Fabiana Giacomotti

LA MODA CHE CAMBIA

Non sono una caramella, non mi avvolgo nel velo

La pericolosa campagna simbolica lanciata dalle islamiche per la giornata dell’hijab.

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30 Gennaio 2016

Il primo febbraio è la giornata mondiale dell’hijab.

Il primo febbraio è la giornata mondiale dell’hijab.

Impegnati come siamo stati tutti in Italia col Family Day (io tutta questa folla di mamme, babbi e passeggini regolamentari non l’ho vista, ma forse ero troppo impegnata con le sfilate di Altaroma e sono sfrecciata distrattamente dalle parti del Colosseo, chissà) non ci siamo accorti che il primo febbraio è la giornata mondiale dell’hijab. Per il terzo anno consecutivo, noi tutte donne non musulmane siamo invitate a coprirci il capo per vedere, come avrebbe detto Enzo Jannacci, «l’effetto che fa», e poi commentare all’hashtag #worldjihabday.
CAMPAGNA LANCIATA CONTRO L'ISLAMOFOBIA. Nazma Khan, la newyorkese di origini pakisthane che ha lanciato la campagna urbi et orbi (perdonate il lessico di matrice cattolica, sarò politicamente corretta e userò l’espressione worldwide), ha spiegato in questi giorni ai media che il gesto avrà innanzitutto un valore di protesta contro l’islamofobia - e già questo punto meriterebbe un’analisi - e quindi di consapevolezza per le donne che sceglieranno di coprire la testa per un giorno sotto un velo: «Una scelta che non ci mortifica, ma che ci dà libertà», dice, «proteggendoci dagli sguardi maschili, impreziosendoci come perle nell’ostrica».
IL VELO RETAGGIO CRISTIANO PRIMA CHE MUSULMANO. Le poche righe di questo articolo non sarebbero mai sufficienti a sviscerare, anche molto parzialmente, un tema cardinale dell’opposizione fra il pensiero (moderno) occidentale e quello dei paesi di fede islamica come quello del velo. Il passaggio dal velo delle prime cristiane alla minigonna di quelle di oggi è stato lungo, molto sofferto e se qualcuno avesse voglia di andarsi a leggere la Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi per intero, vi scoprirebbe un’esortazione a velare le donne, in quanto dipendenti dall’uomo. Sua proprietà, insomma. Lo stesso troverebbe scritto presso i primi moralisti cristiani, a loro volta così possessivi, ma anche così turbati dalle attrattive femminili e così consci della propria incapacità di resistervi da consigliare al guardiano dell’onorabilità delle donne della propria famiglia di non investire soldi nel suo abbigliamento visto che il suo corpo, se fosse venduta, varrebbe certamente di meno delle sue vesti. Per certi versi, il Corano è molto più misericordioso, visto che, secondo quanto segnala lo storico Bruno Nassim Aboudrar, autore del saggio Come il velo è diventato musulmano, il libro sacro della fede islamica cita l’uso del velo solo in qualche passaggio.
L'OCCIDENTE LIBERATO DAL RINASCIMENTO. Le ragioni per le quali la cultura occidentale l’ha abbandonato e quella islamica l’ha ostinatamente abbracciato, trasformandolo in precetto, sono molte, ma tutte riassumibili in due momenti storici: per l’Occidente la cultura e il culto del corpo umano che parte dal Rinascimento e tocca la ragione, liberandola, con l’Illuminismo, e per la cultura islamica il radicamento della teocrazia, mai superato o tornato a prevalere anche nei Paesi che più sembravano aprirsi alla laicità come l’Iran. E per quanto attiene al diritto di famiglia, siamo proprietarie ultime dei nostri beni da meno di due secoli, e abbiamo dovuto lottare spesso a costo della vita per acquisire il diritto al voto (a proposito, appena arriverà in Italia, correte a vedere il film Suffragette con Meryl Streep e portateci le figlie adolescenti).
NOI 50ENNI ULTIME CON LE NONNE A CAPO COPERTO. Ma torniamo al velo: In Occidente, noi 50enni siamo l’ultima generazione ad aver visto le nostre nonne entrare in chiesa a capo coperto. Accettiamo di velarci il capo e di infilarci i guanti solo per un’udienza privata col Papa, ultime vestigia dell’antica consuetudine, oppure lo facciamo per evitare guai appunto nei paesi islamici. Chiunque di noi abbia viaggiato in Iran, in alcuni paesi del Golfo o in Arabia Saudita, sa che cosa significhi portare tutto il giorno un velo sulla testa, coprire bene l’attaccatura dei capelli e subire gli insulti delle donne (sì, delle donne, gli uomini intervengono raramente per rimbrottare le straniere o invitarle a coprirsi) se per caso il velo si scosta. Ancora prima che scoppiasse la guerra civile in Siria, venni respinta a spintoni da due donne all’ingresso della moschea principale di Damasco perché, orrore, per un colpo di vento mi si era spostato un po’ il velo, rivelando l’attaccatura bionda (per inciso, beccai un’altra raffica di insulti perché mangiavo un cono gelato per strada senza nascondermi).
SONO UNA DONNA NON UNA CARAMELLA. Quindi no, non mi sono mai sentita «una perla nell’ostrica», ho amiche saudite che aspettano solo di arrivare a casa a Londra per liberarsi del velo, mostrare i capelli corti tinti di biondo e sfoderare la patente di guida che tengono nascosta in un cassetto del proprio appartamento nella ricchissima Eaton Square, ma mi spaventano le donne islamiche che ricorrono ad immagini seducenti, a un lessico sapiente e alla sottile insinuazione che noi occidentali ci si svenda al primo maschio di passaggio per invitarmi a nascondere la parte di me di cui vado più fiera, cioè la mia testa e la libertà di esprimere il mio pensiero. Non ho bisogno di sentirmi chiusa in un’ostrica e non tollero che qualcuno mi dica che «gli uomini non prendono le caramelle già scartate», come mi accadde in un’altra di queste occasioni, molti e molti anni fa. Sono una donna, non sono una caramella.

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cinzia leone 31/gen/2016 | 07 :39

Scopriamo orgogliosamente la testa. E le statue...

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