Mario Margiocco

In vista del 4 marzo la borghesia italiana latita e tace

In vista del 4 marzo la borghesia italiana latita e tace

18 Febbraio 2018 13.00
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Gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori e anche avere così definito questo dilemma italico, quando correre e in soccorso di chi, spiega la costante attualità e utilità di Ennio Flaiano. Molti italiani, flaianamente, sono così. Ma si distinguono, ovviamente, quelli che invece per ruolo posizione sociale, censo e altro – la vera borghesia insomma, grande e media, grossomodo il 10% della popolazione – dovrebbero meglio di altri capire. Siamo alle ultime battute di una campagna elettorale che secondo molti potrebbe cambiare il panorama della politica italiana portando in prima fila forze “alternative” e nazionaliste, con ricette “nostrane” insomma, come il Movimento 5stelle e la Lega anti euro di Matteo Salvini. Si vedono in giro tanti attendismi. C’erano anche in passato, a volte. La borghesia italiana diventò antifascista dopo il luglio/settembre 43. E poco comunista dopo il 18 aprile 1948.

Il signor Massimo Colomban, in questo senso, ha qualcosa da dire: 68 anni, è l’ex assessore alle Partecipate (il cancro Atac in prima fila) del Comune di Roma nell’amministrazione di Virginia Raggi. Ma, soprattutto, è un gran borghese e un imprenditore di prima grandezza, con una solida reputazione internazionale, più che in Italia noto all’estero dove la sua Permasteelisa di Vittorio Veneto (rivestimenti edilizi di grandi edifici e ristrutturazione di grandi interni chiavi in mano) ha eseguito importanti lavori tra i quali le due sedi del Parlamento europeo a Strasburgo e Bruxelles, la Apple di Cupertino e molto altro, soprattutto in Usa, Asia e Australia. Permasteelisa è la classica multinazionale tascabile, con circa 6 mila dipendenti e un fatturato attorno a 1,5 miliardi di euro. Nel 2010-2011 Colomban, dopo aver regalato a un’ottantina di manager il 40% delle azioni, cedeva ai giapponesi il controllo azionario, passato alcuni mesi fa ai cinesi.

L'IMPEGNO POLITICO CON ZAIA NEL 2010. Creava un movimento politico, si candidava senza successo alle Regionali venete del 2010 con una lista centrista in appoggio a Zaia e poi si avvicinava, attraverso Gianroberto Casaleggio, ai 5 stelle. Obiettivo: mettere a frutto l’esperienza manageriale e fare qualcosa per risollevare l’Italia. All’inizio doveva essere Colomban il candidato sindaco di Roma, per il voto del giugno 2016, ma opportunità varie e non tutte nobili, come si doveva vedere nei giri di potere del Campidoglio, favorirono Virginia Raggi. L’esperienza romana finiva per Colomban piuttosto male nell’ottobre 2017. «Ho esaurito la pazienza», ha detto in una lunga intervista a Stefano Lorenzetto al Corriere della sera del 15 febbraio, e alla domanda «Voterebbe oggi la Raggi?» la risposta è stata un secco «No».

I punti centrali che tocca Colomban sono tre. Un Grillo «istrione e sognatore» che mantiene sempre un potere assoluto e prende il 95% delle decisioni, altro che fattosi da parte. «Nessuno ha il coraggio di contraddirlo» e chi lo fa viene emarginato. «Di economia capisce poco» e «tende a mandare in vacca gli argomenti. Se affronti una questione seria, svia il discorso, prende tempo». Grillo, questo Colomban non lo dice ma si sa, ha un ego smisurato ed è convinto di avere trovato la formula per trascinare le masse, il che in parte è vero, ma nemmeno lui, ignorante com’è, sa dove portarle. Una comica. E una tragedia.

«GRILLO NEMICO DELLA RICHEZZA». Secondo punto: la visione di Beppe «disegna un modello di società che non deve creare ricchezza. E pretende che a guidarlo sia solo lo Stato, con la Cassa depositi e prestiti a finanziare le imprese». E poi «una cosa è sicura: se arriva al potere, lo sviluppo si ferma. Grillo pensa che sia un pericolo». È la nota “decrescita felice” non più nominata, aggiungiamo, ma sempre presente. Chissà se il fondatore del M5s prevede anche la decrescita dei propri averi. Raul Castro, Chavez, Maduro i nomignoli affibbiatigli da Colomban. «Vuoi ridurmi l’Italia come il Venezuela». Chi conosce Grillo, aggiungiamo, sa che quella venezuelana o, meglio ancora, argentina, con i default a ripetizione simbolo della giusta indipendenza nazionale (sacro diritto alla miseria), è la sua portata intellettuale.

