Unioni civili, maggioranza autosufficiente anche senza Ala

I verdiniani votano la fiducia. E l'esecutivo vola a 173 voti. Ma la vecchia maggioranza sarebbe bastata.

25 Febbraio 2016

Denis Verdini nell'aula del Senato durante la votazione di fiducia sul ddl in materia di unioni civili.

(© Ansa) Denis Verdini nell'aula del Senato durante la votazione di fiducia sul ddl in materia di unioni civili.

Sulla strada della sua approvazione a Palazzo Madama, il ddl Cirinnà ha perso la stepchild adoption e l'obbligo di fedeltà. È stato il prezzo da pagare per poter passare il vaglio del Senato, che il 25 febbraio ha detto sì al nuovo testo con 173 sì e 71 no.
SOPRA LA MAGGIORANZA ASSOLUTA. Un voto che ha portato l'esecutivo 12 punti sopra la maggioranza assoluta di Palazzo Madama, sancendo anche la nascita di un nuovo asse, con Ala che per la prima volta ha votato una fiducia al governo.
Un'arma a doppio taglio per il Partito democratico, incalzato dalle opposizioni che ora ritengono quei 18 voti verdiniani indispensabili per la tenuta dell'esecutivo.
Ma per i dem, quelli di Ala sono solo voti «aggiuntivi».
MANCANO TRE VOTI DEM. In compenso, il 25 febbraio, il Pd ha perso tre dei 111 voti su cui conta normalmente, quelli dei senatori Felice Casson, Luigi Manconi, entrambi contrari al testo, e Sergio Zavoli, assente per motivi di salute.
Manconi ha annunciato la propria defezione - ma solo sul provvedimento - in quanto non condivide «lo spirito» del testo approvato dai suoi colleghi. Sulla stessa linea d'onda il collega Casson: «Non partecipo al voto sulle unioni civili perché non condivido la soluzione trovata né politicamente, né costituzionalmente», ha dichiarato prima del voto.
AP CON SEI VOTI DI MENO. Dei 32 parlamentari di Area popolare, 26 hanno votato a favore. Sei gli assenti: Albertini, Di Biagio, Esposito, Formigoni, Marinello e Sacconi, tutti contrari alle unioni civili.
Quattro voti a favore del governo sono arrivati dal gruppo dei 15 senatori di Grandi autonomie e libertà: si tratta di Paolo Naccarato, Michelino Davico, Riccardo Villari (in predicato di passare a Ala) e del sottosegretario all'istruzione Angela D'Onghia.
Dodici voti sono arrivati dal gruppo Per le autonomie, composto da 19 senatori (tra i sì quello dell'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano). Sempre nel gruppo delle Autonomie sono sette quelli che non hanno votato (tra questi il sottosegretario Riccardo Nencini, assente per motivi personali e non politici). Altri cinque voti per il governo appartengono al gruppo Misto: il sottosegretario Benedetto Della Vedova, i parlamentari Alessandra Bencini, Maurizio Romani di Italia dei Valori, l'ex grillina Serenella Fucksia e il senatore a vita Mario Monti.
LA MAGGIORANZA SI SAREBBE FERMATA A 155. A conti fatti la maggioranza di governo si sarebbe assestata a 155 voti. Il provvedimento sarebbe passato in ogni caso in quanto il quorum era di soli 123 voti a favore. I voti contrari sono stati 71: Lega, Forza Italia e Sinistra ecologia libertà.
All'appello mancano i 35 voti contrari alla fiducia del Movimento 5 stelle: i pentastellati sono usciti dall'Aula per sottolineare la loro opposizione nei confronti dell'esecutivo e non del provvedimento. Il contributo di 18 voti favorevoli di Ala ha comunque permesso a Renzi di superare la soglia psicologica (decisiva solo nel caso di votazioni con la richiesta di maggioranza assoluta) di 161 voti.

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