L'INTERVISTA

Tim Berners-Lee: «La democrazia online è una scelta e non un obbligo»

L'inventore del web parla a Lettera43.it.

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22 Marzo 2013

Internet esisteva già. Ma nessuno poteva usarlo. Per lo meno al di fuori della cerchia degli 'addetti ai lavori'. Poi arrivò un’intuizione. Un’idea semplice quanto rivoluzionaria e da cui non si sarebbe più potuti tornare indietro.
Tim Berners-Lee a quei tempi lavorava come ingegnere informatico al Cern di Ginevra: voleva semplicemente trovare un sistema per condividere e aggiornare le informazioni in modo semplice con i propri colleghi. Per farlo iniziò a lavorare al concetto di ipertesto, lo applicò a internet e costruì un prototipo di sistema che chiamò Enquire (ricerca appunto).
LE TRE 'W' CHE HANNO CAMBIATO IL MONDO. Era il 1991, e nel caldo d’agosto nacquero le tre lettere che hanno cambiato il mondo. Tre 'w', identiche fra loro, ma che aprivano a possibilità sempre diverse: era nato il web.
Tante cose sono successe in questi 22 anni. Ma nell’ottica di un universo, come è il web, si tratta di un nulla. O quasi.
«Siamo ancora agli inizi», conferma a Lettera43.it Tim Berners-Lee che abbiamo incontrato in occasione degli Ict days di Trento.
Lee spiega che i segni della 'rivoluzione' ci sono tutti: informazioni accessibili, riduzione delle distanze, libertà d’espressione. Una piazza democratica che, in teoria, abolisce differenze e limiti.
AGEVOLARE O OSTACOLARE LA DEMOCRAZIA. Ma un ventennio dopo resta ancora da capire, davvero, se il web sia in grado di agevolare la democrazia. O se sia piuttosto capace di ostacolarla.
E poi c’è un elemento chiave: la Rete non dimentica. E questo vale per tutto, anche per le opinioni e le battaglie di partito.
La politica reale è fatta di parole, di intenzioni che trovano lo spazio di una battuta. Finiscono nell’aria. Si perdono. E poco dopo vengono 'tradite' dal loro esatto contrario. Come succede in tivù, nei dibattiti, nei confronti che si danno l’aria di essere una democrazia delle idee.
SUL WEB RESTA TRACCIA DI TUTTO. La politica 'virtuale', invece, nasce dalle cosiddette 'piazze mediatiche', dai blog, dai post. Da affermazioni e opinioni messe nero su bianco. Pixel su pixel. E di cui il web conserva traccia inesorabilmente. Lì c’è meno spazio per la confusione e la manipolazione, forse. Ma ci sono altri rischi, ricorda Lee. A volte ancora più gravi.
Di certo il web è ormai una costola essenziale della quotidianità di 2,2 miliardi di persone. Popolazioni intere, nazioni intere. Continenti. Che meritano di essere monitorati e valutati.
INFLUENZARE LE NOSTRE VITE. Ma come è possibile valutare con precisione l’impatto globale del web? «Noi lo abbiamo fatto con il web index, uno strumento che abbiamo lanciato a settembre 2012 attraverso la World wide web foundation», spiega Berners-Lee.
«L’indice classifica 61 Paesi secondo l’impatto che il web ha sulla loro vita economica, politica e sociale», ma anche lo stato dello loro infrastrutture di comunicazione, i contenuti e i servizi in Rete e l’utilizzo stesso di internet.
Il motivo? «Capire quanto davvero sia in grado di cambiare la nostra vita. Non quella virtuale, ma quella reale», sorride Lee.

