A scuola da BB

Barbara Ciolli
14/12/2010

Meglio le donne francesi o le tedesche? La Bardot insegna.

Offri a una donna un bicchiere di champagne e lei ti risponde: «Bevo solo spumante», o, peggio ancora, «eh?». Arrivano palestrate e impeccabili agli appuntamenti e poi non si sanno muovere: vivisezionano le parole come se fossero braccate, saggiano i complimenti, prendono ogni mossa maledettamente sul serio. Quando infine ci provi, guardandole negli occhi, si voltano dall’altra parte.
Non è un caso se lo scrittore parigino Alain-Xavier Wurst, da sette anni trapiantato ad Amburgo, non ha ancora una ragazza, e sul perché ci ha scritto sopra pure un libro: Veniamo al sodo, chérie – Un francese disperato per le tedesche, uscito questo dicembre in Germania e già in vetta alle classifiche. Non sia mai che le donne, o i loro fidanzati, decidano di metterlo sotto l’albero, traendone qualche spunto efficace nel corso della lettura.

Nietzsche e la «gaia leggerezza»

In fondo, ha scritto Wurst, per imparare a giocare con gli uomini bisogna prima di tutto capire che «flirtare seriamente è un ossimoro: non si può». E per arrivarci le tedesche non dovrebbero neppure andare tanto lontano: basterebbe leggere le liriche di Heinrich Heine o meglio ancora, sostiene lo scrittore, Nietzsche.
Che non è solo il frustrato misogino del “vai a donne? Non dimenticare la frusta” (da Così parlò Zarathustra, 1885, ndr), versione dotta dell’odierno e abusato refrein “prendi una donna, trattala male”, ma il filosofo inebriato dallo spirito degli antichi ellenici, decantato ne La gaia scienza (1882).
“Oh, i greci! Loro sì che sapevano vivere: per questo è necessario fermarsi coraggiosamente alla superficie, alle sue pieghe, alla sua scorza, adorare l’apparenza, credere a forme, a suoni e a parole. A tutto l’Olimpo dell’apparenza! Questi greci erano superficiali, per profondità”: «Perché», sospira Wurst di incontro in incontro, illustrando il suo pampleth semiserio, «ve lo siete dimenticate?»

Tedesche, femministe e spartane

Le donne presenti, al solito, si schermiscono chiamando in causa la proverbiale rigidità dei tedeschi nei rapporti interpersonali: «Siamo molto distaccate, ma non è cattiveria», ha assicurato allo scrittore una giornalista della Zeit, nel corso di un’intervista, «e inoltre il nostro grande senso pratico non aiuta. Comprare lo champagne è uno sperpero, siamo spartane. Una volta alla stazione, per provarci, un ragazzo mi ha fatto i complimenti per i miei scarponi militari».
Per Wurst, invece, c’è di più: anche le tedesche che hanno buon gusto peccano di mancanza di personalità. Riescono sempre a essere molto appropriate, ma senza trasmettere fascino magnetico: in una parola sono scialbe e ingessate, abituate a vivere una vita a compartimenti standard. «Per flirtare poi occorrono luoghi convenzionali, un po’ come le zone per fumatori: nei club oppure su internet, altrimenti si scandalizzano», ha chiosato lo scrittore nel suo libro.
Per non parlare delle femministe tedesche, «che si tagliano i capelli a uomo perché vogliono essere “rispettate come persone” e non come donne. È pazzesco»: anche grazie a questa forma estremista di emancipazione, a detta di Wurst, «in Germania l’accettazione sociale del flirtare è minore che in Francia».
Altro è, secondo lo scrittore, il «femminismo spensierato» alla Brigitte Bardot, che di certo «non era una santa, perché giocava con gli uomini da cacciatrice, trattandoli come oggetti». Però intanto se la godeva, sanamente egoista e spudorata, libera da sempre: «Non aveva bisogno di pensarci, crogiolarsi nuda sulle spiagge di Saint-Tropez le veniva naturale, fre-gan-do-se-ne dei costumi castigati degli anni ’60».

Juliette, Sophie, Letitia: eleganza al naturale

Va da sé che la Bardot resta un modello ingombrante per tutte le donne a venire, e che è difficile dire quanto la sua attitudine alla seduzione sia un retaggio della cultura francese, piuttosto che il risultato di un carattere indipendente, aiutato dalla bontà di madre natura.
Certo è che mettendo a confronto le sex symbol tedesche (poche) con le francesi più charmant (molte), è innegabile che Brigitte abbia fatto scuola. Dalla generazione di Emmanuelle Béart, Juliette Binoche e Sophie Marceau (guarda la photogallery qui sotto), alla più giovane Laetitia Casta, l’allure delle francesi è elegante al naturale, sofisticata nella sua leggerezza, fine senza sforzo, eppure mai scadente nella sciatteria.
Al contrario le tedesche, anche quando sono esteticamente perfette come Claudia Schiffer, mancano di magnetismo, e, come le modelle Heidi Klum e di Diane Kruger, appaiono condizionate, se non inibite, dal rispetto di canoni predefiniti. In generale, troppo severe con se stesse per lasciarsi andare. Quando lo fanno, come nel caso della giunonica Ela Weber, la “sellerona” che piace agli italiani proprio perché è tanta, allora scarseggiano di finezza.

Marlene e Veruschka, icone nordiche d’antan

Forse è proprio questa la chiave di volta: invece che intestardirsi per essere quello che non si è, converrebbe competere su piani diversi, ispirandosi ai propri modelli passati, e non a quelli altrui.
Per trovare icone nazionali in grado di tenere testa, grazie a punti di forza diversi, alle sex symbol francesi, le tedesche dovrebbero guardare alla statuaria Veruschka degli anni ’60 e ’70, prussiana di nobili origini dell’exclave russa di Kaliningrad (un varco sul mar Baltico tra la Polonia e la Lituania) che diventò una delle muse di Richard Avedon.
O addirittura alla trasgressiva e carismatica Marlene Dietrich, Angelo azzurro del film tratto dal romanzo di Heinrich Mann, che negli anni ’30 sfondò a Hollywood grazie al suo fascino nordico, così ambiguo e glaciale.