INTEGRAZIONE

Ue, cittadinanza per gli stranieri: le difficoltà per ottenerla

Solo la Francia ammette lo ius soli proposto in Italia da Kyenge. In Germania, Spagna e Uk no al doppio passaporto.

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07 Maggio 2013

Se in Italia gli immigrati e i loro figli faticano per ottenere la cittadinanza, nel resto d'Europa la situazione non è molto più semplice.
Nell'ultimo secolo il Vecchio continente ha complessivamente cercato di facilitare l'integrazione degli stranieri, affiancando allo ius sanguinis (il diritto alla cittadinanza «per sangue» dei discendenti) altre forme di naturalizzazione. Gli attuali sistemi di riconoscimento mescolano lo ius solis (la cittadinanza concessa agli stranieri nati «sul suolo») a requisiti domiciliari.
PASSO INDIETRO SUI DIRITTI. Tuttavia, con le ondate migratorie degli Anni '90 e dopo la strage dell'11 settembre 2011, ci sono stati anche passi in direzione inversa: Italia - ma anche Germania e Irlanda - hanno fissato nuovi paletti, nell'obiettivo di arginare le richieste in aumento.
Tra i 27 Stati dell'Unione europea (Ue), attualmente solo la Francia ammette dal 1915 lo ius soli, che in Italia è stato proposto dal neoministro all'Integrazione Cécile Kyenge e che in passato era stato auspicato anche dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
IL PRIMATO DEL SANGUE. Escludendo i Paesi nordici, nel resto della Ue i vincoli sono ancora più restrittivi. E lo ius sanguinis resta l'unica prerogativa per ottenere riconoscimento facile, anche quando i richiedenti non vivono nel Paese d'origine da generazioni e ne conoscono a malapena la lingua.
La cittadinanza ai giovani stranieri nati e cresciuti nel Paese d'adozione, invece è, di fatto, irta di complicazioni.

In Francia la richiesta può essere anticipata a 13 anni

Il divario tra la normativa italiana e quella francese è macroscopico. In Italia, infatti, il decreto legislativo 91/1992 non solo ha raddoppiato da cinque a 10 gli anni di residenza necessari per far avere la cittadinanza agli immigrati di prima generazione.
IN ITALIA SI ASPETTA FINO AI 18. Ha anche stabilito che gli stranieri nati nel Paese non possano diventare italiani fino al 18esimo anno di età, a meno che i loro genitori non siano apolidi (senza cittadinanza) o ignoti.
Compiuta la maggiore età, le seconde e terze generazioni possono farne richiesta. Ma hanno un anno di tempo, altrimenti il diritto decade e inoltre devono dimostrare di aver risieduto continuativamente per 18 anni nel Paese: una norma capestro che, in molti casi, rende le domande inaccettabili, anche solo per pochi mesi di vacanza trascorsi all'estero.
FRANCESI PER DIRITTO. In Francia, al contrario, ogni bambino nato da genitori stranieri diventa cittadino appena compiuta la maggiore età, a patto che dagli 11 anni abbia avuto residenza abituale nel Paese per un periodo - continuo o discontinuo - di almeno cinque anni.
Secondo la legge aggiornata al 1998, inoltre, la richiesta di cittadinanza può essere anticipata a 16 anni dagli interessati o addirittura a 13, attraverso la domanda dei genitori.
Nel caso di stranieri naturalizzati francesi, infine, per i figli vale pienamente lo ius soli. La cittadinanza si acquisisce dalla nascita, anche quando, a prescindere dal Paese di cui è originario, almeno uno dei genitori sia nato in Francia.
TEDESCHI PIÙ RESTRITTIVI. Meno proibitive di quelle italiane, ma comunque più restrittive delle francesi, sono le norme tedesche sulla cittadinanza.
Nel 2000, con una legge storica che superò la ius sanguinis, il governo di Gerhard Schröder concesse il diritto anche agli stranieri nati nel Paese, che dovevano però richiedere la cittadinanza entro i 23 anni di età e avere almeno un genitore residente in Germania da almeno otto anni, con permesso di soggiorno permanente da almeno altri tre.
Una riforma al testo varata dal governo di Angela Merkel e in vigore dal 2008 ha poi obbligato le seconde e terze generazioni a scegliere obbligatoriamente, tra i 18 e i 23 anni, tra la cittadinanza tedesca e quella d'origine. Mantenerle entrambe è impossibile.
Anche se la stretta ha creato non pochi malumori tra la comunità di oltre 2 milioni di turco-tedeschi che si sono sentiti ricattati dal governo di Berlino.

