Libero web

Consigliere dissidente

D'Angelo boccia Agcom sul diritto d'autore online.

di Fabio Chiusi

|

20 Giugno 2011

Per la delibera Agcom 668/2010 i critici hanno parlato della «più forte minaccia alla libertà di espressione in rete mai fatta in Italia». «Demagogia», «pressappochismo», «disinformazione», hanno replicato i commissari dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.
D'ANGELO, IL 'DISSIDENTE'. Ma non tutti la pensano allo stesso modo. Nicola D'Angelo di quel testo è stato relatore. Fino a quando non è stato rimosso dal ruolo dopo essere stato l'unico a esprimere forti riserve sulla parte in cui si prevede per l'Authority la possibilità di chiudere i siti in violazione della disciplina del diritto d'autore con un semplice provvedimento amministrativo.
Attualmente la delibera è in bozza, ma il progetto definitivo sarà presentato «nelle prossime settimane», afferma D'Angelo a Lettera43.it. E le possibilità di ottenere delle modifiche, complice anche il disinteresse delle opposizioni, sono minime.
IL WEB COME LA TIVÙ. Per D'Angelo la vera minaccia è rappresentata dalla logica che ispira la seconda parte del testo. E cioè «replicare un modello televisivo» per regolamentare la rete. Fare del web una grande televisione, insomma. Un concetto che deriva dal contestatissimo decreto che porta la firma, forse non a caso, del ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani. Un espediente per proseguire, denuncia D'Angelo, nel cammino che i governi e le autorità di tutto il mondo, compreso l'Occidente, hanno intrapreso: «il tentativo di controllare la rete».

