Unione europea, lobby al lavoro

Il registro Ue funziona su iscrizione volontaria. Senza controlli.

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18 Marzo 2014

da Bruxelles

Chi vuole conoscere Bruxelles può avventurarsi in percorsi turistici di ogni tipo: c’è quello del cioccolato, della birra, dei fumetti, dei monumenti storici, dell’art noveau. Ma il tour più tradizionale che offre la capitale europea è quello delle lobby.
Olivier Hoedeman, ogni settimana, ne organizza uno intorno al quartiere europeo, con tanto di guida Lobby planet.
REGISTRO DELLE LOBBY DAL 2011.  Più che un cicerone, Hoedeman è un watchdog (cane da guardia): fondatore dell’associazione no profit Corporate Europe observatory (Ceo), da 20 anni osserva, monitora e denuncia la mancanza di trasparenza delle lobby che ruotano intorno alle istituzioni europee condizionandone le decisioni.
Un obiettivo difficile visto che solo dal 2011 esiste un Registro per la trasparenza, istituito dalla Commissione europea e dal parlamento, in cui tutte le lobby sono invitate a iscriversi dichiarando i loro interessi, le risorse investite nell’attività di lobbying e quelle guadagnate.
IL 30% NON SI È ISCRITTO. Peccato che molte non abbiano raccolto l’invito, visto che la scelta è volontaria: a marzo 2014 il registro conta 6.370 tra organizzazioni, aziende, sindacati e think tank.
Tante, ma «all’appello ne manca almeno il 30% e quelle iscritte spesso cercano solo fondi», ha più volte denunciato Alliance for lobbying transparency and ethics regulation (Alter Eu), l’associazione che riunisce oltre 200 organizzazioni della società civile e dei sindacati e che da anni chiede un regolamento più severo per una lobbying trasparente. Il modello da cui prendere esempio sono gli Stati Uniti, dove dalla metà degli Anni 90 l'iscrizione al registro delle lobby è diventata obbligatoria.
BISOGNA MODIFICARE I TRATTATI. Per esportare il modello, «la Commissione europea dovrebbe modificare l’attuale articolo 352 del Trattato sul funzionamento dell’Ue. E se questo non fosse possibile, il parlamento europeo dovrebbe adoperarsi affinché sia creato un nuovo registro sulle attuali basi legali», si legge in una lettera inviata al presidente del parlamento europeo Martin Schulz da Rainer Wieland, eurodeputato tedesco dell'Unione cristiano-democratica (Cdu), a capo del gruppo di lavoro creato per coordinare il processo di revisione.
L'articolo 352 infatti richiede l'unanimità in seno al Consiglio europeo dei 28 Stati membri, che al momento però non è coinvolto nel Registro comune per la trasparenza.
NON SI CONTROLLANO LE INFORMAZIONI. Le proposte, tuttavia, sono rimaste inascoltate: «Le lobby vere attive in Europa non compaiono», ricorda Hoedeman. Alter Eu per esempio ha contato «500 aziende che hanno uffici di rappresentanza a Bruxelles e almeno 100 di loro non sono registrate».
La più famosa è Goldman Sachs. «Nel 2012 ha incontrato per ben tre volte il commissario degli Affari economici Olli Rehn, insieme hanno parlato della crisi europea ma non abbiamo altre informazioni», aggiunge.
Insomma, c’è chi decide di rimanere nell’ombra. E anche quando esce alla luce del sole, spesso lo fa solo a metà, omettendo spese e ricavi, perché non c'è alcun controllo delle informazioni inserite nel registro.

Un'azienda può spendere circa 20 mila euro al mese in lobbying

A marzo 2014 il Registro per la trasparenza  istituito dalla Commissione europea e dal Parlamento conta 6.370 iscritti tra organizzazioni, aziende, sindacati e think tank.

A marzo 2014 il Registro per la trasparenza istituito dalla Commissione europea e dal Parlamento conta 6.370 iscritti tra organizzazioni, aziende, sindacati e think tank.

Ma quanto costa l'attività di lobbying  presso le istituzioni dell’Ue? Secondo il cane da guardia Hoedeman, «una media di 20 mila euro al mese». Anche se ci sono grandi industrie che spendono molto di più e «lobbisti senior, di grande esperienza, che prendono anche 1.000 euro all'ora».
Eppure a guardare il registro i costi dichiarati per l'attività diretta di rappresentanza sono molto contenuti.
I CONTI RIDIMENSIONATI. La European chemical industry council (Cefic, Associazione delle industrie della chimica), per esempio, all'inizio dichiarava di spendere meno di 50 mila euro all'anno, «ma il loro bilancio era di circa 45 milioni di euro», come rileva l'associazione Corporate Europe observatory, che anche in quell’occasione con Alter Eu segnalò alla Commissione l’anomalia.
Nel 2009 la Cefic è stata sospesa dal registro e riammessa solo dopo aver corretto la voce sulle spese di lobbying: nel 2013 hanno dichiarato 5,9 milioni, «comunque ancora una cifra molto ridotta rispetto alla loro forza».
Perché, ricorda Hoedeman, «Cefic è uno dei giocatori chiave nella battaglia delle industrie contro il sistema di controllo delle sostanze chimiche previsto dal Regolamento europeo Reach e dal pacchetto clima che prevede la riduzione delle emissioni e il sistema Ets (emission trading system, il mercato delle emissioni, ndr)».
LA SHELL DICHIARA SOLO 4,2 MILIONI. Anche Shell dichiara di spendere in lobbying 4,250 milioni di euro all’anno, quasi quanto l’Eni (spesa dichiarata pari a 4 milioni), di dimensioni più modeste.
Molti preferiscono sembrare più piccoli di quello che sono per passare inosservati. Gli esempi abbondano: anche Business Europe, la federazione che raccoglie 41 associazioni industriali di 35 Paesi, «all’inizio dichiarava appena 200 mila euro per la sua attività di lobbying: ora hanno corretto con 4 milioni, ma è ancora poco».