Spagna e Austria non accettano la doppia cittadinanza

D'altra parte, fino al 2004 anche l'Irlanda aveva una legge iper-liberista sulla cittadinanza. Salvo poi, per raffreddare i flussi migratori, abolire lo ius soli all'americana, introducendo l'obbligo di residenza sull'isola di almeno tre anni prima della nascita del figlio e rendendo l'iter burocratico più difficoltoso.
LE BARRIERE SPAGNOLE E INGLESI. Come la Germania, nemmeno la Spagna accetta la doppia cittadinanza, al pari di Austria, Danimarca, Paesi Bassi e numerosi Stati dell'Est. E i nati da genitori stranieri sul territorio spagnolo non acquisiscono la cittadinanza, a meno di non essere maggiorenni e avere alle spalle 10 anni di soggiorno regolare.
Madrid chiude un occhio solo per gli immigrati di origine ispanica o dell'ex colonia delle Filippine, ai quali bastano due anni di residenza per ottenere il passaporto iberico.
Nel vicino Portogallo, invece, si diventa cittadini solo per ius sanguinis, mentre la Gran Bretagna permette la cittadinanza ai nati sul territorio nazionale solo a patto che questi vi abbiano vissuto per 10 anni successivi, senza mai assentarsi per più di 90 giorni.
Se uno dei genitori diviene cittadino britannico, il vincolo è allentato. Ma il figlio deve comunque fare richiesta entro i 18 anni e non oltre.

In Svezia basta una dichiarazione, ma bisogna vivere nel Paese da cinque anni

In Belgio, invece, lo ius soli è effettivo solo con la maggiore età o, nel caso in cui i genitori siano residenti nella nazione da almeno un decennio, al compimento dei 12 anni.
Neppure i Paesi scandinavi come la Svezia, tradizionalmente aperti ai diritti agli stranieri, ammettono uno ius soli puro, pur permettendo ai genitori di naturalizzare i minori che vivono nel Paese da almeno cinque anni, attraverso una semplice dichiarazione.
Anche l'Olanda, pur non prevedendo la cittadinanza per nascita sul suo territorio, dal 2003 consente agli immigrati di seconda generazione, che dai quattro anni risiedono legalmente nel Paese, di chiedere e ottenere il riconoscimento in tempi rapidi, attraverso una semplice sottoscrizione.
VINCOLI DI LINGUA E REDDITO. Come in altri Stati, anche nel Nord test linguistici e vincoli di reddito limitano l'ingresso e la permanenza degli stranieri extracomunitari: negli ultimi 15 anni nell'Ue il numero di Paesi che hanno innalzato simili barriere è salito da sei a 16.
In Italia, oltre alla prova linguistica sono aumentati i costi amministrativi dei permessi di soggiorno. E, come in Francia, mediamente gli stranieri aspettano dai 18 mesi a due anni per le procedure di normalizzazione.
In Germania e nei Paesi nordici, l'iter dura al massimo qualche mese.
Ma uniformare, a livello europeo, un panorama così frammentato e complesso è impossibile perché sul diritto di cittadinanza gli Stati membri mantengono un'inalienabile sovranità nazionale. La cittadinanza europea esiste dal 1992, ma non ha annullato le precedenti.

