La Repubblica dei fake: alle radici della satira politica su Twitter

Da Renzo Mattei a Gianni Kuperlo, passando per Virginie aReggì e Cippo Pivati. Un libro racconta la genesi degli account fasulli, dando voce ai loro creatori. Perché in fondo la parodia cela ancora una lama di verità.

La Repubblica dei fake: alle radici della satira politica su Twitter

Tra bracci di ferro, pantomime, dialoghi più o meno alla luce del sole e ircocervi che saltellano tra retroscena e palazzi, lo scenario post-voto risulta di difficile lettura. Per usare un eufemismo, perché al momento ogni riflessione sulla formazione di un possibile governo è quasi materia da aruspici. Luigi Di Maio troverà la quadra con Matteo Salvini? Silvio Berlusconi rientrerà nei giochi? E il Pd orfano – sulla carta – di Matteo Renzi resisterà alle sirene di un appoggio esterno?

CONSULTAZIONI FAKE. Se i big della politica per ora si espongono comprensibilmente col contagocce, a tentare di dare una lettura semiseria della complessità di questi giorni ci pensano loro: i fake. Satira, certo. Che però negli ultimi anni non solo è stata scambiata per realtà, ma ha dato attraverso la lente del paradosso e strappando una risata – spesso amara se non amarissima – il polso della situazione. Soprattutto a sinistra.

L'ANALISI DELLA SCONFITTA (REALE). Non è un caso che all'indomani della bastosta elettorale del Pd Renzo Mattei abbia sentenziato su Twitter: «Questa pagina diventerà un blog di cucina. Oggi in diretta alle 17 prepariamo le pappardelle ai funghi porcini». Salvo poi lanciarsi in previsioni: «Berlusconi appoggia il Governo Di Maio e parte in tournée con Beppe Grillo». E ancora: «Ecco il piano: mandiamo in pensione Mattarella, appoggiamo il Governo Di Maio, faccio il Presidente della Repubblica».

Se Renzo Mattei spara, Gianni Kuperlo risponde: «Compagni, la linea progressista per il Pd: il Pd si fonde con Forza Italia, sostiene il governo Salvini, lo fa cadere, si va alle elezioni, il Pd perde da destra». Ed era stato sempre Kuperlo a commentare efficacemente e in una manciata di caratteri gli instabili equilibri politici: «Quindi il giaguaro l'ha smacchiato Salvini».

Renzo Mattei (80.600 follower), Gianni Kuperlo (36.900), il «dissidente modello» Cippo Pivati. Ma anche Profeta Fassino, D'Alema er Massimo, Carlo Callende e Ciccio Calenda, per citare le new entry dell'area. Profili fasulli alla mano, è la sinistra per una volta a vincere. «C'è più ispirazione e si prendono in giro più facilmente», spiega a L43 Romana Ranucci, autrice con Sara Dellabella di Fake Republic, la satira politica ai tempi di Twitter (ed. Ponte Sisto). Un fenomeno quello degli account parodia che tra l'altro non dovrebbe stupire in un'epoca dominata dalle fake news.

LA CAMERA (FAKE) DELLA REPUBBLICA. Le due giornaliste hanno monitorato l'attività di questa Camera (fake) 2.0, intervistando chi si nasconde dietro i profili. «Semplici appassionati di politica», spiega ancora Ranucci, «ma anche persone che frequentano i Palazzi ed esperti di comunicazione, che non potendo parlare direttamente lo fanno in questo modo».

Dall'account di Gianni Kuperlo per esempio twitta Davide Astolfi, ricercatore di Fisica sperimentale che si definisce «socialdemocratico». Come ricordano le due autrici questo «parody account è nato prima del profilo ufficiale del deputato dem», quando l'ex presidente Pd cominciò ad annunciare la sua candidatura al Congresso 2012. In altre parole, «Kuperlo ha iniziato a postare quando Cuperlo ancora non aveva aperto un account Twitter. Elemento questo che ha mandato in confusione giornalisti e politici». E che non ha certo infastidito il dem, anzi.

