TUTTO ITALIA EUROPA AFRICA ASIA NORD-AMERICA SUD-AMERICA OCEANIA Login | Registrati |  Mercoledì, 23 Maggio 2012- 22.54

Tecnologia 

INTERNET

Il governo non fa Rete

Web occasione di crescita, ma il Cav non lo vuole libero.

di Fabio Chiusi

Articolo completo

La censura prima della crescita. È l'atteggiamento che da tempo il governo di Silvio Berlusconi dimostra di avere nei confronti della Rete. E che, con il ritorno del comma 'ammazza-blog' inserito nel disegno di legge (ddl) intercettazioni, continua a trovare conferme. Anche ora che proprio la crescita è invocata come una necessità per salvare il Paese dal baratro.
La internet economy potrebbe infatti dare un contributo sostanziale. Secondo un rapporto di McKinsey di marzo, infatti, già ora vale il 2% del Prodotto interno lordo italiano, per un contributo di 36,1 miliardi di euro. E crea più posti di lavoro (700 mila in 15 anni) di quanti ne distrugga (380 mila).
INTERNET ECONOMY, 4% DEL PIL ENTRO IL 2016. I margini di crescita, però, sono enormi. La quota del Pil è destinata a raddoppiare in cinque anni, hanno scritto gli analisti della società di consulenza. Senza contare che, come ha sostenuto l'economista della Bocconi Francesco Sacco, «ogni 10% di aumento di penetrazione della banda larga, la ricchezza di un Paese in termini di Pil cresce dell'1%. E ogni 1.000 nuovi utenti di banda larga si creano 80 nuovi posti di lavoro».
In un Paese come l'Italia, che giace nel fondo di tutte le classifiche quanto a velocità di connessione, logica vorrebbe che fosse allora questa la direzione in cui incanalare gli sforzi di crescita.

Attacchi bipartisan a «blogghisti e internettauti»

Il governo ha invece preferito annunciare cospicui investimenti solo per poi ridimensionarli drasticamente; accumulare un tremendo ritardo nella formulazione di una agenda digitale italiana; rinnovare per ben cinque anni gli inediti e inutili lacci alla diffusione del wi-fi previsti dal decreto Pisanu nel 2005 per una tutt'altro che dimostrata funzione antiterroristica.
E, soprattutto, l'esecutivo non si è smentito, proponendo di quando in quando disegni di legge liberticidi, anti-storici e del tutto inadeguati a incentivare lo sviluppo digitale nel Paese. E se dovessero colpire «blogghisti e internettauti» (la definizione è del ministro dell'Attuazione del programma Gianfranco Rotondi) o utenti di «Gògol» (questa, invece, è del Cavaliere) poco importa.
«ASSALTO GERIATRICO» DELLA LEVI-PRODI. Non che l'opposizione sia esente da colpe. Si pensi al disegno di legge Levi-Prodi, che si proponeva di equiparare le responsabilità di un blog a quelle di un quotidiano. E dunque di assoggettare il primo agli obblighi formali e legali del secondo: registrazione, nomina di un direttore responsabile e quant'altro.
Approvato in consiglio dei ministri dall'esecutivo di Romano Prodi nell'ottobre 2007, fu tuttavia accantonato prima di diventare legge: dopo averlo licenziato al buio, ministri come Antonio Di Pietro e Paolo Gentiloni si accorsero che, come aveva scritto il Times di Londra, si trattava di «un assalto geriatrico ai blogger italiani».
EMENDAMENTO D'ALIA, DA PERICOLO A BUFALA. O ancora, non può non tornare alla mente il famigerato emendamento proposto dal senatore dell'Unione di centro Gianpiero D'Alia. Perché avrebbe potuto comportare la chiusura di Facebook o YouTube a causa di un semplice commento inserito da uno dei suoi utenti. E perché, nonostante sia stato eliminato nell'aprile 2009 grazie anche al ravvedimento di alcuni esponenti del Popolo della libertà, sul web continuano a circolare catene di Sant'Antonio che lo danno per vivo e vegeto.