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dado01 07/mag/2013 | 10:39

SANATORIE: MILIONI DI IRREGOLARI IN TUTTA EUROPA
Ecco i dati completi (ma per difetto) delle sanatorie verificatesi in tutta Europa a testimonianza che IN EUROPA VIVONO MILIONI DI PERSONE IRREGOLARI E CLANDESTINE e non esistono paesi virtuosi, fungendo i paesi del Sud Europa sostanzialmente da filtri, ma non potendo arrestare un flusso che è STRUTTURALE e INEVITABILE.
in Italia: nell’’82, ’87, ’90, ‘97/’98, 2002, 2006, 2008, 2009 , 2011 , 2012;
in Grecia: nel 1997, 1998, 2001, 2005, 2007;
in Austria: nel 1990, 1997, 2007;
in Danimarca: nel 1992, 1999;
in Irlanda: nel 2005;
in Lussemburgo: nel 1986, 1994, 1995, 1996, 2001;
in Svizzera: nel 1996, 1999, 2000, 2007;
in Gran Bretagna: nel biennio1974-78, nel 1977, 1998, 2000 e nel 2003;
in Svezia: nel 2005;
in Lituania: nel 1993, 1998 e 2004;
in Spagna: nel biennio 1985-86, nel 1991, 1996, 2000, 2001 e nel 2005;
in Belgio: nel 2000;
in Polonia: nel 2003 e nel 2007;
in Ungheria: nel 2004;
nei Paesi Bassi: nel 1975, 1979, 1991, 1995, 1999, 2002, 2004, 2007;
in Germania: nel 1991, 1993, 1994, 1996, 1999, 2000;
in Portogallo: nel 1992, 1996, 2001, 2003, 2004;
in Francia: nel 1973, 1980, nel biennio’81-82, nel ’91, nel biennio ‘97/’98 e nel 2006,

negli USA: 1942, 1986, 1988, 1989, 1994, 1997, 1998, 2000, 2004.

In periodo di crisi paesi d'immigrazione come l'Italia sono divenuto paesi di emigrazione poiché or tanto gli italiani quanti gli immigrati vanno all'estero a cercare lavoro.

dado01 07/mag/2013 | 10:16

IUS SOLI: IL VERO NODO E' L'ENTRATA LEGALE NEL PAESE
E' sbagliato attribuire troppe aspettative allo ius soli. Se è vero che un bambino nato in Italia che spesso parla italiano meglio dei nostri figli, frequenta le stesse scuole è sostanzialmente italiano (non vi è alcuna differenza), il funzionamento della disciplina dell'immigrazione è largamente indipendente da questa variabile. Ciò lo si vede dal meccanismo delle sanatorie diffuse in tutta Europa indipendentemente dal fatto che la cittadinanza risponda ad uno ius soli o ius sanguinis. Es. comparando l’Italia (dove le sanatorie si sono verificate nell’’82, ’87, ’90, ‘97/’98, 2002 (con la legge Bossi-Fini), 2006, 2008, 2009 , sino a quella del 2011 in pieno governo di centro-destra e a quella del 2012 di Monti) e Francia (nel 1973, 1980, nel biennio’81-82, nel ’91, nel biennio ‘97/’98 e nel 2006, addirittura durante il governo di centro-destra di Sarkozy) oppure gli USA (1942, 1986, 1988, 1989, 1994, 1997, 1998, 2000, 2004) si vede inequivocabilmente che entrano, vivono, lavorano in nero milioni di persone nella completa invisibilità sino all'inevitabile SANATORIA che rappresenta il PRIMO MOMENTO DI CONTROLLO (ex post). E' chiaro che è una questione più ampia che ha il suo nodo nel nesso lavoro-entrata che impone per l'entrata regolare l'esistenza di un contratto di lavoro che non si può però avere se non si incontra prima in loco il datore di lavoro. Infatti, è l'ENTRATA REGOLARE il vero impensato di questo sistema, cosa che comporta rimanendo invariabili i flussi migratori (sia per la richiesta di manodopera a basso costo sia per l'esistenza di povertà e persecuzioni nel Sud del mondo) che questi si dispieghino necessariamente nell'irregolarità. A questo va aggiunto che il meccanismo delle espulsioni che dipende anche dall'accettazione dei paesi di partenza e comporta enormi costi sia economici sia per la macchina di una giustizia al collasso non possano funzionare. In sintesi: politiche restrittive producono immigrazione irregolare, escludono i controlli e scaricano i costi dell'integrazione sulla popolazione. Ogni politica migratoria seria implica investimenti e controlli (ex ante) e soprattutto una DISCIPLINA DELL'ENTRATA LEGALE NEL TERRITORIO che sia verosimile e fattibile, altrimenti è una TRUFFA.

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