Abbiate Pazienza

Bruno Giurato
16/12/2010

A Roma, una mostra sul fumettista. Vincino lo ricorda.

È stato, alla sua maniera, l’artista punk per eccellenza sulla scena italiana. Andrea Pazienza (1956-1988), illustratore, fumettaro, pittore, “eroinomade”, ha messo la sua impressionante capacità tecnica al servizio della dissacrazione. E anche della consacrazione. La sua arte è celebrata a Roma, fino al 27 febbraio, nella mostra Paz e Pert, curata da Vincenzo Mollica e da Mariella Pazienza.
Per il capitolo dissacrazione basta pensare al personaggio di Zanardi, un cattivo a cui, senza un perché, ci si affeziona. E poi a tutte le vignette più crudeli (come le scene di pedofilia), alla cronaca della propria morte, raccontata e corteggiata in “Pompeo” e alla satira politica fattta di cinghiate verso tutti. Pazienza definì Marco Pannella un «balordo teramano» che «dopo essersi mangiato tutti i soldi di papà era radicalmente cambiato». Raffigurò Giovanni Paolo II in vestaglia a passeggio per i giardini vaticani con un cocktail in mano mentre guardava il cielo e si domandava: «E se esistesse veramente? Ma cosa vado a pensare!». 

Una smodata passione per Sandro Pertini

Per il capitolo consacrazione, ovvero il lato poetico e naïf di Pazienza, ci sono disegni, quadri, illustrazioni potenti e ingenue con due tratti di pennarello. E poi c’è la figura di Sandro Pertini. Pazienza fu sempre affascinato dal partigiano presidente.
Lo disegnò migliaia di volte, fu l’unico politico con cui non se la prese mai, anzi lo rappresentò sempre con affetto. Gli dedicò un libro, Pertini, appunto, nel 1983, il cui piatto forte era una striscia, Le avventure di Paz e Pert. Il capo partigiano Pert e il suo “luogosergente” scombinato Paz finivano implicati in storie bislacche, quasi sempre con finale tragicomico.
La mostra a Palazzo Incontro, nella capitale, intitolata appunto Paz e Pert, curata da Vincenzo Mollica e da Mariella Pazienza celebra proprio le tavole pertiniane di Pazienza. C’è anche un catalogo lussuoso di 224 pagine, edito da Fandango libri. Un modo di mettere in mostra il lato soft del Paz, un artista che di lati ne ebbe infiniti. Pazienza era capace di disegnare in tutti gli stili conosciuti e, appunto, aveva una expertise di artigiano degna di un pittore rinascimentale.
Il fatto fa riflettere su certi cortocircuiti del pensiero medio sull’arte. Nell’era del concettuale e del post-tutto, la Treccani sott’olio di Benedetto Marcucci, o i bambini impiccati di Cattelan, appartengono alla categoria dell’Arte (con la A maiuscola). Uno come Pazienza entra invece nella categoria leggerina del pop (con la p minuscola). A volte le derive culturali vanno oltre il buon senso, e il piacere.

Vincino e i “cinque anni che cambiarono la satira”

Vincenzo Gallo, in arte Vincino, vignettista de Il Foglio e del Corriere della Sera, di Pazienza è stato direttore del Male. Qualcuno ha detto che tra il punk inglese e quello italiano c’è di mezzo il Male, appunto. E bisogna ricordare che le provocazioni dei “Cinque anni che cambiarono la satira” sono rimaste nell’immaginario italiano: la bustina di droga in omaggio ai lettori (in realtà era pepe); le copertine con Aldo Moro nella famosa foto scattata dalle Br nella “prigione del popolo” con il fumetto: «Scusate, abitualmente vesto Marzotto»; le finte prime pagine dei quotidiani: memorabile quella in cui veniva dato l’annuncio dell’arresto di Ugo Tognazzi come capo delle Brigate Rosse.
Qualcuno potrebbe pensare che un tipo di satira così corsara e piena di jemenfoutisme sarebbe impraticabile oggi. Ma Vincino la pensa diversamente: « L’unico problema è economico», dice a Lettera43.it, «basterebbe trovare qualcuno che volesse investire 100 o 200 mila euro, e un giornale come Il Male si potrebbe rifare. Forse anche meglio, basta guardare a quanta creatività c’è in giro su internet».