I tentativi del governo per limitare la libertà della Rete

Ma è la maggioranza di Berlusconi ad aver prodotto la più nutrita e pericolosa serie di tentativi di limitare la libertà di espressione in Rete. Nonostante le poche, ma virtuose, eccezioni.
Si pensi alla netta presa di posizione del ministro della Gioventù Giorgia Meloni sul comma 'ammazza-blog': «Esiste una differenza abissale tra un blog, magari gestito da un ragazzo, un giornale e una televisione. Applicare a entrambi la stessa legge è sicuramente un errore». Oppure ai dubbi ripetutamente espressi dai deputati del Pdl attenti alle dinamiche del web come Antonio Palmieri e Roberto Cassinelli.
RETE, «STRUMENTO MICIDIALE». Mosche bianche. Perché nel partito del premier si sono usati toni ben più allarmistici. «Internet è uno strumento micidiale», ha detto a Porta a Porta il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, soltanto il 26 settembre.
Proseguendo nel solco scavato dal presidente del Senato, Renato Schifani, secondo cui i social network sarebbero «più pericolosi dei gruppi anni Settanta» e del ministro degli Esteri, Franco Frattini, che allo scoppio del Cablegate dichiarò: «Julian Assange vuole distruggere il mondo».
SOCIAL NETWORK «PERICOLOSE ARMI». Con queste premesse non è difficile immaginare il tenore delle svariate proposte ammazza-Rete formulate dalle fervide menti degli esponenti della maggioranza.
Gabriella Carlucci, per esempio, di internet ha una concezione per così dire particolare. «I social network si sono trasformati in pericolose armi in mano a pochi delinquenti che, sfruttando l’anonimato incitano alla violenza, all’odio sociale e alla sovversione», ha affermato il deputato del Pdl dopo l'aggressione di Massimo Tartaglia al presidente del Consiglio.
Che c'entri internet è presto detto: su Facebook sorsero svariati gruppi in difesa del suo gesto. E poi, lo disse Bruno Vespa, Tartaglia sarebbe stato «vicino ad ambienti del social network».
Non stupisce, dunque, che Carlucci abbia vergato un ddl per eliminare radicalmente l'anonimato dalla Rete. Con buona pace di ciò che potrebbe significare per la libertà di espressione, per esempio in ambito politico.
FACEBOOK AGGRAVANTE DI REATO. L'aggressione del presidente del Consiglio ha scatenato anche le ire del senatore del Pdl Raffaele Lauro. Che per l'occasione ha proposto l'istituzione di un nuovo reato, quello di «istigazione e apologia dei delitti contro la vita e l’incolumità della persona, con l’aggravante per coloro che utilizzano telefono, internet e social network».
Facebook come aggravante, dunque. La sanzione: dai 3 ai 12 anni di reclusione. Erano i giorni, del resto, in cui il ministro dell'Interno Roberto Maroni ventilava l'approvazione in fretta e furia di un decreto di emergenza per oscurare le pagine del social network inneggianti alla violenza contro Berlusconi. Minaccia rimasta sulla carta, ma comunque significativa.

Italia esempio per la censura cinese

Attraverso il decreto Romani, poi, si è consumato il tentativo di equiparare le web tivù, i videoblog e perfino servizi come YouTube a reti come Rai o Mediaset. Assoggettando così tutte queste categorie alla disciplina sulla stampa e ai relativi obblighi.
Una norma, come ha rivelato un cablo del 3 dicembre 2010 pubblicato da WikiLeaks, che l'ambasciatore statunitense a Roma, David Thorne, ha definito come «un precedente che nazioni come la Cina potrebbero copiare o addurre a giustificazione per i loro stessi provvedimenti restrittivi della libera espressione».
E ancora: «Un decreto che sembra essere stato scritto per dare al governo abbastanza margine d’azione per bloccare o censurare qualsiasi contenuto in Rete».
A questi giudizi si è poi aggiunta una mobilitazione fuori e dentro il web che ha indotto il governo ad ammorbidire sostanzialmente le previsioni della norma.
SCONNETTERE CHI VIOLA IL COPYRIGHT. Ma non a evitare di ricascare in errore. Se infatti la contestatissima delibera Agcom sul diritto d'autore sembra coerente con i disegni del legislatore, ma non è la sua diretta emanazione, stupisce la coincidenza tra la revisione del suo dettato, che nella formulazione iniziale affidava a un'autorità amministrativa il potere di rimuovere contenuti in violazione del copyright e impedire l'accesso a interi siti, e i disegni di legge Centemero e Fava.
Due testi identici che si propongono di concedere a ogni singolo cittadino di imporre ai provider la cancellazione di contenuti ritenuti illeciti, senza passare per l'autorità giudiziaria o amministrativa. E consegnando ai fornitori di servizio addirittura il potere di inibire l'accesso a internet ai soggetti in violazione della normativa sul diritto d'autore.
Con ogni probabilità non se ne farà nulla, e Cassinelli ha rivelato a Lettera43.it come si tratti di iniziative condotte puramente a titolo personale dai firmatari. Ma la durezza del dettato non può che colpire.

