Stili di vita
omosessualità
Scusa se ti chiamo frocio
Da Zappa a Bukowski, gli artisti censurabili per omofobia.
di Bruno Giurato
Quante parole da censurare, quante coperture audio e video
strategiche da quando la preferenza sessuale è diventata un
fatto civile, etico e politico. È un'esigenza tutta
postmoderna quella di riformare il linguaggio pensando di
cambiare le cose. Figlia un po' delle svolte linguistiche
della filosofia, un po' dello slogan secondo cui «il
personale è politico» e, infine, un po' anche dell'idea
magica secondo cui basta non nominare una cosa e quella
sparisce.
Fatto sta che, fino a pochi anni fa, nel mondo meraviglioso della
lingua e delle immagini, ci si potevano prendere lussi e libertà
che ora sarebbero degno target di mordacchia. Censure che, per
alcuni, rappresentano il contrappasso laico alle braghette
dipinte sui nudi della cappella Sistina, mentre per altri sono
una salutare bacchettata contro il mostro omofobico.
Maestri del pensiero omofobo
Se non fosse già canonizzato tra i classici, uno come Alberto
Arbasino non potrebbe definire il Gay pride «giornata
dell'orgoglio del sedere», né forse potrebbe scrivere, come
in Fratelli d'Italia, che la letteratura omosessuale
è settoriale «come quella sui funghi e sul Molise». Si tratta
quasi sempre di censure che si appuntano su una parola, o meglio
su tutte le parole che non siano quella entrata nell'uso
comune: “gay”. Qualsiasi sinonimo è sconveniente, inusabile.
Censurabile Aldo Busi, che in un'intervista a Gay Tv
ha dichiarato: «Già la parola Gay è orribile. Io da 20 anni
dico: ma gay chi? Ma gay sarà tua sorella».
DA ZAPPA AGLI SQUALLOR. Censurabile e censurando
un libertario come Frank Zappa, anzi la sua canzone He's
so gay, che dal vivo era suonata con corredo di parrucche e
mossette tipiche degli eterossessuali che “fanno le checche”:
roba da infarto per la correttezza politica. Che, anzi, favorisce
un'immagine stereotipata e razzista dell'omosessualità:
«Naturalmente, la serata non è completa/ senza un po' di
carne nel sedile […] Magari il suo amante lo ringrazierà per
il modo in cui riesce a farlo schizzare in gocce di pioggia
dorata». Censurabili anche i versi di Elio e Le storie Tese:
«Mi presento son l'orsetto ricchione/ e come avrai intuito
adesso t'inc...» e non per l'ultimo verbo prima persona
singolare, ma per la parola «ricchione», forse da sostituire
con l'ugualmente trisillabo «gaygaygay». Sempre meglio di
XXXXXX. Omofobicissima questa scena degli Squallor. Ci stupiamo
del fatto che qualcuno non l'abbia segnalata su Youtube per
contenuto inappropriato (guarda il video sotto).
Si tratta di canzone, gioco, cabaret anche da osteria (vedi Squallor). Certo, se Elio si fosse presentato a Sanremo con la canzone dell'orsetto «gaygaygay» (era Il vitello dai piedi di balsa) avrebbe scatenato il mondo, ben più di Luca era gay di Povia nel 2009. Ma si sa che Sanremo, fin dalle origini, è il tempio del moralismo. Una volta clericodestrorso, adesso laicononsisa. Intanto, la canzone Money for nothing dei Dire Straits è stata censurata nel 2011 dalla Cnbc per la frase little faggott» Se ne sono accorti con 25 anni di ritardo: la canzone è del 1985. Ma, a guardare bene, il campo della censura a distanza di tempo sarebbe infinito.
Pagine di letteratura censurabile
C'è poi tutto un mondo censurabile, anzi censurando, nella
letteratura Di Alberto Arbasino abbiamo già parlato. C'è
una legione di scrittori linguisticamente scorretti, anche
recenti, che passano un po' per incuria, un po' perché
le frasi censurabili sono protette dall'alone della finzione.
Così, Isabella Santacroce in Fluo: «Al bar Lina ci
vanno un sacco di froci. Froci-froci e froci non proprio froci
[...] Non capisco perché i froci debbano sempre strillare come
galline e atteggiarsi a donnicciuole anni Cinquanta appena uscite
dal parrucchiere».
Ma qui appunto c'è la certezza che stia parlando un
personaggio, quindi una creatura di fantasia. Come in Pochi
inutili nascondigli di Giorgio Faletti: «Se te lo dico,
quella checca isterica è già partita ventre a terra prima che
io abbia staccato l'impermeabile dal chiodo». Per non
parlare dei libri Usa: dai Beatnik (termine con cui veniva
definita in modo sprezzante la Beat Generation) in poi, è tutto
pieno di escrescenze linguistiche come faggot e
similari.
DA BUKOWSKI A KEROUAC. Grandi classici, mica
Faletti. Da censurare Charles Bukowski, John Fante, Jack Kerouac
(che era anche destrorso, come
Carlo Giovanardi). Da censurare Eduardo De Filippo di
Cantata dei giorni dispari: «Questo è un fetente
ricchione». «'O ricchione si' tu». «Va bene, siete
ricchioni tutti e due». Ma si trattava, in questo caso, di
napoletano retrogrado, non gay ma terrone sì. Da non censurare,
invece, i monaci di cui scrive Hans Robert Curtius in
Letteratura europea e Medioevo latino, un classico della
filologia. Curtius racconta che, da un certo periodo in poi,
l'ode omosessuale al bel ragazzo fosse diventato una voga e
uno stile, quasi un genere letterario tra gli scriptoria
dei monaci medievali.
Deviazioni tutte clericali che creano più confusione che altro.
Restiamo laici. Con tante espressioni possibili, ritenere che
siano tutte offensive tranne gay è quantomeno limitante (&
militante). In ogni caso, poco laico. Un po' come «fare i
froci col culo degli altri», insomma.
Sabato, 07 Maggio 2011
(1)
Che articolo disgustoso e falso. Le parole sono pietre. Feriscono quando ti gridano "frocio" nei corridoi del liceo esattamente come quando le senti in televisione. Al contrario di quanto ridicolmente sostiene l'autore la televisione contemporanea è piena di insulti ai gay. Mi chiedo se l'autore difendereebbe anche l'uso di epiteti e battute offensive contro gli ebrei o i neri.
Per scrivere articoli così non c'era bisogno di fondare un nuovo giornale, bastavano Libero e Il Giornale.
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