Le difficoltà di abortire con l’emergenza coronavirus

Alessia Ferri
05/04/2020

Interrompere una gravidanza nel nostro Paese è già difficile. Ora con gli ospedali saturi e gli interventi non urgenti sospesi lo è molto di più. Non sempre viene favorita la soluzione farmacologica e in alcuni casi le donne sono dirottate in altre città. Il punto.

Le difficoltà di abortire con l’emergenza coronavirus

Abortire in Italia non è sempre facile, nonostante sia un diritto garantito dalla legge 194. Questo a causa dell’altissimo numero di obiettori di coscienza, pari al 68,4% del totale (ultimi dati resi noti dal ministero della Salute risalenti al 2017) e oggi dell’emergenza Covid-19.

Gli accessi agli ospedali, infatti, sono limitati e tutte le operazioni chirurgiche non urgenti sono state posticipate a data da destinarsi. Ma questo non può valere per l’interruzione volontaria di gravidanza che deve rispettare tempistiche precise e obbligatorie.

«Stanno arrivando diverse segnalazioni, soprattutto dal Nord Italia, di donne che si sono viste sbattere la porta in faccia o hanno avuto difficoltà a far valere il proprio diritto», spiega a Lettera43.it Silvana Agatone, ginecologa e presidentessa di Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/78).

LA SOLUZIONE FARMACOLOGICA ANCORA MACCHINOSA

Uno dei casi più emblematici arriva dall’ospedale maggiore di Lodi dove, come confermato dallo stesso reparto di Ostetricia e Ginecologia, per limitare gli ingressi, gli aborti farmacologici sono stati interrotti e si eseguono esclusivamente quelli chirurgici. Una decisione che potrebbe sembrare paradossale visto che ricovero e intervento espongono paziente e medici a molti più rischi rispetto alla consegna di un farmaco.

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«Negli altri Paesi europei che consentono l’aborto farmacologico», fa notare Agatone, «la procedura è molto più snella mentre da noi richiede diversi colloqui in ospedale. Non esiste un protocollo nazionale unico. In Lombardia, per esempio, sono previsti tre accessi in reparto, a fronte dei due del chirurgico. Invece di ridurli, quindi, si è preferito sacrificare il diritto di una donna a scegliere il metodo abortivo che meglio si adatta alle sue esigenze».

LA SITUAZIONE NELL’EX ZONA ROSSA DEL LODIGIANO

Ora questo problema riguarda soprattutto le province della prima zona rossa, ma con l’avanzamento del virus è verosimile che tocchi anche il Sud Italia. «Dove da sempre», sottolinea Agatone, «le strutture e i medici impegnati nell’interruzione volontaria di gravidanza sono meno e peggio attrezzati rispetto alle aree settentrionali». Ma non è tutto. Alcuni ospedali, oltre a ridurre gli accessi, hanno addirittura sospeso il servizio di Ivg trasferendolo altrove. Succede, per esempio, nei comuni di Codogno, Casalpusterlengo e Sant’Angelo Lodigiano. Le donne vengono così indirizzate nella vicina Lodi, dove tuttavia come già testimoniato, la situazione è solo di poco migliore.

LE INFORMAZIONI E GLI AIUTI ONLINE

In un momento di emergenza come questo, dunque, per chi vuole abortire è ancora più importante avere punti di riferimento ai quali rivolgersi per informazioni chiare e precise. Per questo sul web, le realtà Obiezione Respinta e IVG, ho abortito e sto benissimo, si sono unite dando vita a un servizio di supporto sui social e a un canale Telegram (Aborto_emergenzaCovid19) dove è possibile consultare una mappa, costantemente aggiornata, degli ospedali dove il servizio è garantito (in alternativa è possibile telefonare al numero attivo 24h ogni giorno: 331 9634889).

UN SUPPORTO OGGI PIÙ CHE MAI FONDAMENTALE

«Già normalmente aiutiamo le donne in difficoltà e oggi più che mai il nostro supporto è fondamentale», commenta Federica Di Martino, psicoterapeuta e co-fondatrice, insieme alla ginecologa responsabile dell’associazione Vita di Donna Elisabetta Canitano, della pagina Facebook IVG, ho abortito e sto benissimo. Di Martino conferma le preoccupazioni di Agatone per la situazione nel Mezzogiorno. «A Salerno», racconta Di Martino, «dopo diverse pressioni ora pare sia tutto nella norma, ma fino a pochi giorni fa si parlava di Ivg sospese almeno fino a Pasqua». Casi isolati, certo. Ma che fanno pensare.

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«Una ragazza abruzzese non sapeva a chi rivolgersi perché il medico di base si rifiutava, nonostante l’obbligo di legge, di rilasciarle il certificato indispensabile per recarsi in ospedale», continua la psicoterapeuta. «Così mi sono rivolta a Vasto e il primario di ginecologia si è dimostrato subito molto disponibile. Ha contattato la donna per organizzare un appuntamento. Inoltre, nonostante normalmente in quell’ospedale si utilizzi solo il metodo chirurgico, al momento si sta favorendo quello farmacologico con meno colloqui possibili, in modo da gestire rapidamente il flusso delle utenti».