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Estratto di "Adiós Venezuela" di Maurizio Stefanini

Estratto di “Adiós Venezuela” di Maurizio Stefanini

Il libro spiega la crisi del Paese sudamericano e il passaggio da Maduro a Guaidó cercando di andare oltre etichette ideologiche superate.

15 Giugno 2019 16.00

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Quella del Venezuela è una crisi difficile da decifrare. Molte analisi utilizzano etichette ideologiche ereditate dal passato e sono ormai inapplicabili al presente: anti-americanismo e anti-comunismo, in primo luogo, ma non solo. Fornire una bussola per orientarsi è l’obiettivo che si è posto Maurizio Stefanini in Adiós Venezuela. La fine del chavismo da Maduro a Guaidó (Paesi Edizioni, 15 euro). Lettera43.it ne pubblica un estratto.

La copertina di Adiós Venezuela di Maurizio Stefanini.


Sono le 22.10 di lunedì 3 febbraio 1992 quando Carlos Andrés Pérez atterra all’aereoporto di Maiquetía di ritorno dal Forum Economico di Davos, dove ha passato 48 ore senza dormire. A queste vanno aggiunte altre 12 ore di volo, e adesso il 69enne presidente non vede l’ora di fare l’ultima mezz’ora in macchina per buttarsi infine sul letto. Ma già sulla scaletta gli viene incontro il generale Fernando Ochoa con una faccia strana. «Presidente Pérez, qua attorno stavano dicendo che ignoti non l’avrebbero lasciata atterrare. Questo è tutto quello che mi hanno detto, è solo una voce ma…». Il presidente si allarma, ma il sonno è troppo. «Non mi piacciono le voci che abbiano a che fare con le Forze aArmate. Domattina alle otto la aspetto con i comandanti militari a Miraflores perché aprano un’indagine», dice in tono secco. Arriva alla residenza della Casona verso le 23, si mette in pigiama e spegne infine la luce.

A mezzanotte meno dieci, tuttavia, il telefono sul comodino inizia a squillare impazzito. Ancora ubriaco di sonno, “Cap” prende la cornetta per sentire il generale Ochoa che grida disperato. «Presidente, c’è una sollevazione nella guarnigione del Zulia!» ovvero lo Stato di Maracaibo, seconda città e cassaforte petrolifera del Paese. Col vestito sul pigiama, il presidente corre per le scale, sale in macchina, arriva al Palazzo di Miraflores passando un circolo di veicoli militari, ignari che in quell’auto che sta andando a infilarsi in bocca al lupo c’è proprio lui. Prende poi un mitra inizia a sparare contro gli assalitori, stile Salvador Allende alla Moneda.

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A quell’ora non solo Francisco Arias Cárdenas ha già preso Maracaibo e arrestato il governatore di Zulia, ma Jesús Ortiz Contreras si è impadronito di Valencia, terza città del Paese; Jesús Urdaneta Hernández ha fatto altrettanto con Maracay, città chiave per le sue installazioni militari; e Yoel Acosta Chirinos nella stessa Caracas ha preso l’aeroporto militare di La Carlota, catturando il comandante della Forza aerea. Sono tutti tenenti colonnelli, tutti compagni di corso di Chávez (eccetto Arias Cárdenas, che è stato suo comandante) e tutti membri dell’Esercito Bolivariano Rivoluzionario. Insomma, sono già riusciti in quattro dei cinque obiettivi della “Operazione Ezequiel Zamora”, come Chávez l’ha battezzata.

L’unico che ancora non ha svolto la propria parte è proprio Chávez. Né ci riuscirà mai. «Il piano della “Operazione Ezequiel Zamora” fu concepito in base a vari principi della guerra. Uno di questi era la sorpresa», spiegherà in futuro, con la sua tipica spocchia da grande stratega. A essere colto di sorpresa è però soprattutto lui, frenato da un contrattempo dopo l’altro. Alla testa di 460 paracadutisti – che tra l’altro non sanno neanche di stare conducendo un colpo di Stato – Chávez ha pianificato di arrestare il presidente presso l’aeroporto o al più tardi alla Casona ma, come abbiamo visto, la prima mossa è trapelata e, quando prova la seconda, “Cap” è già sgusciato via. Anzi, i difensori della Casona – tra cui cui la moglie e la figlia del presidente – a momenti non fanno secco Chávez con una raffica di mitra, mentre lui procede a quell’assalto ormai inutile. A Miraflores il tenente colonnello ha invece delegato due capitani un po’ tonti, che mandano un carro armato ad arrampicarsi sulle scale per sfondare la porta principale. Senza accorgersi che, intanto, il presidente sta sgusciando via dalla porta posteriore.

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A tutta velocità, la Ford Ltd grigia con Cap a bordo punta su Venevisión, l’emittente del magnate della tv Gustavo Cisneros il cui rapporto con “Cap” ricorda molto quello tra Berlusconi e Craxi. La tv di Stato nel frattempo è già stata presa da una decina di uomini di Chávez, ma il personale ha spiegato che la cassetta col proclama dei golpisti «non si può mandare in onda per motivi tecnici», e loro ci hanno creduto.

