2010 fuga da Washington

Gea Scancarello
29/09/2010

Lo staff di Obama perde i pezzi. Ma il turn-over è lontano.

2010 fuga da Washington

In Italia, con democristiana prudenza, lo chiameremmo rimpasto; gli americani, meno adusi ai giochi di parole, parlano di esodo. La sostanza è comunque la stessa: a un mese dalle elezioni di midterm con cui verrà rinnovato il parlamento, lo staff di Barack Obama perde i pezzi.  
L’ultimo di cui si vocifera la dipartita è Rahm Emanuel, il 50enne capo del consiglio di Gabinetto del presidente.  Rahmbo, come lo chiamano gli amici per via dell’indole non proprio docile, si dirige verso la poltrona di sindaco di Chicago, lasciando campo libero a un nuovo coordinatore: compito assai complesso e spesso ingrato, considerando il numero di persone di cui si circonda Barack e il rischio di diventare il capro espiatorio per tutto ciò che non funziona nell’amministrazione.
Il muscoloso Emanuel annuncerà la propria uscita di scena entro la prima settimana di ottobre, lasciando al capo di Stato un mese di tempo per scegliere un successore che convinca gli americani in crisi di fiducia che è in arrivo un cambio radicale.
A Washington e dintorni il toto-nomi va fortissimo: in cima all’elenco dei papabili si trovano Pete Rouse, già capo dello staff di Obama quando era senatore e attualmente suo consigliere, e Thomas Donilon, numero due del consiglio di Sicurezza nazionale.
Le quotazioni di Donilon sono in ascesa; d’altra parte il ragazzo è uno che nella vita ha fatto da braccio destro praticamente a chiunque abbia contato in America negli ultimi 30 anni: dall’ex presidente Jimmy Carter alla lady di ferro Madelain Albright, segretario di Stato negli anni di Clinton.

Bye Bye Larry

L’ultimo giorno di estate (summer, in inglese, con una coincidenza che ha mandato in visibilio i media) anche Larry Summers ha annunciato che lascerà il proprio incarico di capo consigliere economico della Casa Bianca: torna a insegnare tra i verdi prati di Harvard, lontano dai drammi delle banche da salvare e dei pacchetti di stimolo da approvare.
L’economista 54enne nei mesi della grande recessione ha funzionato come parafulmine per tutte le critiche rivolte all’amministrazione: non c’è da sorprendersi se non ci sia esattamente la fila per rimpiazzarlo. La scelta di Obama, in questo caso, è ancora più complessa perché deve fare i conti con il politically correct più che con il talento.
Le quatto posizioni più importanti del suo team economico sono occupate da maschi bianchi: per riequilibrare la situazione ci vorrebbe una donna o un nero, meglio ancora una donna nera.
Il vero colpo di teatro, in realtà, sarebbe una donna, nera e con un passato manageriale in una grande azienda, giacché la creazione di posti di lavoro, in un’America dove la disoccupazione ha toccato il record del 9,6% e 44 milioni di persone vivono sotto la soglia della povertà, è la mission impossible di chiunque sieda al posto di Summers.

Arriva la paladina degli indifesi

In mezzo a tanti grattacapi, il presidente può però contare su una spalla solida: Elisabeth Warren, bestia nera dei banchieri di Wall Street ed eroina della classe media in affanno.
È stata lei, instancabile avvocato 61enne che in tv finisce per sedurre anche i conduttori con la sua capacità persuasoria, a lottare per la creazione dell’agenzia per la difesa dei consumatori, un’istituzione che dovrebbe cambiare il rapporto di forza tra banchieri e gente comune.
Per essere sicuro che il senato non ne silurasse la nomina, Obama ha preferito inserirla genericamente nel proprio staff, evitando di metterla a capo dell’istituzione: la riprova ultima, caso mai servisse, che il presidente non ha più molti amici su cui contare.