Paz e i pennarelli consumati per le mezze tinte

Dal 1978 al 1982 del Male facevano parte, oltre a Vincino e Pazienza, anche Stefano Tamburini, Filippo Scozzari e molti altri, tra cui un temutissimo fuoriclasse della critica tv come Sergio Saviane. «Stavamo ore a disegnare al tavolo del Male», ricorda Vincino. «La sera, quando tutti se ne andavano, rimanevamo lui e io sotto la lampada. Andrea aveva un senso del colore impressionante, gli piaceva molto disegnare con i pennarelli consumati del giornale, con quelli riusiciva a ottenere delle mezze tinte incredibili. Grande artigiano tra l’altro. Gli è mancato il film. Aveva una grande capacità di sceneggiare i racconti, sarebbe stato velocissimo e naturale che facesse un film, ma non è successo».
L’incontro con Pazienza avvenne nel 1978, quando Vincino aveva pensato di radunare un gruppo di disegnatori per un nuovo progetto. Che poi non si fece. Pochi mesi dopo venne la possibilità di fare il Male, e allora Gallo chiamò subito, tra gli altri, Pazienza: «Lui, Tamburini, Scozzari, Mattioli, stavano ore e ore a discutere su come disegnare una mano, avevano un amore quasi ossessivo per questi particolari» ricorda.

Il pranzo al Quirinale senza Paz e lo spinello non fumato

Poi c’è l’episodio che si ricorda. Quello del mancato incontro, per un pranzo, tra Pazienza e il presidente della repubblica Pertini. Pert e Paz a pranzo. Al Quirinale, naturalmente. L’incontro tra satira e realtà (o meglio tra realtà e surrealtà) non ci fu, per la disperazione dei fan di entrambi.
Pertini era un grande appassionato di fumetti e disegni, collezionava le sue caricature in originale. Si diceva che al confino, durante il fascismo, mentre Nenni leggeva libri (e infatti disse di dovere un po’ di cultura a Mussolini) Pertini avesse in mano solo l’Intrepido. Quanto al pranzo le cose andarono così.
«Pertini telefonò in redazione al Male. Disse che gli erano piaciute molto le caricature su di lui, finì per invitare a pranzo il direttore del giornale», ricorda Vincenzo Gallo. «Rispondemmo che avremmo voluto venire tutti, in 20. Sarebbe stato un macello. Alla fine andammo quasi di nascosto Sparagna, un amministratore, Frattini, Melega e io».
Per l’occasione gli invitati portarono «uno spinello. Volevamo fumarlo al Quirinale», dice Gallo. «Il pranzo fu in pompa magna, molto formale. A un certo punto Pertini si lanciò in una tirata ferocissima contro chi si drogava, fece un discorso proprio forcaiolo. Allora decidemmo di lasciar perdere lo spinello». Pertini comunque fu molto contento di avere a pranzo il manipolo di guastatori.

Pertini e il compagno cameriere

«Per tutto il pranzo Pertini chiamò il capocameriere “Compagno”» ricorda Vincino. Leggenda vuole che il presidente partigiano avesse sussurrato a qualcuno del gruppo: «Se per caso finite in galera chiamatemi e vedo cosa posso fare per tirarvi fuori», ma Vincino non conferma, lui quella frase non se la ricorda. «Andrea, comunque, quando seppe che eravamo andati senza di lui ci rimase male, un po’», conclude Gallo.
Ma in fondo Pazienza, almeno nel fumetto, con Pertini aveva fatto la resistenza. E alla fine i due restano associati grazie a quelle tavole come figure dell’immaginazione surreale e della commedia (punk) all’italiana. Sorta di “universali fantastici” della sovversione. Perché infine, come disse l’artista di San Severo di se stesso: «La Pazienza ha un limite, Pazienza no».