Il complottista Agamben, la triste deriva del filosofo

Paolo Lanaro
15/04/2020

La diffusione del Covid-19 secondo il pensatore sarebbe un laboratorio per preparare nuovi assetti politici e sociali di stampo illiberale. Ma in questo Zibaldone dalla quarantena finiscono anche il ritorno della cabina di regia in formato XL e la retorica sfacciata del «Siamo un grande Paese».

Il complottista Agamben, la triste deriva del filosofo

Riunione di ministri europei: tutti vogliono essere mediatori. Ma se tutti vogliono mediare, chi resterà a contendere? Al massimo ci potrebbe essere una contesa tra mediatori. Ma in quel caso chi dovrà mediare?

Quando si abbatte una sciagura collettiva, le traversìe individuali sbiadiscono, si scolorano, tendono a diventare insignificanti? Non credo. Anzi, è come se ne venissero alimentate, come quando un grande incendio finisce per accendere una miriade di piccoli fuochi e ne tiene viva la fiamma. Proiettati sullo sfondo di grandi drammi collettivi, i drammi personali è come se trovassero un vigore inatteso, in virtù di una raddoppiata vigilanza sulla propria interiorità e sul proprio destino.

Non sarà più accettabile in futuro che vi siano due politiche per l’Italia: una ufficiale e una sottobanco, una basata sugli incentivi e una basata sul soccorso, una fatta di investimenti e una fatta di mance. L’esistenza di due politiche ha fatto dell’Italia un Paese bifronte: volitivo e lacrimoso. E non parliamo di solidarietà. Quella è doverosa ma è un’altra cosa rispetto alla commiserazione.

RIDICOLO PENSARE IL COVID AI CONFINI

Puškin nel Boris Godunov fa dire a un suo personaggio: «Prendere provvedimenti immediati per far sì che nessuna anima viva passi la frontiera, che nessun libro la varchi». L’Unione Sovietica aveva preso sul serio la faccenda e tentò per anni e anni di impedire ai libri di uscire dal Paese, nonché di entrarvi. Il risultato lo conosciamo. In Russia si leggeva un po’ di tutto e dalla Russia arrivava in Occidente un po’ di tutto. Compresi alcuni noti capolavori. Oggi si vorrebbe bloccare ai confini il Covid-19, politicamente sgradito. La pretesa suona ridicola. In un’epoca in cui ogni anno si muovono due miliardi di persone i virus viaggiano come pazzi, molto di più e molto più in fretta del povero Phileas Fogg che ci mise la bellezza di 80 giorni a fare il giro del mondo.

IL RITORNO DELLA TESSERA ANNONARIA

Con altro nome ritorna la tessera annonaria, già in vigore in Italia dal 1940 al 1949 per far fronte alla povertà. Commento del mio amico Gianni, storico e filologo: il dado è tratto, il brodo è pronto. Tra i bollettini della Protezione Civile e i lugubri aggiornamenti che riempiono i quotidiani, ogni tanto una bella notizia: Eros Ramazzotti, 56 anni, ha ricominciato ad amare.

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Mi viene in mente la distinzione che fa lo scrittore Meneghello tra vère-intorno (fame, spissa, rabia, febre) e il semplice vère (avere). Vère-intorno viene detto delle affezioni persistenti, difficili da scrollarsi di dosso. Go intorno un Covid-19…

C’È ANCORA VITA NEI CONDOMINI?

C’è vita nei condomìni? O ne sono rimasti lacerti, reliquie, frammenti? Non si sentono più nemmeno i solerti peruviani che facevano settimanalmente le pulizie. Ci sono, ma sono diventati leggeri come piume. E i bambini? Non gridano, non litigano, non sbattono le porte, non schiamazzano, non piangono. E la signora che friggeva ogni giorno, e quella che litigava col marito per i programmi tivù, e quello che aveva trasformato il garage in un’officina, e il sussiegoso avvocato, e il professore ipocondriaco: dove sono finiti?

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La vita continua ma si è trasferita in un gigantesco acquario, da cui non provengono rumori ma solo remoti gorgoglìi. Ogni tanto l’eco di uno sciacquone, lo spasmo di una tubatura, lo scricchiolio rabbrividente di una saracinesca. Poi il tramonto, cinereo e muto. E la notte, con i fischi dei treni che passano vuoti.

