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Tecnologia 

internet

La protesta si combatte sul web

Il ruolo centrale della Rete nelle rivolte dei Paesi arabi.

di Pierluigi Mennitti

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Da Berlino

È la rivolta dei nuovi media e soprattutto quella dei telefonini, quella che sta divampando in molti Paesi arabi. L’Handelsblatt Handelsblattha analizzato le armi dei moderni rivoluzionari scesi nelle piazze di Tunisia, Egitto, Algeria, Libia e Bahrein, per capire come sia potuto accadere che in nazioni dove il possesso di computer con accesso a internet sia limitato, la rete telematica abbia potuto rappresentare il principale terreno di incontro delle aspirazioni di libertà delle giovani generazioni.
IL RUOLO CONTROVERSO DELLA RETE. «Il ruolo della rete nella nascita delle proteste nel mondo arabo», ha scritto il quotidiano, «è ancora controverso e molti osservatori sostengono, a ragione, che un mezzo tradizionale come la televisione stia giocando una parte almeno altrettanto importante, per esempio con le dirette della tivù panaraba Al-Jazeera che, nonostante tutti i tentativi di intimidazione, sta dimostrando di avere le capacità di raccontare le rivolte in maniera critica e indipendente».
Allo stesso tempo, è fuor di dubbio che i nuovi media abbiano svolto un ruolo trascinante nell’organizzazione delle manifestazioni di piazza. «Con la creazione delle nuove infrastrutture telematiche», ha detto all’Handelsblatt Anne Alexander, esperta di Medio Oriente all’Università di Cambridge e testimone oculare della rivolta egiziana, «i Paesi arabi hanno saltato un passo evolutivo rispetto all’esperienza occidentale. Se è vero che pochi cittadini egiziani, libici o yemeniti possiedono un computer con accesso a internet, quasi ognuno di loro ha un telefonino, molti dei quali sono in grado di collegarsi alla rete»
DAI TELEFONINI IMMAGINI SUL WEB. In Egitto, per esempio, la quota dei possessori di telefoni mobili è dell’80%. «In questo modo», ha osservato il quotidiano, «è stato possibile che le reazioni violente di polizia e militari venissero trasmesse quasi in tempo reale su internet. Le immagini degli attacchi brutali sono comparse pochi minuti dopo su YouTube e la stessa piattaforma è stata utilizzata dagli attivisti per postare video promozionali, utilizzando strumenti classici della cultura pop giovanile: passerà alla storia il video, abilmente montato dai giovani egiziani e cliccato in tutto il mondo due milioni di volte».
Video simili sono rintracciabili su tutta le rete e mostrano vari momenti delle rivolte passate o in corso, comprese quelle di scontri violenti con le forze di sicurezza. Anche laddove la presenza delle telecamere televisive è limitata, arriva l’occhio dei nuovi media.

Internet unifica le proteste del mondo arabo

Se dunque è consigliabile valutare le rivolte nel mondo arabo nella loro specificità regionale, una cosa sembra invece unificarle: il ruolo centrale della rete. «L’opposizione egiziana ha utilizzato sin dal primo momento internet come piattaforma organizzativa», ha proseguito il quotidiano anseatico, «e il gruppo Movimento 6 aprile fondato su Facebook, in nome del giovane Ahmad Maher torturato dalla polizia, ha dato il via alle manifestazioni, raccogliendo in pochi giorni 80mila adesioni».
Attraverso la rete e le e-mail sono stati anche diffusi gli strumenti tradizionali di ogni rivoluzione, come i vecchi volantini, che informavano i manifestanti sui metodi migliori per affrontare le forze di sicurezza o su come comportarsi in caso di lancio di gas lacrimogeni.
CENSURA IMPOSSIBILE. I tentativi di censura restano in gran parte senza successo contro la potenza dei nuovi media. L’interazione con gli attivisti su internet all’estero permette di aggirare qualsiasi ostacolo: «Quando l’Egitto ha chiuso il proprio spazio internet, gruppi occidentali si sono attivati per permettere il collegamento attraverso le proprie reti. E nel caso della Libia, l’hacker olandese Rop Gonggrijp, fondatore del provider XS4All ha consentito un collegamento alternativo», si legge sulla testata.
«La stessa Google, di nuovo in Egitto, ha permesso di aggirare il blocco trasferendo le comunicazioni telefoniche su Twitter. Particolarmente amata è la rete Tor che, attraverso trasferimenti su più server, garantisce l’anonimato degli utenti. Una rete simile è stata creata da volontari già dal 2002, con lo scopo di offrire uno spazio di libertà ai gruppi di opposizione che non hanno facilità di accesso alla rete», aggiunte il quotidiano.
BOICOTTAGGIO MEDIATICO. Nella nuova guerra mediatica, assumono importanza anche le azioni di boicottaggio verso i siti governativi, con il bombardamento simultaneo di contatti in partenza da più terminali che riescono a paralizzarne il funzionamento.
«Internet resta per i dimostranti un canale di comunicazione come altri», ha concluso Anne Alexander, «quando un canale viene chiuso, scatta il trasferimento su un altro mezzo. Telefonini, graffiti, giornali, volantini: tutto gioca un suo ruolo nelle proteste in corso. Ogni movimento popolare utilizza i mezzi che il tempo mette a disposizione. Negli anni Quaranta, ai tempi dell’ultima protesta in Egitto, erano di moda le librerie, i locali dei sindacati e le riviste underground. Oggi, questi spazi si trovano soprattutto online».

 

 

Mercoledì, 23 Febbraio 2011


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