Tecnologia
Il caso
Joystick sulla Cortina di ferro
Il Tagesspiegel riporta la polemica per l'uscita del videogioco 1378 Km.
Da Berlino
Pierluigi Mennitti
Berlino 1976. C’è ancora il Muro. E ci sono i cani da guardia, il filo spinato, le torrette di avvistamento e le cellule fotoelettriche. I Vopos, ci sono anche loro, sono appostati dietro una mitragliatrice. Da lontano si avvicinano circospette alcune persone. Sono fuggitivi, hanno deciso di provare l’impossibile, trovare un varco e saltare dall’altra parte, verso la libertà, verso Berlino Ovest.
Non è una delle tante ricostruzioni storiche installate in qualche museo della capitale riunificata per ricordare gli anni in cui i tedeschi vivevano separati. È un videogioco. E infatti si gioca. Puoi scegliere di fare il fuggitivo, e allora devi provare a districarti tra i fili e i cani, schivare le pallottole e superare quello che le autorità della Ddr chiamavano il «vallo antifascista» o qualsiasi altro punto della cortina di ferro che divideva la Germania. O puoi fare il Vopos, uno degli uomini della Volskspolizei addetti al controllo della frontiera. In questo caso, il compito è quello di fermare chi scappa, con le buone o con le cattive: o lo arresti, o lo spari.
Una polemica lunga 1378 km
La polemica è garantita, ha scritto il 13 novembre il Tagesspiegel, che ricorda come il videogioco dovesse essere messo sul mercato il 3 ottobre scorso, giorno del 20esimo anniversario della riunificazione tedesca, ma poi la sua uscita sia stata rimandata sine die, mancando anche un’altra data storica da poco trascorsa, quella del 9 novembre.
Il nome del gioco è 1378 (Km), la lunghezza esatta del confine interno tra le due Germanie e, secondo il suo giovane autore, ha soprattutto finalità educative. Jean Stober, studente di 23 anni all’università di design, media e arti di Karlsruhe, città di 300 mila abitanti nel sud ovest della Germania a quasi 700 chilometri da Berlino, ha provato a convincere i critici: «È un modo per spingere i ragazzi a confrontarsi con un pezzo della storia di questo Paese e il videogioco è un mezzo assai più coinvolgente di libri o mostre di storia».
Dalla sua c’è il fatto che un paio di meccanismi allontanano 1378 (Km) dal genere classico dei cosiddetti videogiochi sparatutto: se si gioca nella veste dei Vopos, non si è obbligati a sparare ai fuggitivi nonostante l’ordine ricevuto dai superiori, li si può semplicemente arrestare o anche aiutare a passare il confine e, inoltre, nel caso l’utente decidesse di azionare il grilletto, come è capitato nella realtà per almeno 98 vittime, si viene penalizzati nel punteggio e si finisce diritto sotto processo di fronte al tribunale. «Non volevo offendere la sensibilità di nessuno», si difende Stober.
Quando il fine giustifica i mezzi
E invece più di qualcuno se l’è presa. L’associazione delle vittime della Ddr innanzitutto, e questo è comprensibile. E poi i dirigenti della Linke, il partito di estrema sinistra composto in piccola parte dai dissidenti massimalisti socialdemocratici dell’ovest e in gran parte dagli eredi della Sed, il partito unico della Ddr: «Cinico e di cattivo gusto», è stato il loro giudizio.
E questo è meno comprensibile, ha scritto Dagmar Schulze Heulig sul Tagesspiegel che, giova ricordarlo, è un quotidiano berlinese di tendenze progressiste. L’autrice è collaboratrice della Lega di ricerca sulla Ddr (il Forschungsverbundes SED-Staat) alla Freie Universität di Berlino e nel suo articolo si è dissociata dall’indignazione generale: «Un videogioco che consente di sparare, ma contempla delle penalità per questo atto, andrebbe giudicato diversamente e non può essere escluso per principio che possa contribuire a una sorta di educazione politica». «Almeno», ha continuato la ricercatrice, «il tentativo di coinvolgere attraverso il loro mezzo preferito i giovani su temi per cui generalmente mostrano disinteresse, come la politica e la storia, non è sbagliato».
«La Linke dovrebbe prendere posizione»
E invece i critici sembrano più preoccuparsi dei morti in un computer che di quelli che, in un tempo non troppo lontano, rappresentavano una spaventosa realtà.
«Con tutto il rispetto per coloro che si sentono personalmente offesi», ha proseguito polemicamente la Schulze Heulig, «lo scandalo non sta nel videogioco, ma nella realtà da cui prende spunto. Semmai, cinica è che proprio la Linke tranci un tale giudizio nei confronti di un gioco tutto sommato innocuo». E si è chiesta retoricamente: «Non sarebbe assai più desiderabile che questo partito esprimesse una così chiara posizione nei confronti di quello Stato illegale che fu la Ddr e dei suoi confini di regime, che sono costati la vita reale di tante persone reali?».
Una domanda di fronte alla quale la Linke continua a scantonare, anche in occasione dei nuovi dibattiti suscitati dai recenti anniversari, legittimando la convenzione ad excludendum che preclude ancora la politica delle alleanze a livello nazionale.
Sabato, 13 Novembre 2010

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