UNA CABINA DI REGIA CHE È UN’ASSEMBLEA POPOLARE

Si ripropone una vecchia soluzione tecno-politica: la cabina di regìa. Ne dovrebbero far parte l’esecutivo, l’opposizione, i sindacati, le imprese, le associazioni, le autonomie locali, la Protezione Civile, le forze dell’ordine ecc. A spanne circa una cinquantina e passa di persone. Sarebbe il cosiddetto “gabinetto di guerra” contro il coronavirus. Ma il “gabinetto di guerra” di Winston Churchill durante il secondo conflitto mondiale era composto di pochissimi membri. La nostra cabina di regia assomiglia invece a un’assemblea popolare. A cosa può servire un organismo così pletorico ed eterogeneo? A poco, temo. L’allargamento della rappresentanza, la ferma tutela dei meccanismi democratici, sono essenziali in tempi di pace, ma in una situazione di emergenza sono degli impacci, qualora si debbano prendere decisioni rapide e improcrastinabili. A proposito, si parla di “cabina di regia” anche in Vaticano. Ma l’Altissimo, che in fatto di decisioni rappresenta l’istanza assoluta, come la prende?

LA DERIVA DI GIORGIO AGAMBEN

Ho incontrato (intellettualmente) Giorgio Agamben una quarantina d’anni fa. Lessi un suo libro originale e pieno di spunti filosofico-letterari (Stanze). Mi capitò di leggere qualcos’altro di suo, poi i miei interessi mi portarono altrove. Lo ritrovo oggi tra i più accesi sostenitori della teoria del complotto virale contro l’umanità. La diffusione del Covid-19 secondo Agamben non sarebbe che un laboratorio per preparare nuovi assetti politici e sociali di stampo illiberale. La cosa non mi fa sorridere, mi rattrista. Chissà cosa gli è successo. Per dare più consistenza a quel che dice tira fuori Montaigne. Lo faccio anch’io, ricordando come per Montaigne la cosa più importante fosse la salute, tanto che, diceva, le si può dedicare la vita per ottenerla, poiché senza di essa l’esistenza è penosa e fastidiosa. Del resto anni fa Agamben intervenne per dichiararsi fermamente contrario allo ius soli in base a una sottile argomentazione (che lo apparentava de facto a Salvini, La Russa, Feltri ecc.): e che cazzo se ne fa uno della cittadinanza?

ALLA FINE TUTTO TORNERÀ COME PRIMA

Nulla sarà più come prima. Non lo so. Continuo a pensare invece che quasi tutto (passata ‘a nuttata..) potrebbe restare come prima. Ci saranno l’Inps (per forza), la scuola (più alleggerita, più informatizzata), il debito pubblico, i week-end, i barbecue, gli amori extra-coniugali, i libri (più e-book), l’inquinamento in Val Padana, il teatro, il cinema, Luigi Di Maio, Poltrone e Sofà e il Maurizio Costanzo Show. Cambieranno certe modalità, ma la sostanza sarà quella di prima. Le cose in fondo non sono cambiate nemmeno dopo due guerre mondiali e alcune decine di milioni di morti, perché dovrebbero mutare radicalmente per alcune centinaia di migliaia di decessi a causa di una febbre virale? In una famosa poesia di Auden si descrive cosa accade durante e dopo un memorabile evento mitologico. Icaro sprofonda in mare dopo che le sue ali di cera si sono sciolte al calore del sole. Ma una nave di passaggio, incurante, continua la sua rotta, i contadini indifferenti proseguono il lavoro nei campi, i bambini restano intenti ai loro giochi.

RISCOPRIAMO IL VALORE DEL RIUTILIZZO

In un mondo che si era abituato a buttar via qualsiasi cosa avesse smesso di funzionare, anche solo provvisoriamente, bisognerà invece reimparare il valore della manutenzione, della conservazione, del riutilizzo. Un piccolo industriale vicentino che fabbricava corde per ukulele ha riconvertito la propria produzione e si è messo a sfornare cavetti necessari ai respiratori della terapia intensiva. È un bell’esempio. Le cose vanno riprogettate, preservate dal corrompimento e dalla dissoluzione. Ci stiamo accorgendo che un modello economico basato sulla rapida deperibilità di ciò che si produce ha generato un mondo senza volto, senza futuro, senza pace.

L’INUTILE ENFASI DEL SIAMO UN GRANDE PAESE

C’è un’enfasi nel sentirsi dire ogni due minuti «Siamo un grande Paese» che fa venire il latte alle ginocchia. Se sei davvero grande non lo dici, se lo dici è perché sei piccolo e vuoi sentirti grande. Tra gli slogan in uso è uno dei meno felici, come quell’altro «l’Italia non si ferma» (si è fermata, eccome!), entrambi irreali, supponenti, vagamente sfacciati. È l’inveterata abitudine dell’italiano ad autocommentarsi: guarda come sono bravo a fare questa cosa! Falla e basta. Scatta invece il bisogno del consenso, di un surplus di legittimazione. Non escludo che in una delle prossime uscite il premier Giuseppe Conte porga sorridente le orecchie agli astanti come fanno i calciatori dopo un gol.