DOMANDA. Quando si è accorto che il web era diventato un strumento sociale?
RISPOSTA.
L’ho sempre saputo. Era quello che avevo voluto creare: volevo che fosse uno strumento con cui permettere alle persone di condividere idee. E quindi doveva essere per forza uno strumento collaborativo.
D. Quindi l’obiettivo è stato raggiunto?
R.
No, non del tutto. Il web non ha ancora raggiunto il suo potenziale. C’è ancora molto da scoprire.
D. Il web è uno strumento 'democratico', ma non è scontato che sia in grado di favorire la democrazia.
R.
Aiuta a spingere più in là il nostro sguardo. A tirare la corda. A essere curiosi. La democrazia arriva se si è in grado di cercarla. E per farlo non bisogna trasformare il web in un mezzo, uno strumento vuoto. La Rete non è un megafono. È nata per la condivisione e non per comunicare in senso univoco.
D. Per quello magari c'è la tivù.
R.
Forse, ma preferisco non guardarla.
D. Il web è il posto ideale per condividere informazioni. Ma forse non per condividere le decisioni.
R.
La Rete è un'innovazione più sociale che tecnica. Abilita la partecipazione globale, ma per far funzionare la macchina serve un sistema di governance. Le decisioni prese sul web diventano relative, perché legate agli attori coinvolti. E hanno bisogno di trovare un riscontro online: quello che è fuori dal web non esiste per il web.
D. Già a novembre 2012 a Roma aveva parlato di governo e Rete.
R.
Si, avevo detto che i governi devono imparare a usare il web come supporto alla democratizzazione. Perché aumenta l'efficienza e favorisce l'accessibilità dei dati. 
D. E l'Italia dov'è adesso?
R.
Ancora indietro. Siete al 23esimo posto nel nostro web index mondiale, superati persino dal Qatar e dal Messico. E nella classifica c'è una discrepanza assurda fra il posizionamento del vostro Paese sulla base del Prodotto interno lordo e sulla base dell'utilizzo del web.
D. Qualche spiraglio per il futuro?
R.
Sicuramente il vostro Paese è sulla buona strada. Anche se procede a rilento. Sono convinto che presto potrebbe esserci anche qui un e-governement come è avvenuto in Gran Bretagna. Grazie al web il sistema democratico non può che essere ancora più ampio e partecipativo.
D. E questo cosa c'entra con la democrazia?
R.
Le persone che votano devono essere informate. Bisogna ridurre il divario digitale. L'accesso a internet è un diritto.
D. L’Italia ha appena scoperto una nuova consapevolezza del web. E le idee di Grillo hanno creato un vero tsunami politico.
R.
Forse. Ma credo che sia solo un piccolo passo. Il M5s è da solo. I politici italiani non hanno ancora compreso l'enorme potenziale che hanno a disposizione. 
D. Oggi si parla tanto di democrazia liquida e Grillo sta cavalcando l'onda. 
R.
Internet per sua natura è liquido e capace di adattarsi a tutti i cambiamenti, politici e sociali. Magari in futuro arriveremo anche alle elezioni online. Ma ora bisogna capire che politica non è prendere decisioni collettive in maniera 'scientifica' e 'algoritmicamente democratica'.
D. A dire il vero uno strumento di democrazia algoritmica esiste già. Si chiama Liquid feedback, una piattaforma nata proprio con l'obiettivo di abilitare la partecipazione democratica sul web.
R.
Un nuovo modo di provare a trasferire online i parametri adottati finora.
D. L'hanno già adottata i partiti pirata d'Europa e anche il M5s ha iniziato a sperimentarla. Ma può un software insegnare la democrazia?
R.
Il sistema si basa su parametri statistici. E gli effetti democratici devono essere ancora capiti a fondo. Di certo i parametri statistici tendono a schiacciare le diversità e appiattirle verso il basso. Dando vita a un compromesso più moderato.
D. Il 4,4% degli italiani non ha accesso a un rete veloce né fissa né mobile, soprattutto al Sud. Ma è proprio dal Sud che sono arrivati la maggior parte dei voti per Grillo.
R. Esiste un movimento che nasce dal basso, fatto soprattutto da giovani, che usa sempre di più internet. E l'inizio di una rivoluzione.
D. Sì, ma la popolazione italiana sta invecchiando. E sono tante le persone sopra i 50 anni che non sanno davvero usare internet. Come fare a coinvolgerli?
R. Forse servirà del tempo e lavorare sul digital divide. O forse servirà solo la voglia, da parte loro, di provarci.
D. In che senso?
R. La democrazia è fare in modo che tutti potenzialmente abbiano le stesse possibilità di accesso alla Rete. Poi, però, democrazia è anche lasciare che questo strumento prezioso venga usato da chi davvero desidera farlo. 
D. Ma la democrazia liquida deve essere per tutti.
R. Sì, deve essere un diritto di tutti. Ma questo non significa che debba trasformarsi in un obbligo. Altrimenti tutto sarebbe tranne che democrazia. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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