Diego Masi

Perché Europa e Italia hanno bisogno dei giovani africani

Perché Europa e Italia hanno bisogno dei giovani africani

01 Aprile 2019 04.35
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Questo articolo è il secondo in una serie di tre, dedicata a illustrare l'impatto dell'Africa sul nostro continente in vista delle elezioni europee di maggio 2019.

LEGGI LA PRIMA PUNTATA: Perché l'Africa dev'essere un tema centrale alle elezioni europee

Thomas Friedman, il columnist del New York Times, racconta di un suo incontro in Niger con la comunità di un villaggio di soli anziani, donne e bambini: gli uomini erano tutti emigrati, nonostante i pericoli che avrebbero corso. «Perché», aveva spiegato una madre, «quando non hai neppure i soldi per un’aspirina per la madre malata, il rischio sei costretto a correrlo». La povertà, insieme alla speranza di una vita migliore, mette tanti giovani sulla strada dell’emigrazione. I numeri enormi della crescita demografica africana ne spingeranno tanti anche verso altri Paesi africani, ma sempre di più verso il nostro continente.

Le ragioni per emigrare sono molteplici: guerre e insicurezza fisica, discriminazioni, diritti umani calpestati, ricongiungimenti familiari, opportunità economiche, opportunità di divenire un rifugiato. Il flusso è destinato a ingrossarsi nel futuro, sulla scia di un’economia che non si sviluppa. Gli indigenti africani, intelligenti e anche educati, cercheranno vie di salvezza da una povertà endemica. In Africa, per tutti i futuri adulti, il lavoro non c’è. Questa è una certezza, per di più irrobustita dal fenomeno della robotizzazione, che aumenterà il blocco del lavoro industriale dequalificato. E mentre cresce l’educazione primaria e secondaria per i giovani africani, migliorano la salute e le cure, ci sono più medicine, si muore di meno da giovani e si vive di più da vecchi, i soldi sono incamerati da un ristretto gruppo di persone.

IL PUNTO DI VISTA DI UN GIOVANE SENZA LAVORO

L’Africa è un fantastico continente, primo produttore mondiale di svariate materie prime: dai diamanti al petrolio, dal cobalto al rame e via enumerando. È ricco di sole, acqua e vento per le energie rinnovabili; è ricco di terra da arare, tanto che molti Paesi fanno a gara a comprarsela basso prezzo (land grabbing); è ricco di giovani (quasi 1 miliardo e mezzo al 2050, circa il 60% della popolazione) in età di lavoro. Ma i soldi li hanno in pochi. L’Africa è un continente composto da 54 nazioni, spesso dittatoriali, sempre tribali e poco democratiche. Corrotte, fortemente burocratizzate (cosa che aumenta la piccola corruzione) e inefficienti. Chi vince le elezioni – se ce ne sono – normalmente prende il piatto e lo divide con pochi, anzi, pochissimi. L’élite e le oligarchie in Africa sono particolarmente ristrette. La curva di ricchezza africana è più concentrata di quella mondiale o occidentale. Il famoso 1% occidentale in Africa va letto come 0,1%, o forse meno. E allora un giovane ben educato e intraprendente, ma che guadagna 2 mila dollari l’anno e legge e vede che un europeo in media porta a casa 15 o 20 volte tanto, volete che non pensi come giungere da noi, come attraversare quel piccolo braccio di mare o arrivare – più facile – con un aereo e poi disperdersi nelle nostre città per prendersi un lavoro che c’è o che noi non facciamo più?

Il nostro tasso di natalità è dell’1,3% e, nonostante le illazioni a riguardo, abbiamo solo 5 milioni di stranieri residenti su 60 milioni di abitanti (meno del 10%)

Possibilità di migrare, accoglimento delle regole e dei valori del Paese di arrivo, integrazione: questi sono i tre paletti del contratto tra migrante economico, ecologico o asilante. Il contratto avrà sfumature differenti a seconda della tipologia della migrazione, ma è il medesimo per tutti. Tuttavia l’Europa, a sua volta, è composta da 28 Paesi che hanno atteggiamenti di accoglienza differenti rispetto a questi tre paletti e che, a seconda della loro situazione politica, alzano o abbassano le asticelle. Quindi il contratto è aleatorio e impraticabile, spesso mutevole di anno in anno e di elezione in elezione, per gli obiettivi che un migrante deve raggiungere. Ma l’Europa ha bisogno di migranti? Questo è il primo punto. E mi fermo qui per ora, tralasciando gli altri due paletti. La risposta è sì, ne ha bisogno e ne ha bisogno in modo continuativo: la nostra demografia è inversa rispetto all’Africa, siamo sempre più vecchi e abbiamo un tasso di natalità bassissimo, intorno all’1,5%. Non riusciremo, tra ora e il 2050, a tenere i nostri standard senza immigrazione.

IL PUNTO DI VISTA DEI PAESI EUROPEI (ITALIA INCLUSA)

Le Nazioni Unite indicano che avremo bisogno di circa 80 milioni di persone aggiuntive entro quell’anno. Senza questa iniezione di gioventù, la nostra sarà solo una decrescita infelice, senza possibilità di curare i nostri vecchi o di produrre i nostri beni. Rispetto al continente europeo, l’Italia è messa anche peggio: il nostro tasso di natalità è dell’1,3% e oggi, nonostante le illazioni a riguardo, abbiamo solo 5 milioni di stranieri residenti su 60 milioni di abitanti (meno del 10%). Se ci saranno abbastanza immigrati che contribuiranno a che il nostro tasso di natalità sia adeguato, nel 2050 saremo 56 milioni. Altrimenti, saremo molto pochi. Se vogliamo continuare a essere il terzo Paese d’Europa e il settimo mondiale, con un Pil che supera ben 190 Stati nel mondo, abbiamo bisogno di gente capace di lavorare e di innervare il nostro debole midollo. Di quel già citato 10% di immigrati residenti, pochissimi sono africani: solo l'1,8% proviene dal continente nero (800 mila persone) e spesso dai Paesi settentrionali, come si può leggere nella tabella.

Sono numeri risibili rispetto al fabbisogno; soprattutto, sono numeri incredibili rispetto al clamore mediatico che li circonda, che con il suo rumore toglie razionalità al tema della migrazione. La migrazione non viene affrontata con un atteggiamento scientifico dalla politica, che invece la usa scientificamente come strumento di pressione e di creazione di paure che vivono nella pancia e nell’emotività della gente. Gridare al "nero" che porta via il lavoro non costa nulla né allo Stato né al politico che alza la voce. È semplice. Fa guadagnare voti. Peccato che quel "nero" ci serva. A noi e all’Europa.

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