Fabiana Giacomotti

LA MODA CHE CAMBIA

Trovate parole per restare invece che per lasciare

Oggi si vince in modalità network, per questo va difesa la coppia. Qualunque essa sia.

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20 Marzo 2016

In questa società si vince in coppia stabile

In questa società si vince in coppia stabile

È difficile trovare le parole giuste per separarsi, scriveva in prima pagina il Corriere della Sera un paio di giorni fa, sintetizzando il contenuto delle mail, molte maschili, che ogni giorno vengono inviate alla 27esima ora, piattaforma di notizie e dissertazioni su tematiche femminili di grande successo e riconosciuta utilità che compie cinque anni di vita.
Meglio troncare e sopire, come avrebbe suggerito il Padre provinciale manzoniano, oppure traccheggiare con perifrasi e affettuosità che ingenerano confusione e alimentano false speranze di recupero? Dirsi addio con le parole giuste, mentre si sistema lo scialle sulle spalle della moglie che si lascia e si versa il tè al marito che ha scelto di stare da solo (non con un’altra donna, da solo), come mi è capitato di vedere in uno straordinario caso famigliare che come ovvio cito spesso, è davvero raro. Ma credo sia ancora più difficile restare, passare oltre, riuscire -  per mille ragioni di cui nessuna risponde al nome di passione e tutte a quello di coppia e di valore della stessa - a evitare di ingrossare le fila di quel 30% circa di coppie che scoppiano nel giro di pochi anni dalla cerimonia nuziale.
LASCIARSI È RELATIVAMENTE FACILE. Lasciarsi e dirsi addio è relativamente facile, se si hanno i mezzi economici per farlo e quel minimo di educazione per siglare l’atto di separazione con un dispendio di lacrime e di recriminazioni contenuto, cioè senza il ricorso alla pistola e a quei mezzucci ricattatori in cui di solito vanno di mezzo gli eventuali figli. Restare quando l’alitosi del risveglio ha definitivamente sostituito quel profumo di rose sfaldate che per anni abbiamo creduto di percepire la mattina girandoci fra le lenzuola richiede doti e tenuta di spirito di altra portata rispetto a quello di una presenza diradata per accelerare il distacco.
SERVONO AMPIEZZA DI VEDUTE E LUNGIMIRANZA. Non muovere un muscolo quando lo sciabordio della minestra risucchiata rischia di compromettere la stabilità delle pareti oppure quando, è il caso a cui ho assistito un paio di sere fa, il tuo compagno racconta a voce altissima a una cena che prima di incontrare una donna fantastica come te e di mollare quell’arpia di moglie che si era scelto (a sottintesi fini carrieristici) preferiva masturbarsi, è un impegno ben diverso rispetto al coraggio, pur notevole non lo nego, di dire «non ti amo più» e fare le valigie. Perché continuare a isolare nell’altro le caratteristiche che un tempo ce l’hanno reso indispensabile, oggetto del nostro amore infinito, essere unico fra tutti, insomma il sole e il faro e la luna e le stelle di cui da millenni leggiamo nelle poesie, fa appello a capacità ben diverse e a caratteri molto più solidi. Richiede ampiezza di vedute, profondità di pensiero e lungimiranza, tutte qualità che includono, ma che non si esauriscono, nella capacità di sopportazione e tolleranza che si cita quando si scrive di sentimenti, benché entrambe siano virtù apprezzabili in una società egoriferita come la nostra.

Occorre saper investire sulla coppia

Restare fingendo di non vedere nel tuo compagno gli infiniti tic che fanno la gioia dei comici di Zelig non significa subire, o perlomeno non sempre questo significa. Vuol dire, com’era in epoca pre-romantica, prima che questo dannato binomio amour-passion di cui ci infarciscono la testa dagli anni del liceo prendesse il sopravvento con le sue poesie di circostanza che scambiamo per verità e che prendiamo a modello di vita, saper investire su quell’entità terza che è la coppia. Agire nei suoi confronti come affettuosi manager e non come collaboratori di passaggio, che offrono il proprio contributo finché si divertono e finché l’entusiasmo e un ricco assegno li sostengono.
MANCA LO SPIRITO PROGETTUALE. Manderemmo in malora il prodotto che abbiamo lanciato a costo di grandi sforzi, il progetto che abbiamo seguito fin dalla sua ideazione e per il quale abbiamo immolato notti di sonno e domeniche alla scrivania, solo perché la pubblicità che lo sostiene da qualche anno ci sembra datata? Non cercheremmo piuttosto di lavorare meglio su quella pubblicità? E se il packaging che il nostro socio ha voluto a tutti i costi non ci piacesse, non cercheremmo di trovare un compromesso, puntando magari sulla qualità del contenuto, invece di intestardirci a cambiarlo, mandando al macero anche il prodotto? Spesso, molto spesso, le coppie si esauriscono per mancanza di spirito progettuale, non perché (e come in questo caso è giusto che sia) ci si prende a legnate e a spintoni.
QUEL LIMITE NATURALE DI TRE ANNI. Ci si lascia semplicemente perché ci si diverte meno, non si prova più la famosa «passione», non si sente più battere il cuore quando l’altro gira le chiavi nella toppa di casa. Com’è invece inevitabile che sia, ma secondo un modello che è sbagliato applicare a una dinamica di relazione più complessa di quella per la quale la natura ha previsto una durata ben definita e che, nei suoi disegni ben poco sociali e per nulla aperti all’evoluzione della civiltà, ha un limite massimo di tre anni, quelli necessari al concepimento e allo svezzamento di un bambino. Ma in questa società, adesso, si vince in coppia stabile, in modalità network, in unione civile protratta, in funzione sostegno reciproco, e non solo per questioni economiche: guardatevi attorno, perfino il pornodivo Rocco Siffredi mette in scena la solidità della sua famiglia. È la coppia, l’unione, il riferimento di tendenza, saper fare quadrato e barriera. Scusate, ma ho la netta impressione che, più che cercare le parole per lasciare, sia arrivato il momento di trovare quelle per restare.

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