Addio al Vecio

Redazione
21/12/2010

di Giovanni Cortinovis Con la morte di Enzo Bearzot siamo tutti un po’ orfani. Eravamo diventati figli suoi dopo il...

Addio al Vecio

di Giovanni Cortinovis

Con la morte di Enzo Bearzot siamo tutti un po’ orfani. Eravamo diventati figli suoi dopo il vittorioso Mondiale di Spagna, nel 1982, e la fortunata cover di DaDaDa: della versione italiana, un inno agli azzurri campioni, era entrata nell’immaginario collettivo la seconda strofa: «Conti e Causio brasileiro/ Tardellito il bandolero/ Antognoni il director/ Cicciobello il tirador/ con Pablito il goleador/ son tutti figli di Bearzot».
Eppure, prima di salire sul carro dei vincitori, il Commissario Tecnico della Nazionale era stato oggetto di pesanti critiche, sia dalla stampa che dai tifosi, e persino di quattro interrogazioni parlamentari (3 alla Camera, 1 al Senato), dopo il triplice pareggio della prima fase, con Perù, Polonia e Camerun. Bearzot reagì invocando «una interpellanza su questi signori (i politici; ndr) e sui loro premi».
IL GRUPPO PRIMA DI TUTTO. Servendosi delle polemiche, Bearzot fortificò il gruppo che esplose in tutta la sua forza contro l’Argentina (2-1), dando il là alla cavalcata trionfale verso il titolo, santificata dal 3-2 che fece piangere i brasiliani. Della fiducia incrollabile nel collettivo Bearzot ne ha dato ampio conto nel libro-intervista realizzato con Gigi Garanzini per i tipi di Baldini & Castoldi: «Il vero, grande fuoriclasse è quello che, attraverso il sacrificio e l’altruismo, riesce ad aggiungere qualcosa di suo, in funzione degli altri, a tutto quello che ha avuto in dono dalla natura».

La carriera da calciatore: gli esordi nell’Inter poi 10 anni nel Torino

La filosofia del “collettivo prima di tutto” l’aveva sperimentato da calciatore, essendo stato un ruvido mediano che i tifosi nerazzurri chiamavano “il bandolero stanco”. I genitori avrebbero preferito per lui una carriera di medico o di bancario, ma Enzo aveva capito «che il calcio può dare grandissimi gioie alla gente». Dopo tre stagioni in cui fu impiegato con il contagocce dall’Inter, che pure lo aveva fatto esordire a San Siro contro il Livorno (3-1) il 21 novembre 1948, Bearzot accettò il declassamento in Serie B al Catania dove ripartì di slancio per la massima serie, destinazione Torino.
In granata Bearzot disputò 10 campionati e riuscì a raggiungere la Nazionale dove giocò una sola partita, con l’Ungheria (0-2), il 27 novembre 1955: quel giorno riuscì a francobollarsi al grande Puskas fino all’80° quando il Colonnello aprì la strada al successo magiaro.

La seconda vita in panchina: da assistente di Rocco fino alla Nazionale

Appesi gli scarpini al chiodo nel 1964, Bearzot restò in Piemonte prima come preparatore dei portieri poi come assistente di Nereo Rocco. Dopo un breve interregno sulla panchina del Prato, in serie C, nel 1969 passò alle dipendenze della Federcalcio con cui intraprese una lunga trafila.
Da assistente di Valcareggi nella vittoriosa trasferta di Wembley del 1973, che consegnò agli azzurri la prima vittoria in Inghilterra, Bearzot divenne selezionatore della Under 23. Il gradino successivo fu la promozione a vice di Bernardini con il quale condivise la panchina dal 1975 al 1977.
IL PRIMO MONDIALE NEL ’78. L’8 ottobre 1977 divenne Commissario Unico e la bontà del suo lavoro fu evidente ad Argentina 78. Ai Mondiali l’Italia vinse tutte e tre le partite del girone, sconfiggendo i padroni di casa per 1-0, ma una giornata storta di Zoff contro l’Olanda la relegò alla finalina. Malgrado il quarto posto la giovane Italia di Bearzot fu giudicata la squadra che aveva esibito il miglior calcio del torneo. Privato dall’apporto di Rossi per lo scandalo del Totonero, Bearzot riuscì ad ottenere agli Europei del 1980 solo un deludente quarto posto. Ma continuò ad insistere sul gruppo, malgrado le insistenze di quanti volevano che convocasse Pruzzo e Beccalossi. E proprio a una ragazza che lo insultò per non aver convocato l’interista, Bearzot rifilò un ceffone.
LA CONSACRAZIONE A SPAGNA ’82. In Spagna, quando le critiche subissarono il gruppo, il Vecio ordinò il silenzio stampa. I giocatori ne uscirono ritemprati, incoraggiati dalla fiducia del loro condottiero, ben evidenziata quando Cabrini fallì il rigore nella finale con la Germania. Nell’intervallo Bearzot si avvicinò al terzino e davanti ai compagni gli disse: «Non fa niente se hai sbagliato, tanto vinciamo lo stesso perché siamo più forti». Non sbagliava e impressa nella memoria di molti è l’immagine di Bearzot che gioca sull’aereo presidenziale a scopone scientifico in coppia con Causio contro Sandro Pertini (con cui condivideva l’amore per la pipa) e Zoff, con la coppa del Mondo sul tavolino. Grazie di tutto “Vecio” papà.