Acca Larentia, la vera storia del saluto fascista che di romano non ha proprio nulla

Marco Fraquelli
13/01/2024

Il gesto di cui tanto si discute, imposto da Starace, in realtà venne inventato da D'Annunzio che lo riprese dal Giuramento degli Orazi di David. Il celebre pittore francese a sua volta si ispirò a una parodia dell’Horace di Corneille piena di «cicisbei talentuosissimi» con calzamaglia e gestualità effeminate. Alla faccia del macho italico.

Acca Larentia, la vera storia del saluto fascista che di romano non ha proprio nulla

Non si spengono le polemiche legate alla vicenda della commemorazione di Acca Larentia. Al centro delle discussioni, anche animate, l’esibizione insistita, da parte dei convenuti, del saluto romano, per definizione il saluto fascista che, recita Wikipedia, prevede l’estensione completa in avanti del braccio destro, «alzato di circa 135 gradi rispetto all’asse verticale del corpo con il palmo della mano rivolto verso il basso e le dita unite». I fascisti lo adottarono anche prima della marcia su Roma, ma fu l’allora segretario del partito Achille Starace a “imporlo”, promuovendo una vera e propria campagna perché sostituisse la tradizionale stretta di mano, considerato gesto troppo borghese (e, sostiene qualcuno, anche con intenti salutistici, considerato che, dopo la pandemia dovuta alla febbre spagnola, fosse meglio evitare troppi contatti tra gli individui).

Il vero saluto romano? Il pugno destro battuto sul petto all’altezza del cuore

Per “nobilitare” il gesto, i fascisti lo associarono al saluto tradizionale dell’antica Roma. Ma, stando ai più approfonditi studi storiografici, nell’età classica a Roma non vi è alcuna traccia di quel tipo di saluto. Né le testimonianze dell’epoca (per esempio la ricca iconografia visibile ancora oggi nella pittura e nella scultura) ne fanno mai parola. Esistono, invece, descrizioni di ben altre modalità di saluto, da quello più semplice e comune, il famoso “Ave” a quello più ossequioso – utilizzato per esempio tra personaggi di alto lignaggio come Giulio Cesare, Ottaviano e così via – del pugno destro battuto sul petto, all’altezza del cuore. Qualcuno ha poi creduto di rintracciare il saluto romano adottato dalle camicie nere in alcuni monumenti, su tutti la colonna di Traiano, dove diversi bassorilievi e fregi rappresentano le legioni dei soldati romani con il braccio destro teso, ma, in quel caso, la tensione era dovuta esclusivamente all’atto di lancio dei giavellotti e altre armi, quindi il saluto non c’entra proprio niente. Qualcuno, con precisione persino un po’ pedante, ha anche calcolato che le braccia dei militi non erano propriamente tese, ma ripiegate a 120 gradi. A maggior ragione, niente a che vedere coi 135 gradi canonici fascisti.

Acca Larentia, la vera storia del saluto fascista che di romano non ha proprio nulla
Militanti neofascisti a Predappio (Getty Images).

L’invenzione di Gabriele D’Annunzio e l’ispirazione neoclassica

È parere pressoché unanime che a “inventare” il saluto romano sia stato Gabriele D’Annunzio, che lo adottò per i suoi legionari durante l’avventura fiumana. Non è un mistero, infatti, che il poeta abruzzese, oltre a guidare le operazioni militari e logistiche durante l’occupazione di Fiume, si fosse occupato anche di tutti i minimi dettagli per così dire estetici e rituali, comprese le divise e, appunto, il saluto. Si sa, per diretta testimonianza dello stesso Vate, che a ispirargli il gesto non fosse stata la inesistente tradizione romana, bensì una delle opere più rappresentative dell’arte neoclassica: Il giuramento degli Orazi di Jacques-Louis David, dipinto nel 1784 e divenuto, dopo la Rivoluzione francese, una vera e propria icona anti-monarchica. I tre Orazi raffigurati nell’atto del giuramento, infatti, vennero presi a simbolo della celebre triade di Uguaglianza, Fraternità e Libertà. Sappiamo poi che a ispirare l’opera a David fu una parodia piuttosto satirica e dissacrante dell’Horace di Corneille, a cui il pittore assistette nel 1873. Lo stesso David, in un diario, raccontò di essere rimasto molto colpito dai «cicisbei talentuosissimi», con tanto di calzamaglia e gestualità effeminate, protagonisti della rielaborazione dell’opera del grande drammaturgo seicentesco.

Acca Larentia, la vera storia del saluto fascista che di romano non ha proprio nulla
Un dettaglio de Il giuramento degli Orazi di Jacques-Louis David.

Anche l’Hitlergruß di mitologico non ha proprio nulla

Altro che saluto romano: alla base del saluto fascista non ci sarebbe altro che un gesto piuttosto comico inventato da attori satirici. E la cosa vale anche per il saluto nazista, il cosiddetto Hitlergruß, o saluto di Hiler (che, ci informa sempre Wikipedia, prevedeva un braccio alzato con un angolo di circa 120 gradi rispetto al torso). Anche in questo caso, i nazisti cercarono di nobilitare il gesto riconducendolo al saluto degli antichi Germani, almeno come variante del gesto di giuramento fatto dagli antichi popoli germanici con una lancia sollevata (questo sì provato storicamente). Anche per quanto riguarda l’Heil che lo accompagnava, nessun legame con l’antichità: niente a che vedere, almeno direttamente, con il Sieg Heil con cui la folla acclamava le incoronazioni dei re germanici, bensì il più prosaico e semplice Heil (Salute) con cui, a fine Ottocento, i Wandervögel (“Uccelli migratori”), una sorta di movimento scout, diretto predecessore della Hitlerjugend, aveva sostituito l’inchino, considerato troppo borghese, e il batter di tacchi prussiano, considerato troppo aristocratico. A differenza che in Italia, i neonazisti non possono minimamente utilizzare l’Heil Hitler e, così, nell’iconografia, è diventato un “semplice” 88, con riferimento all’H come ottava lettera dell’alfabeto.