Varoufakis: «Fate la rivoluzione a Berlino»

L'ex ministro greco parla a L43 del suo movimento Diem. Obiettivo: «Una nuova Europa nel 2025». Come? «Non lo so ancora». Ma l'austerity Ue è «una guerra di classe». 

di Attilio De Alberi

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09 Febbraio 2016

da Berlino

Gettò la spugna come ministro delle Finanze per la Grecia di Tsipras, dopo sette mesi di estenuanti negoziazioni con la Troika e soprattutto dopo che, nonostante l’Oxi del popolo greco, si giunse alla firma del Terzo Memorandum. Ma, sebbene lo accusino di pensare solo a far soldi come conferenziere, ospite televisivo e scrittore, Yanis Varoufakis non ha ancora gettato la spugna nella sua lotta per un'Europa «diversa».
«UNA NUOVA EUROPA PER IL 2025».  «Abbiamo bisogno di un'impennata di democrazia», è il suo mantra. E con questo refrain è arrivato a Berlino per lanciare ufficialmente il suo Diem25 (Democracy in Europe Movement). Un movimento (non un partito) che non si limita alla lotta nella sua Grecia ormai, secondo lui, fermamente sotto il tallone della Troika.
Il numero 25 sta per l’anno 2025, la scadenza operativa che Varoufakis si dà per ottenere una «nuova Europa». Dieci anni dopo quel 2015 che secondo lui «passerà alla storia» per le vicende greche come per le reazioni alla crisi dei migranti. «Motivo per cui», dice, «ho apprezzato pubblicamente quello che ha fatto la Merkel nel contesto dei rifugiati». Ma ci tiene a precisare: «Almeno in quel momento».
«DOBBIAMO RICOMINCIARE DA CAPO». Nella capitale tedesca, l'ex ministro ha accettato l’invito a un seminario organizzato da Blockupy, il movimento di protesta contro l'austerity. Si è presentato con il suo solito stile elegante casual: lunga camicia viola fuori dai pantaloni, strictly no jacket. E, di fronte a una folla di entusiasti attivisti tedeschi e anche a un nutrito drappello di italiani, ha argomentato: «Il nostro movimento appare utopistico anche a noi stessi, ma la sola alternativa è la terribile distopia che si sta svolgendo sotto i nostri occhi, mentre la Ue si sta disintegrando».
Sconfitto, dunque, ma non arreso: «Bisogna ragionare come un uomo d'affari che fallisce in un'impresa, ma che poi si dà da fare per cominciarne un'altra», ha spiegato a Lettera43.it, «Lo stesso vale per noi della sinistra».

 

  • Yanis Varoufakis a Berlino con il movimento Blockupy (Gettyimages).


