Gianluca Comin

SPIN DOCTOR

Come «forare la bolla» delle bufale sul web

Un algoritmo favorisce la disinformazione? L'utente esplori sempre nuovi sentieri.

di

|

24 Febbraio 2016

La disinformazione sul web può anche essere colpa di un algoritmo.

La disinformazione sul web può anche essere colpa di un algoritmo.

Come è noto viviamo in un’epoca in cui l’eccesso ha sostituito la scarsità di informazione.
I grandi quotidiani affrontano una durissima crisi e sono alla ricerca costante di strategie in grado di rilanciarne il ruolo.
Ma se la carta stampata boccheggia, il web è denso di incognite.
Sono cresciuto professionalmente in un mondo dell’informazione molto diverso da quello attuale, ma non mi aggrappo per questo a una qualche forma di nostalgia per i tempi andati.
CAMBIAMENTI DA GOVERNARE. Il cambiamento non va subito, ma governato, consapevoli dei vantaggi derivanti dalle novità, ma anche vaccinati a sufficienza contro le insidie del nuovo corso.
Vediamo insieme qualche punto critico.

Le fonti: i lettori attratti dal ''complottismo'' continueranno a cascarci

Senza fonti chiaramente identificate si rischia di contribuire all’alimentazione delle “bufale del web”.
Qualche anno fa sarebbero state le storielle da Bar Sport.
Oggi diventano post di siti fantasiosi o di portali che raccolgono le opinioni di presunti esperti dalle dubbie credenziali.
Fare luce non è facile e la responsabilità non può essere scaricata esclusivamente sul lettore.
TEMPO INSUFFICIENTE. Il tempo a disposizione degli utenti è infatti una risorsa tendenzialmente scarsa, da catturare in modo intelligente.
Se guardiamo al tempo dedicato mediamente a un singolo post è facile concludere che, al netto della propria capacità di discernimento, la verifica delle fonti rischia di diventare accessoria.
Ecco perché dovrebbero essere gli stessi quotidiani a scendere in campo.
DEBUNKING INUTILE? Un esempio positivo viene dal Washington Post, che ha lanciato nel maggio 2014 “What was fake”.
Un articolo settimanale che smontava tutte le notizie false comparse nel corso dei precedenti sette giorni.
Servizio utilissimo per i lettori seri e informati del quotidiano, ma che ha portato la curatrice Caitlin Dewey a sfogarsi nel dicembre 2015 in un post diventato celebre.
La Dewey, ammettendo l’inutilità degli sforzi di debunking (smontare le bufale) ha citato uno studio di Walter Quattrociocchi (Imt di Lucca), riconoscendo una semplice verità: gli utenti attratti da notizie non verificabili o da tesi complottistiche sono talmente dediti al consumo di tali informazioni che continueranno, con tutta probabilità, a consultare articoli che si conformano alla propria visione del mondo.

Il 58% degli italiani ritiene il web sempre credibile

Di chi fidarsi, dunque?
Dovendo scegliere tra un quotidiano e Twitter, a quale dei due riconosceremmo maggiore affidabilità?
La risposta ce la forniscono i ricercatori Andrea Ceron e Luigi Curini in un intervento su Lavoce.info.
Studiando i dati sull’Italia forniti dall’Eurobarometro, Ceron e Curini evidenziano che il nostro Paese è al sesto posto in Europa per fiducia nell’attendibilità della Rete.
Oltre il 58% degli italiani non ha dubbi nel ritenere il web una fonte credibile di informazioni.
Un dato di 10 punti superiore alla media europea.
SCETTICI CON LA STAMPA. Fermo restando la fiducia del 53,5% degli italiani per i quotidiani cartacei, è paradossale che quasi il 20% ritenga la carta stampata totalmente inaffidabile.
Una quota minoritaria caratterizzata da un basso grado di istruzione e scarso interesse per l’attualità? Al contrario.
La profilatura dell’Eurobarometro rivela che si tratta di uomini tra i 30 e i 50 anni, che dimostrano uno spiccato interesse per tematiche politiche, un reddito medio-alto e opinioni politiche piuttosto moderate.
Non certo i classici estremisti da tastiera.
RINCHIUSI NELLA FILTER BUBBLE. Ma quali notizie vediamo e quali no? Da tempo si discute della cosiddetta “filter bubble” in cui sarebbe rinchiuso ogni utente.
Le informazioni raccolte progressivamente sulla base del comportamento del singolo utente vengono infatti utilizzate dal sistema stesso (un esempio, Facebook) per selezionare e dare priorità ai contenuti a cui ha accesso più di frequente.
Il risultato è inevitabile: un soggetto che legge spesso post di un certo tipo si vedrà circondato da contenuti che rispecchiano automaticamente le proprie preferenze.
La disinformazione è anche colpa di un algoritmo?

La soluzione: l'incentivo a esplorare sempre nuovi sentieri

Non ho risposte pronte, ma punti di vista relativi ai tre temi che abbiamo appena analizzato.
Sulle fonti, la responsabilità deve essere equamente distribuita: massima allerta dai parte dei lettori, controlli a tappeto da parte dei media.
Il livello di fiducia va ricostruito su basi nuove: non ricercando spasmodicamente clic o limitandosi a rilanciare notizie già uscite, ma fornendo contenuti esclusivi e prospettive innovative.
FORARE LA BOLLA. Infine, forare la bolla di filtraggio diventa un obiettivo comune e condiviso: stimolando l’awareness da parte dei lettori, ma anche attivandosi per fornire agli stessi l’incentivo a esplorare sempre nuovi sentieri.
D’altronde l’obiettivo primario dell’informazione è sempre stato questo: trovare strade nuove per costruire la propria visione delle cose.
L’epoca dell’informazione standardizzata e di massa è al capolinea, ma il bisogno di informazione è intatto e insopprimibile.
Il settore dell’informazione è pronto ad accettare questa sfida?

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma
Twitter @gcomin

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nessun commento

Per scrivere un commento è necessario registrarsi oppure accedere con Twitter o Facebook: Loggati - Registrati

Dalla nostra HomePage
Csm, una riforma fatta in fretta. Per il referendum?

Revisione del regolamento approvata a marce forzate. Si vuole dare a Renzi un'arma da campagna elettorale? Magistratura indipendente attacca Legnini: «Norme fantasy» e «dibattito poco democratico».

prev
next