DOMANDA: D'Angelo, quali sono i pericoli concreti derivanti dalla delibera Agcom?
RISPOSTA: Oggi per chiudere un sito ci vuole l'intervento della magistratura. Che avviene in base a delle regole, a garanzia delle parti che sono in causa. Un domani, se verranno approvate le ipotesi di intervento previste in questa delibera, potrà farlo una autorità sostanzialmente amministrativa con un provvedimento amministrativo, e senza un chiaro quadro di regole di garanzia.
D. È la più forte minaccia alla libera espressione sul web mai fatta in Italia?
R. Che sia la più forte non lo so, non posso dirlo. Bisognerebbe vedere poi all'atto pratico che cosa avviene. Lei tenga comunque presente che ormai sulla rete si esercitano prevalentemente diritti civili e di cittadinanza. 
D. Quindi andrebbero difesi?
R. Tutti i politici e gli altri organi si riempiono la bocca di belle parole sulla rete, ma dovrebbero rendersi conto che del tema della libertà del web, e soprattutto delle sue limitazioni, forse sarebbe il caso si parli in Parlamento, piuttosto che lasciare il giudizio a un'autorità sostanzialmente amministrativa.
D. Il testo è da bocciare interamente?
R. La delibera ha un senso se è fondata su una serie di meccanismi che trovano la loro base su un forte principio di consenso tra fornitori di contenuti, Internet service provider e consumatori. La prima parte va in quella direzione, la seconda no. Io valorizzerei la prima parte, le forme più moderne di tutela del diritto d'autore, che sembrano essere in qualche misura il futuro: licenze collettive, creative commons...
D. Mentre la seconda non le piace.
R. Sono assolutamente contrario, perché prevede che l'Authority possa fare degli interventi inibitori alternativi a quelli del giudice. Un'idea che trova la sua fonte in quadro giuridico primario piuttosto incerto. Ma c'è un'altra questione, tutta italiana, di cui nessuno parla...
D. Prego?
R. L'ho detto anche durante la polemica sul decreto Romani, e per questo sono anche finito su WikiLeaks: l'approccio è che siccome la televisione è regolata allora bisogna regolare la rete. Paradossalmente il problema del diritto d'autore è entrato in gioco per una origine prevalentemente televisiva. 
D. Si spieghi meglio.
R. Si voleva e si vuole replicare un modello televisivo su una piattaforma che ha un senso totalmente diverso e che fortunatamente vive ancora delle condizioni di libertà estremamente forti.
D. Quanto conta che il ministro si chiami Paolo Romani?
R. Questo non lo so. Io le commento il dato oggettivo. Tutta questa materia viene da una disciplina europea che riguardava la televisione. Perché noi oggi ci troviamo a discutere della tutela del diritto d'autore, con le polemiche che ci sono state, attraverso questa ipotesi dell'intervento dell'Autorità?
D. Perché?
R. Ci siamo perché il decreto Romani, che avrebbe dovuto recepire le norme sulla televisione, ha esteso tutta una serie di principi anche al web. Non solo sul diritto d'autore, ma anche sulle Web Tv, su cui ho svolto un'altra polemica molto forte. 
D. Risultato?
R. È una tensione che si cerca di risolvere attraverso forme di tipo protezionistico sulla televisione adottando i medesimi modelli della televisione. Perché avviene questo in Italia? La risposta la lascio a lei, a me pare ovvio.
D. L'Agcom ha definito le critiche «disinformazione» fatta da «arruffapopolo».
R. Non so cosa dirle. Io so che chi in questo momento, oltre a me, si sta occupando anche in modo critico di queste questione non sembra «uno studente del secondo anno di Giurisprudenza». A meno che in modo tale si voglia ritenere gente come Stefano Rodotà, diversi magistrati che hanno preso posizione sul tema, per non parlare di chi sulla rete da anni esercita le proprie capacità anche professionali. Penso a Fulvio Sarzana, a Guido Scorza, a Stefano Quintarelli.
D. Anche le opposizioni, tuttavia, non sembrano aver dato peso alla questione.
R. No.
D. Come mai?
R. I produttori di contenuti sono piuttosto forti, come soggetti.
D. Quando sarà approvata la versione definitiva del testo?
R. Per ora siamo solo alle linee guida. Nelle prossime settimane sarà presentato un regolamento, delle norme. Io tra l'altro non sono in grado di dare una risposta perché prima ero relatore di questo provvedimento, e ora non lo sono più.
D. Lei è stato rimosso.
R. Mi hanno cambiato con un altro.
D. Si è chiarita la ragione di questo cambiamento?
R. Nessuno me l'ha spiegata. Ma non ne faccio una tragedia. Il punto non è tanto il fatto personale, la questione è di merito. Io mi riservo di fare le mie valutazioni, anche molto forti, quando si arriverà a parlare del merito della questione.
D. L'Italia è in fondo a diverse classifiche sul digitale. È questa la via per risalire la china?
R. Non lo dice un estremista come me. Il presidente dell'Autorità, Corrado Calabrò, che certo non si può dire essere un esperito sedizioso, nella sua relazione al Parlamento ha detto che la diffusione di internet e l'aumento dell'accesso alla rete corrispondono sempre a una riduzione dell'uso illegale dei contenuti. 
D. Ma il concetto, evidentemente, non passa.
R. C'è un tema tecnologico: la base è che questo è un Paese arretrato. Intervenire non tanto sulle ragioni di fondo, ma sul fenomeno in superficie è uno sbaglio.
D. Che fare?
R. Diffondere le tecnologie, consentire a molta più gente di usare Internet. Incentivarne l'uso legale, che passa anche attraverso il fatto che ci siano delle modalità di pagamento facili, accessibili. Certo che se per fare il download di una canzone devo strapagarlo... 
D. Specifichi, altrimenti rischia di sentirsi dare del 'pirata'.
R. Qui nessuno dice che non è giusto remunerare il contenuto. E nessuno dice che è giusto fare la pirateria. Ci mancherebbe. Però bisogna rimuovere le cause di questo uso illegale nelle ragioni di fondo. Che sono il gap tecnologico e culturale.
D. Ha in mente un Paese che incarni un modello per il cambiamento?
R. No, ho in mente invece un allarme. Nel mondo, e l'Eg8 di Parigi ne è la testimonianza, c'è un atteggiamento verso la rete diverso dal passato. C'è il tentativo cioè di controllare uno strumento di cui ci si è resi conto della forza e della capacità di penetrazione. 
D. E l'entusiasmo di questi giorni per la rete «strumento di democrazia»?
R. Paradossalmente noi Occidentali ci riempiamo la bocca con le rivolte del Maghreb, ma anche i nostri Stati sembrano un po' spaventati da come ha funzionato la rete in quei casi.
D. Questo lo dicono anche Reporters Without Borders e Freedom House: si va verso il «controllo 2.0».
R. Qui parliamo di diritto d'autore, ma è solo uno dei fenomeni. Quello più importante è il tentativo di controllare la rete. Si capisce che internet è uno strumento di straordinario rilievo, perché pone il potere in senso orizzontale e non più verticale. 
D. Il che a molti non piace.
R. Tutti vogliono intervenire: i poteri economici, politici e così via. Io non capisco: ci fosse stato uno dei tanti riformisti italiani che si riempiono la bocca di belle parole che abbia messo al centro di un'iniziativa politica seria queste questioni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nessun commento

Per scrivere un commento è necessario registrarsi oppure accedere con Twitter o Facebook: Loggati - Registrati

Le TOP 5 di oggi
1. SENTENZA Caso Cucchi, tutti assolti in Appello 2. ESTERI Burkina Faso, presidenza transitoria a Isaac Zida 3. ECONOMIA Tfr in busta paga per il 18% dei lavoratori 4. NOMINE Governo, Paolo Gentiloni ministro degli Esteri 5. TRATTATIVA Stato-mafia, la deposizione di Napolitano: «Gli attentati erano un ricatto»
Dalla nostra HomePage
L43 Twitter
prev
next