DOMANDA. Cosa prova, a distanza di molti mesi, a ripensare al processo che l'ha portata a dimettersi?
RISPOSTA. Tutt'ora molta rabbia. Il terzo Memorandum è stato il peggiore, non tanto per l'aspetto contabile, ma perché, soprattutto dopo l’Oxi, non ha preso minimamente in considerazione la volontà popolare, tutto quel movimento di base che aveva portato al potere il governo di Syriza.
D. E adesso?
R. Ora bisogna ricominciare da capo e dopo tante sconfitte si può arrivare forse a una vittoria.
D. Quanto è forte il suo 'nemico'?
R.  Meno di quel che pensiamo e la sua attitudine repressiva ne è una prova. Anche i regolari borghesi liberali cominciano a vedere le falle nel sistema e a opporsi a quella frammentazione di cui parlavo. Siamo chiari: non sto invocando una rivoluzione comunista, ma semplicemente il rispetto della democrazia liberale borghese.
D. A proposito di comunisti, Lenin diceva che a volte bisogna fare un passo indietro per poi poter fare due passi in avanti. Questo si applica alla politica del 'compagno' Tsipras? 
R. Beh, innanzitutto devo precisare che qualsiasi mia dichiarazione non va vista come un attacco personale a Tsipras. Detto questo bisogna guardare alla sostanza legale del Terzo Memorandum. Esso contiene una clausola molto importante: il governo greco dovrà essere d’accordo a priori con qualsiasi decisione proveniente dalla Troika. 
D. Quindi non c’è via d’uscita? 
R. No, il governo di Tsipras si è chiuso in una gabbia.
D. Cos’è per lei la democrazia?
R.
Insisto molto nel citare Aristotele: la democrazia è la volontà maggioritaria espressa da poveri. Un altro modo per dire che non c'è vera democrazia senza che si dia ascolto alla voce dei più deboli, senza che si dia importanza alle istanze sociali di un popolo. L'aristocrazia ateniese non capì il vero significato di democrazia e si giunse all'oligarchia.
D. E cos’è il «deficit di democrazia» con cui descrive l'Europa dei nostri giorni?
R.
È appunto questa mancanza di ascolto: una presunzione a priori, per cui le decisioni chiave sono prese unilateralmente dalle banche, dagli oligopoli, dalle burocrazie, con l'assistenza complice dei media. L’esempio classico potrebbe essere, in un futuro vicino, l'arrivo del Ttip. La democrazia in Europa è senza demos: c'è tanto demos quanto c'è ossigeno sulla luna.
D. Per questo parla di 'disintegrazione' dell’Ue?
R. L'Europa di oggi mi ricorda molto quella degli Anni 30, l'Europa della Depressione a seguito del crash a Wall Street del 1929. Abbiamo avuto la crisi finanziaria del 2008 e fondamentalmente non ci siamo ancora risollevati, visto l’insistenza su una politica di austerity. Ma ora vediamo a cosa sta portando questo: frammentazione, misantropia, intolleranza, xenofobia. 
D. Ci dia la sua versione: cos'è l’austerity?
R.
È ironico che si parli di austerity quando uno dei motivi per cui diedi le dimissioni come ministro delle Finanze fu proprio per tutti i miliardi che la Troika voleva concedere al mio paese. A certe condizioni, ovviamente. Possiamo parlare quasi di prodigalità. Ebbene, in realtà questa austerity di cui tanto si parla altro non è che un'enorme copertura di quella che è in realtà una guerra di classe, laddove insieme a una redistribuzione della ricchezza si assiste a una fuga dalla democrazia.
D. E quindi?
R. Bisogna reagire. Ci vuole un nuovo inizio. Le generazioni europee degli Anni 30 vennero accusate a posteriori di aver capitolato. Non possiamo permetterci di ripetere questo errore. 
D. Quale può essere il contributo del suo Diem?
R. Questo movimento vuole essere un'infrastruttura che raccoglie tutte le voci e tutti i movimenti di base, dalla Grecia all’Irlanda, e dalla Spagna alla Polonia, in lungo e in largo per il continente europeo con il preciso intento di far nascere una vera democrazia.
D. Sì, ma come?
R.
Non lo so ancora (lo dice con un sorriso, ndr). Lo scopriremo insieme. È un work in progress trasparente e trasversale, senza una gerarchia, per cui non posso sapere o decidere io per tutti su come procederà esattamente questo progetto.
D. Lei si definisce ‘marxista sui generis'...
R. Sono un marxista imprevedibile, liberale. E anche un po' anarchico. 
D. Che consiglio darebbe ai politici europei?
R. Se necessario dare le proprie dimissioni piuttosto che farsi cooptare in decisioni che vanno contro il motivo per cui sono stati votati.
D. Visto che si parla di un movimento paneuropeo, come può per esempio un tedesco aiutare la Grecia in questo suo momento difficile?
R.
Mi sovviene la riposta data da Ho Chi Min a l'allora segretario del partito comunista francese in visita nel Vietnam durante la lotta per l'indipendenza negli Anni 50 alla domanda: «Cosa possiamo fare per voi?». Il leader vietnamita rispose: «Fate la rivoluzione in Francia».
D. Darebbe la stessa risposta?
R. Sì, ecco perché sono a Berlino (altro sorriso, ndr).


Twitter @AttilioWhite

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