Tivù

Il lavoro diventa talent

Su La7 uno show che regala un contratto al vincitore.

di Daniela Faggion

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22 Febbraio 2011

Il lavoro è uno spettacolo… certo, a trovarne uno che piaccia e soddisfi, per il quale si venga regolarmente assunti e retribuiti. Proprio il percorso verso questa ambitissima meta diventa ora il programma de La7 Il contratto – Gente di talento, in onda da martedì 22 febbraio. E non mancano i dubbi sull’opportunità di trasformare in uno show televisivo una questione delicata come la ricerca di un posto in un Paese come il nostro, con il 29% di disoccupazione giovanile. Gli autori però assicurano: «Qui non si vince niente, lavora solo chi lo merita davvero».
FRA REALITY E TALENT SHOW. L’idea di partenza è quella di mostrare come persone diverse arrivino a realizzare il loro sogno professionale attraverso un iter meritocratico e senza “scorciatoie” (lèggi: parenti, buone parole, scollature).
In ognuna delle dodici puntate viene presentato il caso di un’azienda che, cercando davvero un lavoratore, ha messo un annuncio tradizionale e ha autonomamente selezionato tre candidati finali (guai a chiamarli concorrenti!).
«Fino a questo punto noi non siamo intervenuti», ha spiegato a Lettera43.it Lorenzo Torraca, uno degli ideatori e autori del programma: «Quando le persone hanno inviato il cv de Il contratto non c’era neanche l’idea. Solo quando sono state scelte, perché avevano i requisiti, non in quanto telegeniche, abbiamo chiesto la loro disponibilità a essere seguite dalle telecamere nell’ultima parte del percorso: la settimana di training con un tutor in azienda e il colloquio finale, che avviene in trasmissione».
TUTTI A LEZIONE DI MOTIVAZIONE. In questi sette giorni, vita in una stessa casa (senza Confessionale o eliminazioni) e lezioni con un coach motivazionale che ascolta le difficoltà, spiega come comportarsi, dà lezioni di public speaking. Quindi, se non è un reality, assomiglia almeno un po’ a un talent show. «In realtà il nostro è un intento formativo e di servizio, visto che non esistono programmi che spieghino come affrontare un colloquio, organizzare un progetto, gestire le situazioni di stress», ha continuato Torraca, che ha garantito: «Quello che si impara guardando il programma lo si può applicare in qualunque mestiere».
UN CONTRATTO PER PREMIO. Queste intenzioni sembrano buone, ma il terreno è davvero scivoloso visto quanto il lavoro è divenuto oggetto di marketing negli ultimi anni, con supermercati che mettono in palio contratti annuali con il gratta e vinci o l’estrazione di una cartolina e quotidiani locali che hanno offerto un posto di lavoro (non certo da giornalista) a fronte di una raccolta punti. In Gran Bretagna poi, il programma The Apprentice (L’apprendista, ndr) su Bbc è dichiaratamente un reality, con quindici concorrenti che lottano strenuamente per un posto da assistente dell’imprenditore Sir Alan Sugar. 

Il merito come criterio di selezione almeno in tivù

Il lavoro è stato considerato in maniera diversa dalle diverse teorie», ha spiegato Domenico De Masi, sociologo del Lavoro all’Università La Sapienza di Roma: «Il liberismo lo considera una merce come tutte le altre; la tradizione cattolica lo vede come un castigo; il marxismo come l’essenza dell’uomo e quindi come qualcosa che non si può trattare come le altre merci. Una trasmissione che si propone di valorizzare selezione, merito e orientamento potrebbe essere preziosa», ha continuato De Masi, «sempre che la fascinazione televisiva non prenda il sopravvento. Di certo», ha concluso, «questo tipo di spettacolarizzazione dimostra che l’offerta di lavoro è inferiore alla domanda, come in troppi sanno».
UNA GARA A TRE. «L’idea dell’infotainment non mi è mai piaciuta», è intervenuto Walter Passerini, storico direttore di Corriere Lavoro, primo inserto di un quotidiano a occuparsi specificamente di questo settore, e inventore di analoghe pubblicazioni al Sole 24 Ore, Italia Oggi e ora a La Stampa. «Il lavoro diventa una lotteria perché alla fine il modello televisivo propone comunque una gara fra tre soggetti, che hanno avuto la fortuna di andare in tivù».
Il discrimen positivo potrebbe essere, ha continuato Passerini, «quanto la trasmissione diventerà strumento di formazione e sportello di opportunità non tanto per chi partecipa ma per lo spettatore da casa, magari segnalando la domanda di altri posti di lavoro, altrimenti è solo fiction».
FAR WEST TELEVISIVO. Perché la tivù di Stato è così assente in questo settore, visto che l’interesse sul tema di certo non manca? «Ci sono stati esempi virtuosi in questo senso» – La grande occasione, Articolo 1, Okkupati, Eureka – che la Rai ha smesso di fare quando la pubblicità è diventata il solo driver, né più e né meno di Mediaset. Nel vuoto colpevole del servizio pubblico colpevole era naturale che si “intrufolassero” i privati, che sono i benvenuti a patto che non facciano solo furbo entertainment furbo. Oggi, con il digitale, si dovrebbe seriamente pensare a un canale tematico pubblico dedicato a lavoro e formazione, perché gli ascolti sarebbero elevatissimi».
E come si dovrebbe costruire un vero programma di servizio e orientamento sul mondo del lavoro? «Il segreto sta nel mix tra informazione, servizio, comunicazione: informazione vera e utile, servizio nelle indicazioni pratiche, comunicazione come cambiamento di culture del lavoro e dei comportamenti». E di cambiamento nel mondo del lavoro si dovrebbero occupare seriamente le istituzioni, ben prima della tivù.

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