È l’una e un quarto quando Chávez, davanti a una tv accesa in attesa di vedere il proprio volto, osserva invece un Carlos Andrés Pérez spettinato e concitato gridare al Paese che alcuni «facinorosi» vogliono porre termine alla democrazia, ma che l’azione è destinata al fallimento. Così, la mattina del 4 febbraio 1992 Carlos Andrés Pérez ribadisce dagli schermi televisivi che la sollevazione «è stata domata», anche se in realtà sono ancora in mano ai ribelli Maracaibo, Maracay, Valencia e La Carlota, mentre Chávez è asserragliato nel Museo Storico Militare. Ochoa manda a parlamentare il generale Ramón Santeliz sapendo che è amico del ribelle, ma ignorando che l’amicizia ha portato anche lui a contatto con la cospirazione. Quando alle 7,45 del mattino Chávez accetta di arrendersi non solo ottiene l’incolumità per sé e i suoi uomini e gli lasciano il fucile come garanzia; viene portato a Fuerte Tiuna su un’auto che arriva alle 9,30, quando il percorso richiederebbe solo un quarto d’ora. Davvero il tempo in più è stato impegnato a distruggere documenti compromettenti come in molti sospettano?

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Arrivato al Forte, dopo aver consegnato l’arma al viceammiraglio Elías Hernández Daniels, come prima cosa Chávez chiede di telefonare alla mamma, per farle sapere che è ancora vivo. Poi, alla domanda sul perché si è ribellato, non dice di voler vendicare i morti del Caracazo. Ricorda Daniels: «Mi rispose che era per la cattiva situazione dell’esercito, parlò di stivali, radio militari, alloggi, vestiario, equipaggiamento». Più semplicemente, il “casino” che Chávez si era riproposto di fare una volta diventato generale, ha deciso di anticiparlo a partire dalla promozione a tenente colonnello, che nell’agosto 1991 gli ha dato per la prima volta il comando di un battaglione.

Anche con Chávez in galera, però, gli altri partecipanti al golpe continuano a lottare. Così qualcuno ha una brillante idea: perché non mandiamo lui in tv a dire ai suoi compagni di arrendersi? «Ammanettato e in differita», ordina Carlos Andrés Pérez. Lo prendono invece a mani libere, ma senza basco, con l’uniforme in disordine e sul viso i segni della disfatta e della stanchezza. Chávez ricorda di essersi sentito «come Noriega quando lo presero gli americani» e pone delle condizioni: che non debba leggere discorsi scritti; che gli facciano mettere l’uniforme in ordine; che gli lascino lavarsi la faccia. In cambio, dà la sua parola d’onore che chiederà la resa ai compagni d’armi. Nella fretta di chiudere la partita il prima possibile, lo accontentano.

Nella posa più marziale che riesce a prendere, con ai fianchi Daniels e il generale Iván Darío Jiménez, Chávez inizia a parlare. «Prima di tutto voglio augurare un buon giorno a tutto il popolo del Venezuela, e questo messaggio bolivariano va diretto ai valorosi ufficiali che si trovano nel Reggimento Paracadutisti di Aragua e nella Brigata Blindata di Valencia. Compagni: purtroppo, per ora, gli obiettivi che ci eravamo proposti non sono stati raggiunti nella capitale. Cioè, noi, qua a Caracas, non siamo riusciti a controllare il potere. Voi avete fatto molto bene là, ma ormai è tempo di riflettere e verranno nuove situazioni, e il Paese deve incamminarsi definitivamente verso un destino migliore. Ascoltate la mia parola. Ascoltate il comandante Chávez, che vi lancia questo messaggio affinché, per favore, riflettiate e deponiate le armi perché già, in verità, gli obiettivi che abbiamo tracciato a livello nazionale è impossibile che li otteniamo. Compagni. Ascoltate questo messaggio solidale. Vi ringrazio per la vostra lealtà, vi ringrazio per il vostro valore, per la vostra generosità e io, davanti al Paese e davanti a voi, assumo la responsabilità di questo movimento militare bolivariano. Molte grazie».

Il tutto dura un minuto, che i canali tv ripeteranno a oltranza. Tecnicamente Chávez è un Giuda che, dopo essere stato l’unico a fallire, sta ora annullando per la sua incapacità i successi altrui. E alcuni dei compari, infatti, non glielo perdoneranno: Urdaneta non vorrà più avere niente a che fare con lui; Arias Cárdenas quando gli si candiderà contro alla presidenza gli darà della «gallina» in un celebre spot, tacciandolo di vigliaccheria. Però buca lo schermo. In Venezuela è nata una star. La rivoluzione, sconfitta in tv, riprende dalla televisione stessa.

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Commenti: 1

  1. Ma possibile che tutto debba essere ridotto a gossip! Un sudamerica che tenta di ribellarsi e LIBERARSI DAL GIOGO DELL’IMPERIALISMO ED IL SIGNOR SEBOTINO DICE CHE LA CRISI VENEZUELANA NON SI CAPISCE? BASTA GUARDARE ALLLA STORIA DELL’UMANITÀ VERSO LA PROPRIA LIBERAZIONE E SI CAPISCE TUTTO! A meno che non si voglia continuare a tenere i paraocchi!

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