A, l’influenza che uccide

Daniele Lorenzetti
22/01/2011

In Italia 2 milioni di malati e 15 morti.

A, l’influenza che uccide

È partita un po’ in sordina, ma è stata poi capace di mettere a letto quasi 2 milioni di italiani. A dispetto di un battage mediatico lontano dai picchi del 2009, quando all’esordio del virus H1N1 c’era chi pronosticava una pandemia di epiche proporzioni e i media avevano diffuso un allarme pericolosamente vicino al panico. Stavolta l’influenza è arrivata in semiclandestinità. E a colpire l’immaginario sono stati soprattutto i singoli casi, come quello del bimbo con poco più di un anno che non ce l’ha fatta a superare la malattia all’ospedale di Bari (leggi la notizia dell’ultima vittima dell’influenza a Portogruaro).
Possibile che il banale virus debba ancora essere letale, nell’era delle nanotecnologie in medicina e delle diagnosi ultraprecoci? Se in Italia il numero delle vittime è arrivato a 15, in Gran Bretagna ha toccato le 253. Fatalità inevitabili? Lettera43.it ne ha parlato con il virologo milanese Fabrizio Pregliasco.


Domanda. Professor Pregliasco, nel 2009 toccò alla Campania sperimentare la sua dose di casi mortali, quest’anno particolarmente presa di mira è la Puglia. Come spiegare questi focolai così aggressivi in alcune regioni?
Risposta. Guardi, il meccanismo esatto per cui il virus si diffonde più da una parte o dall’altra è ancora sconosciuto. Ci sono una serie di concause: soggetti più immunodepressi o che stanno insieme in luoghi angusti possono fare da focolaio. Immaginiamo un incendio che comincia con fuocherelli dove trova un po’ di sterpaglie. Ma che sia una regione piuttosto che un’altra, dipende solo dal caso.
D. Resta sempre il dubbio: ma alla fine è una malattia banale o più seria di quanto non voglia la vulgata?
R. Mentre i virus influenzali che stanno circolando in Nord America sono i ceppi virali A/H3N2, in Europa, Italia compresa, il 70% delle infezioni in corso è dovuto al ceppo A/H1N1 pandemico. L’influenza ogni anno causa moltissimi casi, ma nel 99,9% di essi la malattia si risolve in un decorso banale. In passato non avevamo una valutazione analitica su episodi particolarmente gravi. Oggi guardando ai dati dell’ultimo decennio sappiamo che c’è un sovraccarico di 8 mila morti durante il picco influenzale. Di questi solo 1.000 per complicanze da polmoniti».
D. Il caso del bimbo di 17 mesi morto a Bari sembra una sconfitta della medicina: soffriva di broncodisplasia ma non era stato vaccinato. Solo imprudenza?
R. Lo scarso ricorso ai vaccini è un problema, effettivamente. Il fatto è che tra le categorie a rischio, negli anziani non si è andati oltre il 60%, quando l’Oms vorrebbe idealmente portare questa fascia al 75%. E c’è stata una flessione del 15, 20% nella quota di soggetti a rischio più giovani che dovrebbero vaccinarsi. Chi potrebbe tutelarsi dai rischi non lo fa a sufficienza.
D. Diranno che è un contraccolpo dopo il caso dei vaccini prodotti e buttati nel 2009. Quante furono poi le dosi distrutte?
R. Ne erano state ordinate 24 milioni, prodotte 10, usate solo 1 milione e le altre buttate via. Ogni dose costava 7,7 euro, il che vuol dire circa 98 milioni di spesa. Ma è facile parlare di allarmismi inutili. Oggi abbiamo una rete di monitoraggio tale per cui i segnali di un nuovo virus arrivano quasi immediatamente. Immaginiamo per fare un paragone un allarme molto sensibile in una villetta, che “legge” anche i movimenti di un gatto in giardino. Ma è il prezzo da pagare per essere tranquilli se dovesse manifestarsi un virus davvero aggressivo».
D. Quali sono i suoi tempi di ritorno?
R. Di virus muovi ce ne sono milioni. Secondo il principio della selezione il virus, essendo in sé instabile, prova delle alternative. La nuova variante “che funziona” è un po’ come un Negroni sbagliato delle malattie. Prima o poi qualcuno lo azzecca.
D. A livello mondiale la banca JP Morgan ha stimato un giro d’affari in circa 7 miliardi di dollari per la vaccinazione di massa contro l’H1N1. Col senno del poi, quello fu un favore all’industria farmaceutica?
R. Non nascondiamoci dietro a un dito. Sicuramente le industrie farmaceutiche non sono degli angeli. Ma anche loro devono essere credibili, non possono produrre il blockbuster di un anno e poi finirla lì. Dunque le responsabilità sono più diffuse: un circuito che lega lobby industriali, giornalismo voyeristico, istituzioni che premono per apparire rassicuranti. Ma ripeto: l’aviaria e la Sars hanno rappresentato anche un test, che dimostra come siamo in grado di individuare nell’immediato un rischio potenziale. E questo è solo un bene.
D. Non è che a forza di allarmi scatta poi l’assuefazione?
R. Io lo chiamo effetto “al lupo al lupo”. Quando arriva la pandemia, si sono stufati tutti. Battute apocalittiche a parte, quest’anno la malattia ha riportato la percezione dell’opinione pubblica nelle giuste dimensioni. L’apocalisse sanitaria non è dietro l’angolo. Ma è sempre bene tenersi informati. E nel caso, non avere paura di vaccinarsi in tempo.