COLOMBAN SALVA DI MAIO. Terzo punto, il reddito di cittadinanza: «Beppe, ma chi paga? Non lo spiega. Però si capisce benissimo dove andrà a parare». Su aumenti di tasse. Come Robin Hood? «Raffronto improprio. Togliere alle imprese per dare a chi non fa neppure la fatica di cercarsi un lavoro, è una follia». Alla base di tutto c’è in Grillo un fondo marxista-leninista, teoria che in pratica non si è coperta di gloria né tantomeno ha creato ricchezza, e lui «adatta il socialismo reale al terzo millennio». Non è facile «togliere la camicia rossa ai grillini». Colomban però salva Luigi Di Maio: «È uno dei migliori. Ma è circondato da troppi pasdaran». Così ha parlato Colomban, e gliene siamo grati. E i suoi pari?

Sull'inesistenza e inconsistenza della borghesia italiana, la grande borghesia soprattutto che ambiva al ruolo superiore un tempo della nobiltà, sono stati scritti da Vilfredo Pareto in poi parecchi scaffali di biblioteca e la teoria delle élite ha avuto in Italia fin troppe analisi e ricerche. Le élite, infatti, latitavano. Forse troppo severi, gli stranieri hanno sempre detto che in Italia non ci sono, o non c’erano fino all’emergere prepotente negli Anni 50 dell’imprenditoria del Nord e del Centro. Resta degno di nota un giudizio del maresciallo Foch, comandante supremo francese nel 1918 ed esperto del fronte italiano, riportato da Camille Barrère, ambasciatore a Roma: «Le truppe italiane non sono seconde alle truppe di nessuna nazione dell’Intesa: ottime, ottime. Hanno un solo torto: di non essere comandate». Parlava non di capitani e tenenti, ma di colonnelli e generali. I francesi non stavano molto meglio, ma Foch aveva ragione.

LE IDEE PASSATISTE DI SALVINI. Oggi, a pochi giorni da un voto forse cruciale, fine di un’epoca e apertura all’ignoto, la borghesia non sa a che santo votarsi e latita e tace. Non si tratta solo dei 5 stelle, ma anche del salvinismo. Matteo Salvini è un caso un po’ diverso perché agita prima di tutto un problema, l’immigrazione, su cui vari errori sono stati commessi, il più grave di tutti comportarsi, prima dell’arrivo agli Interni di Marco Minniti, come se l’Italia fosse in grado di assorbire qualsiasi arrivo, soprattutto da un’Africa da 30 anni in esplosione demografica tutt’altro che finita. Quando parla di Europa e di euro, Salvini ha una visioneche promette localismo, sovranità monetaria, lira e dazi, il ritorno al più felice mondo di ieri e la soluzione dei problemi economici e prima di tutto quello del debito sovrano che, notoriamente dicono lui e i suoi economisti di fiducia, se c’è la sovranità monetaria non è un problema.

In Italia siamo sempre alla rincorsa di un sistema elettorale che continuiamo a cambiare perché contano gli interessi di chi fa politica e non quelli generali

Confondono l’Italia con gli Stati Uniti e anche con il Giappone, Paesi la cui valuta, il dollaro più di tutti, è ben richiesta e che quindi possono crearne (fino a un certo limite). Ma lo sa Salvini quanto sarebbe richiesta la lira? Come era richiesta 30 anni fa, e probabilmente ancora meno, cioè non richiesta affatto. Però predica una dottrina recepita nei bar d’Italia come la possibilità di crearsi valuta (pregiata!) in cantina. Anche in Francia Marine Le Pen prometteva poco più di un anno fa il felice ritorno al mondo di ieri, basta Europa e più Francia, i socialisti erano sfasciati e la borghesia però, che in Francia a differenza dell’Italia esiste in numero e consistenza adeguati, ha fatto quadrato attorno a Macron. E ha usato un sistema elettorale voluto nel 1958 da Charles De Gaulle per penalizzare le ali estreme.

ROSATELLUM, UNA LEGGE ORRIBILE. In Italia siamo sempre alla rincorsa di un sistema elettorale che continuiamo a cambiare perché contano gli interessi di chi fa politica e non quelli generali. Si vuole mano libera a chi fa le liste più che chiara attribuzione di poteri (temporanei). Se no, sistema francese alle legislative o sistema tedesco, collaudatissimi, andrebbero bene. Il Rosatellum è il peggio e a questo ci siamo ridotti. Ha un vantaggio però: consentirà in una situazione forse confusissima quei grandi giochi che così piacciono agli italiani, che confondono, per ignoranza e cinismo, destrezza con intelligenza, e adorano come il Tancredi de Il gattopardo quella «profittevolissima sfumatura di <estrema sinistra dell’estrema destra>, trampolino magnifico che doveva poi permettergli acrobazie ammirevoli e ammirate…». Risultato: un disastro. Vari borghesoni prevedono la vittoria di grillismo e salvinismo. Chi scrive non sa se per dati oggettivi, i sondaggi e il clima a fiuto, o opportunismo. Può darsi. Finora gli italiani, anche se questa volta l’esasperazione è tanta, sono stati nella loro lunga ormai storia elettorale più saggi che folli. Ma per chi si vota?

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