAMA LASCIA BRUTTI RICORDI? Per questo, a maggioranza, anche se spesso democratici, i 1.600 intervistati sostengono Trump o Sanders. 
Sapevamo che la presidenza di George W. Bush non ha lasciato buoni ricordi.
Qualcuno forse si illudeva che quella di Barack Obama, quintessenza del progressismo si pensava per nascita e storia personale, potesse essere qualitativamente tutta un’altra cosa.
Ma allora, come mai Trump (e Sanders)?
Come mai torna l’ombra di Huey P. Long e di George C. Wallace?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nessun commento

Per scrivere un commento è necessario registrarsi oppure accedere con Twitter o Facebook: Loggati - Registrati

Dalla nostra HomePage
Libia, il risiko di Bengasi e della Cirenaica

Il no (dubbio) del parlamento di Tobruk al governo di unità complica gli scenari. Serraj perde consensi, Haftar guadagna terreno nell'Est. C'è il rischio scissione.

prev
next