TRA D'ALEMA ER MASSIMO E CIPPO. D'Alema er Massimo, invece, come l'originale è un veterano della politica, anche se 2.0. Dietro al fake di D’Alema, scrivono Ranucci e Dellabella, c’è un professionista con «qualche anno in meno di Massimo» che vuole restare anonimo. Si occupa di direct marketing e comunicazione pubblicitaria (anche politica) e non vota da almeno 10 anni. Nulla si sa anche di chi si nasconda dietro a Cippo Pivati che come il leader di Possibile ha lasciato il Pd. Asciutta la sua biografia: «Dissidente modello, finalmente ho lasciato il cazzo di partito», mentre la sua firma è l'hashtag #perdire. Civati dal canto suo è affezionato al suo fake. «Non mi disturba affatto», ha assicurato. «A volte, però, preferisco farmi il fake da solo, con #autoironia, prendendomi in giro. Per dire e fare cose serie, non bisogna prendersi sul serio». Che dire poi di Renzo Mattei il cui profilo è gestito da tre ragazzi under 30 ex militanti del Pd.

Se a destra lo scenario è meno frizzante, si segnalano l'ormai scomparso Aiemanno e il fake del segretario del Carroccio Saggeo Salvini, lo stesso non si può dire per il Movimento 5 stelle. A tenere a battesimo il fenomeno dei fake è stato Casalegglo, alter ego di Gianroberto Casaleggio, scomparso da Twitter con la morte del co-fondatore del M5s. L'idea del profilo fake venne a Gaspare Bittetto, autore di Radio2. «Lo abbiamo immaginato come uno che sta sempre dietro le quinte», ha raccontato alle due autrici, «una sorta di eminenza grigia, un po’ nerd, uno che pensa solo a scenari apocalittici, un incrocio tra una figura spirituale e un robot».

COME NACQUE IL #VINCIAMOPOI. A gestire l'account era una vera e propria redazione che decideva in riunione cosa e quando twittare. E il suo successo è la conferma di come un fake possa diventare spin doctor a sua insaputa. La sera delle Europee, quelle del 40% al Pd, il team lanciò l'hashtag #vinciamopoi successivamente ripreso da Beppe Grillo nel celebre video col Maalox e premiato come miglior hashtag.

Sempre in casa M5s si è fatto strada, non senza difficoltà, il fake della sindaca Virginia Raggi ora Virginie aReggì. L'autore è Marco, social media manager «perennemente disoccupato». La prima cittadina però non ha gradito l'interessamento. L'account è infatti stato segnalato e chiuso più volte per furto d'identità. Sempre legato all'amministrazione capitolina, anche Spelacchio il profilo dell'abete delle polemiche.

Ultimo arrivato, e non poteva essere altrimenti, è il fake di Roberto Fico che su Twitter si presenta così: «Presidente della Cameretta dei Deputati. Rinuncio a cose, ma in maniera fake. Twitto da un vecchio Nokia 3310». Dopo il servizio fotografico del suo primo giorno di lavoro in autobus, il suo profilo è centrato sull'ostentazione del pauperismo, sospinto dagli hashtag #RobertoFicoRinunciaaCose e #Robertoficosantosubito.

«Se il fake funziona», conclude Ranucci, «è una buona pubblicità per il politico di turno». Retwittare il post di un fake può servire a dileggiare l'avversario o ad aumentare la propria visibilità social. Leggendo tra le righe della satira e del paradosso, poi, una luce di verità emerge sempre. Del resto una volta la politica si faceva nei Palazzi, nelle sezioni e nelle piazze, ora sempre più a colpi di hashtag e visualizzazioni. E se una volta la parodia calcava il palcoscenico del Bagaglino, con Oreste Lionello nelle vesti di Giulio Andreotti ora si muove tra i profili fake. Non troppo lontani dagli account ufficiali. «In alcune occasioni il fake indica il “re nudo” perché spiega meglio dell’originale alcune situazioni», dice in Fake Republic Giovanna Cosenza, docente di Semiotica dei nuovi media a Bologna. «Funzionano come la satira che, quando è ben riuscita, ruba l’anima al politico». Effetti collaterali della spettacolarizzazione sempre più marcata della politica.

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