Il ritorno del comma 'ammazza-blog'

L'ultima arma, più pericolosa perché inserita all'interno del pacchetto normativo sulle intercettazioni che sta particolarmente a cuore a Berlusconi, è l'estensione dell'obbligo di rettifica previsto dalla legge sulla stampa a tutti i «siti informatici».
L'idea è concedere 48 ore a blogger e gestori di siti amatoriali per procedere a una adeguata rettifica di quanto scritto qualora un diretto interessato lo richieda. Ma la sanzione, fino a 12 mila euro, è abbastanza salata per ipotizzare il rischio che la norma si traduca in un incentivo all'autocensura.
POLEMICHE INIZIATE NELL'ESTATE 2010. Berlusconi ci aveva provato una prima volta nell'estate 2010, scatenando un putiferio di polemiche che aveva condotto all'accantonamento dell'intero disegno di legge. A distanza di 12 mesi, però, le intercettazioni dell'inchiesta sulle escort di Gianpaolo Tarantini hanno convinto il presidente del Consiglio a premere nuovamente sull'acceleratore.
Da più parti si è già levato un coro di voci che chiedono al governo di modificare o più radicalmente eliminare il comma 'ammazza-blog'. Qualche apertura nelle fila della maggioranza c'è stata. Ma è presto per parlare di scampato pericolo. Soprattutto, visti i precedenti.

Mercoledì, 28 Settembre 2011


Leggi la versione breve di questo articolo
File multimediali correlati a questo articolo

Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio.

6 foto
FOTO

Commenti (3)

gio.ca 29/set/2011 | 10:23

STIAMO PARLANDO......
di chi ha creato la Casa della Libertà. Di chi ha creato il Partito dell'amore. Di chi ha creato il partito dei ladri (PDL). Signori ma che potevamo aspettarci da un costruttore del genere. Una volta smascherato questo signore, da fastidio che la gente su queste reti dicono come la pensano. E dove suoi stessi sostenitori lo stanno denigrando. Questa opera, internet che cammina su questa tecnologia è il modo più efficace per farlo perdere consensi. Da quì la preoccupazione evidente. Ma stiamo parlando di chi falsifica i pensieri e non bisogna interpretarli del comandante della Casa della Libertà. Se succedesse tutto ciò, dove stà la libertà?. Che contraddizioni. Ma questo vale sia bene inteso anche a chi adesso ci fuorvia sopra, dal momento che in passato anch'essi volevano attuare una cosa del genere. ..

tiberio 29/set/2011 | 08:50

faremo quello che faceva pasquino
censurati? pasquinate sui muri pubbli e privati!!! A rega ma vi rendete conto che ci sta tutto rovinando addosso, stiamo precipitando senza paracadute? Non c'è più una cippa alla quali si possa attribuire un valore da qualsiase settore, homo semisapiens e o trans, non ci possiamo trasferire per qualche secolo extraterra?

getro 28/set/2011 | 23:00

lo si sapeva
al governo non piacciono i blogger e internauti (menti libere,informate e all'occorrenza critiche),mentre gli piace e anche parecchio i telespettatori di reality,fiction,gossip e affini ovvero una massa di pecore facilmente governabile........italiano svegliati e difenditi!!!!!!!!!

Per scrivere un commento è necessario registrarsi: Loggati - Registrati