Disabili e gravidanze inconsapevoli, un dramma irrisolto

Ogni scelta va ponderata e devono essere ben chiare tutte le conseguenze che comporta. Per tutelare davvero la vita di bambini e donne, più che dibattere se sia giusto o no abortire, sarebbe meglio intervenire per prevenire tragedie e danni permanenti.

01 Luglio 2019 09.26
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La decisione di una giudice britannica di imporre l’aborto a una 25enne con disabilità cognitiva incinta alla 22esima settimana ha sollevato un polverone nel Regno Unito. I sostenitori del movimento pro vita erano ovviamente insorti invocando la libertà di scelta della donna che, stando alle dichiarazioni della madre, si era detta favorevole alla nascita del bambino. Ora la Corte d’Appello ha accettato il ricorso presentato sempre dalla madre della ragazza e alla 25enne è stato permesso di continuare la gravidanza. Facile sostenere il diritto alla vita e al libero arbitrio quando si tratta dell’utero di altre. In realtà questa situazione è un vero dramma e non vorrei essere nei panni di chi è tenuto a prendere una decisione in merito.

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LA GRAVIDANZA DEVE ESSERE UNA SCELTA LIBERA E CONSAPEVOLE

Penso che in genere l’ultima parola rispetto alla decisione di dare alla luce una creatura oppure di non farlo spetti alla donna che l’ha concepita. Ma la donna deve essere messa nelle condizioni di compiere una scelta libera e consapevole. Occorre che si renda conto di ciò che comporta sostenere una gravidanza e allevare un bambino. Dev’essere conscia dei mutamenti che avverranno nel suo corpo, di cosa significa partorire.

LE RICADUTE DI UNA DECISIONE IMPOSTA

Un’amica ha lavorato come sostituta di un’assistente sociale all’estero e si è trovata a gestire una situazione simile. La famiglia della giovane donna con disabilità cognitiva che lei aveva preso in carico aveva deciso di non farla abortire, quindi l’équipe socio-assistenziale si era attivata per supportarla. La mia amica ha potuto osservare le ricadute di una gravidanza la cui portata (forse) non era stata compresa fino in fondo. La sua utente aveva iniziato a manifestare comportamenti autolesionisti perché diceva di non riuscire a sopportare i troppi mutamenti che stavano avvenendo nella sua vita.

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PRIMA DI TUTTO DEVE ESSERCI LA TUTELA DELLA DONNA

La ragazza britannica ha liberamente e consapevolmente scelto di volere un figlio o è rimasta incinta senza averlo prima desiderato? La domanda da porsi è questa. Le circostanze in cui è avvenuto il concepimento non sono ancora chiare. La giudice ritiene che la giovane non capisca realmente cosa significhi avere un figlio e che «le piacerebbe avere un bambino nello stesso modo in cui vorrebbe avere una bambola». Sembrerebbe quindi che la giovane non abbia cercato attivamente e volontariamente di rimanere incinta ma che probabilmente il concepimento sia stato il frutto di un “errore”, di un rapporto sessuale non protetto. In virtù di questo abortire mi sembra essere la soluzione più tutelante per lei e forse anche la più rispettosa delle sue intenzioni.

SI CONTINUA A NON COGLIERE IL VERO PUNTO DELLA QUESTIONE

Tutti ora pretendono di esprimersi in merito alla liceità o meno per questa ragazza di abortire eppure nessuno si esprime mai sull‘urgenza di pianificare interventi rivolti a donne con disabilità cognitiva con gli obiettivi di incrementare la consapevolezza rispetto al proprio corpo, ai loro desideri e ai significati sottesi a determinati gesti o parole. Penso anche che difendere la vita dovrebbe significare tutelare la qualità dell’esistenza di tutti. Possiamo essere sicuri che questa nuova nascita non comprometta l’equilibrio di chi già c’è ma anche del nascituro, sia che venga lasciato alle cure della nonna sia che venga dato in adozione? La mamma della ragazza riuscirà a sostenere il peso della responsabilità che sicuramente le richiederà il nuovo assetto familiare? Verrà attivata una rete di sostegno, sia istituzionale che informale, in grado di aiutare l’intera famiglia?

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IL NODO DELL’ADOTTABILITÀ

La giudice ipotizza che il bambino potrebbe essere dato in adozione se la ragazza dimostrasse di non essere in grado di occuparsene o di costituire un pericolo per la propria incolumità e per quella del piccolo. Se ciò dovesse succedere quali sarebbero le ripercussioni per tutti, bambino compreso? Indurla ad abortire sarebbe stato peggio? No, io penso che nei confronti di quella donna sia stata agita una violenza senza pari in nome di una religione che, almeno in teoria, si fonda sul rispetto del prossimo. Penso sia difficilissimo prendere la decisione giusta e che la possibilità di sbagliare faccia parte del processo. Le persone non sono macchine di cui è possibile prevedere con esattezza il comportamento. Credo che ogni situazione vada valutata nella sua unicità e che le soluzioni preconfezionate offerte dalle ideologie, religiose e non, causino solo danni a tutti. «Una decisione straziante ma necessaria per il miglior interesse della ragazza». Così si è espressa la giudice emettendo la sentenza di ingiunzione all’aborto. Una scelta che anch’io avverto come dolorosa ma di cui comprendo le ragioni e a necessità.

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