Austria: l'hotel dei migranti, simbolo di integrazione

Vienna: al Magdas hotel l’80% dei dipendenti sono rifugiati, da 14 Paesi del globo. Il progetto da 1,5 milioni è targato Caritas: «Queste persone sono una risorsa».

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26 Dicembre 2015

Al Magdas Hotel di Vienna l’80% del personale è costituito da rifugiati.

Al Magdas Hotel di Vienna l’80% del personale è costituito da rifugiati.

A Vienna c’è un hotel  dove l’80% del personale è costituito da rifugiati.
Si chiama Magdas hotel ed è stato costruito a febbraio sulle fondamenta di quella che un tempo era una casa di riposo, vicino al parco Prater.
L’hotel si avvale di profughi da Siria, Iran, Afghanistan e altri 11 Paesi. Molti di loro hanno affrontato viaggi pericolosi per sfuggire a persecuzioni o conflitti.
INVESTIMENTO DA 1,5 MILIONI. La struttura ha aperto i battenti grazie a un investimento della Caritas di Vienna di 1,5 milioni di euro.
L’hotel è un’ancora di salvezza per tanti: molti di questi ragazzi hanno alle spalle esperienze nel settore turistico, conoscono le lingue e sono qualificati, altri invece vogliono imparare un mestiere.
Tutti però faticavano a trovare un'occupazione in Austria, a causa delle complesse pratiche burocratiche che dovrebbero garantire un permesso di lavoro.
L’hotel ha offerto loro un’opportunità  per imparare, mettersi alla prova e guadagnare uno stipendio.
E i turisti hanno la possibilità di essere accolti in una struttura tanto bella esteticamente, quanto utile socialmente. 
«LA NOSTRA È UNA DICHIARAZIONE POLITICA». «È molto interessante vedere questa squadra di persone che parlano 25 lingue o giù di lì, e che praticano religioni diverse. Tutte lavorano insieme per un obiettivo comune: gestire questo hotel nel migliore dei modi», spiega Martin Gantner della Caritas.
«La nostra è anche una dichiarazione politica: vogliamo affermare che chi si trova in Austria legalmente dovrebbe essere in grado di lavorare legalmente», continua Gantner. «Non è utile alla società che queste persone rimangano disoccupate per tanto tempo, spesso hanno molte abilità non ancora sfruttate».

Dalla pianificazione al crowdfunding: così il Magdas è diventato realtà

I rifugiati che lavorano al Magdas vengono da 14 Paesi, tra cui Siria e Afghanistan.

I rifugiati che lavorano al Magdas vengono da 14 Paesi, tra cui Siria e Afghanistan.

Un budget di 1,5 milioni di euro non era sufficiente a convertire la struttura in un hotel di alta categoria.
Eppure, grazie a una pianificazione intelligente, a una campagna di crowdfunding di supporto e agli sponsor che hanno colto il carattere eccezionale del progetto, il Magdas è diventato una realtà. Fondamentale è stato il ruolo di imprenditori e fornitori, ma anche dei residenti e dei rifugiati stessi: molti arredi vengono infatti da donazioni fatte alla Caritas dalla popolazione locale.  
I mobili sono stati poi ristrutturati e trasformati in comodini, librerie, appendiabiti. A personalizzare i tavoli da lavoro, invece, ci hanno pensato gli studenti della St. Polten Nuovo Design University.  
UN ESEMPIO DI INTEGRAZIONE. Il Magdas è un piccolo esempio di integrazione nel cuore di Vienna.
Si basa sul concetto di business sociale sviluppato da Amartya Sen, economista indiano. Questo significa che deve avere successo in termini economici, senza dipendere da donazioni. Un modello vincente.
«Quando parliamo di migrazione e richiedenti asilo, usiamo sempre la parola crisi», afferma Gantner, «ci lamentiamo perché troppe persone lasciano il loro Paese e arrivano in Europa. E questo viene vissuto e raccontato come un problema. Ora c’è un progetto che non è un problema, ma una soluzione. Abbiamo dimostrato che possiamo farcela, che ci sono altri modi di trattare un tema come l’immigrazione».   
«RINGRAZIO DIO PER QUESTA OPPORTUNITÀ». L’industria del turismo e dell’ospitalità può giocare un ruolo centrale in questo senso.
Pulire stanze, trasportare borse, servire bevande o rispondere al telefono sono lavori che chiunque può fare, indipendentemente dal grado di istruzione o dall’esperienza in altri campi.
«Sono veramente grato a Dio per avermi dato quest’opportunità», dice Eshan, un rifugiato afghano di 24 anni che ha marciato da solo per più di sei mesi pur di sfuggire ai talebani. «Per i richiedenti asilo non è semplice ottenere il permesso di lavoro. Inoltre è come se avessi trovato una nuova famiglia. Qui, chi ama questo lavoro, può veramente farcela». 

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