Molte aziende mascherano la loro reale attività nel registro

Olivier Hoedeman.

Olivier Hoedeman.

Oltre a inserire dati farlocchi, c’è poi chi si iscrive sotto una categoria ma in realtà ne rappresenta un’altra.
Un esempio è dato dai think tank: nel registro figurano ben 451 centri di studio, istituti accademici e di ricerca. Molti lo sono davvero, ma altrettanti passano per osservatori indipendenti e neutrali che analizzano che cosa succede in Europa e «in realtà sono il front group di industrie, governi, organizzazioni che vogliono fare lobby», spiega Hoedeman.
I BIG DEL WEB MASCHERATI DA CENTRI STUDI. Un esempio: nel 2013 l'European privacy association, che si occupa di riservatezza dei dati personali, si iscrisse al registro come think tank. Organizzavano eventi al parlamento sulla legislazione in materia di privacy, ma non promuovevano una stretta legislativa per una maggiore protezione dei dati, bensì il contrario.
Dopo varie lamentele sul fatto che dietro il think tank ci fossero in realtà giganti del web quali Facebook e Yahoo, Corporate avviò un'indagine. Risulto così che il think thank era in realtà era finanziato da 10 aziende del settore digitale.
Dopo la denuncia, la Commissione spostò la posizione dell'European privacy association nel registro dalla categoria “think tank” a quella “industrie”. Ora nella descrizione dell'associazione c'è un link che rimanda ai supporter. Tra questi: Google, Microsoft, Yahoo, Facebook.
ANCHE YANUKOVICH AVEVA UNA LOBBY. Anche il governo ucraino aveva un  centro studi: Centre for the modern Ucraine, «un nome che poteva dire tutto e niente, in realtà si occupava di difendere gli interessi di Yanukovich, criticavano Timoshenko e difendevano il regime organizzando eventi e rapporti che diffondevano sui social media».

Almeno 20 studi legali anglosassoni fanno lobbying dietro le quinte

La sede della Commissione europea a Bruxelles.

(© Gettyimages) La sede della Commissione europea a Bruxelles.

Ma nonostante le omissioni e le revisioni, a preoccupare di più sono le organizzazioni che compaiono appena, i poteri invisibili.
A partire dagli studi legali. Nel registro se ne contano solo 67 (a fronte di 127 sindacati, 870 imprese e gruppi, 485 società di consulenza, 36 organizzazioni rappresentative di chiese e comunità religiose, 163 enti pubblici o misti, 451 centri di studio, istituti accademici e di ricerca). Operano per grandi clienti, aziende, banche, multinazionali, «e con la scusa del segreto professionale non solo non si registrano ma quando lo fanno spesso non dichiarano chi sono i loro clienti e i costi della loro attività di lobbying per una questione di privacy», spiega il fondatore di Corporate Europe observatory.
IL LAVORO PER CHI NON VUOLE ESPORSI. Nel 2013 la sottocategoria che ha registrato il minore tasso di crescita degli iscritti è stata proprio quella degli studi legali. Potentissimi, come negli Stati Uniti. Ma, a differenza che in America, a Bruxelles se un'azienda vuole fare lobby e restare nell’anonimato basta che si rivolga a uno studio legale. Tra i più noti, e abili nell'approfittare delle norme europee meno severe, ci sono Covington&Burling (con uffici a Londra, Bruxelles, New York e Washington), così come Baker Botts (15 filiali, dalla Cina al Sudamerica) e Hogan Lovells (40 uffici, anche a Roma e a Milano)
LA SPINTA SUGLI ACCORDI COMMERCIALI. Stando ai dati di Corporate Europe observatory una ventina dei più potenti studi legali che fanno lobbying a Bruxelles sono americani e britannici, hanno (almeno) una sede nel quartiere europeo e si occupano soprattutto del Transatlantic trade and investment partnership (Ttip), gli accordi di libero scambio tra Stati Uniti ed Europa, al centro degli interessi di numerose aziende e multinazionali.
A dicembre 2013, Denis Redonnet, capo unità alla Commissione europea per la Strategia del commercio è stato invitato a un briefing proprio sul tema. L'evento è stata promosso e ospitato dallo studio legale statunitese Clearly Gottlieb, noto per l'attività di lobbying a Washington (tra i suoi clienti la banca Citigroup e l'associazione internazionale di banchieri Institute of international banker).
Peccato che Bruxelles Gottlieb non risulti nel registro delle lobby, aggiornato a ottobre 2013. «La mancata trasparenza degli studi legali era uno dei temi sul tavolo, ma non è stato fatto praticamente niente», conclude Hoedeman.

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