Massimiliano Jattoni Dall'Asén

Alberto Bevilacqua, storia di un uomo tormentato

09 Settembre 2013 17.55
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Scrittore, poeta, regista, giornalista, profondo depresso, uomo
raffinato, uomo altezzoso. Sono alcune delle mille sfaccettature
di una personalità difficile e complessa com’è stata quella
di Alberto Bevilacqua, i cui 79 anni di vita sono trascorsi come
sulle montagne russe.
Dall’infanzia poverissima al successo del premi Bancarella e
Campiello, dall’amore per il cinema a quello tormentato con
Romy Schneider, dalla lunghissima lotta con il male oscuro fino
alle aule dei tribunali, quando si ritrovò improvvisamente tra i
sospettati dei delitti del Mostro di Firenze.
È finita il 9 settembre l’avventura terrena del più famoso
scrittore di Parma (onore che si contendeva con Attilio
Bertolucci). Una morte sopraggiunta tra carte bollate,
magistratura e polemiche
a suggellare una vita considerata
dallo stesso scrittore «difficile da vivere».
ORFANO DI UNA GENERAZIONE. Del resto, da tempo
Bevilacqua si era abbandonato alla solitudine, considerandosi un
«orfano» che aveva perduto la sua generazione dopo che i suoi
«veri compagni di strada che avevano venti o trent’anni più
di me, da Paolo Volponi a Sciascia, a Goffredo Parise, a Beppe
Fenoglio, sono scomparsi».
La prima vittima di questo stato d’animo fu la scrittura che
nell’ultimo decennio, come se la vena poetica si fosse
inaridita, ritornava ossessivamente ai temi noti della sua
narrativa: Parma e la giovinezza travagliata, l’esilio e i
viaggi, il destino di dolore che accomuna gli uomini,
l’indifferenza del creato, il poco amore e l’eloquenza dei
sentimenti.

Il rapporto con la madre

Nato nel 1934, figlio illegittimo fino ai quattro anni, quando il
padre decise di riconoscerlo sposandone la madre, Bevilacqua ha
sempre ammesso di essere cresciuto con un groviglio di sensi di
colpa e insicurezze, in parte trasmessogli dalla madre, che
andarono col tempo a costruire un carattere che poteva risultare
respingente.
Come accade spesso agli uomini di ingegno, il suo sguardo sul
mondo risultava spesso impietoso e intriso di un certo senso di
superiorità che non lo aiutava a rendersi simpatico. Una sorta
di reazione orgogliosa alle sue origini umili
nell’Oltretorrente, il quartiere povero della Parma degli
anni del Fascismo, quando i figli dei ricchi lo guardavano con
disprezzo.
Il mondo come nemico e la madre come unico vero conforto, la cui
storia Bevilacqua raccontò nel romanzo Lui che ti tradiva
del 2006. Qui lo scrittore arriverà addirittura a confessare di
essere stato violentato a sei anni e mezzo da una «donna apparsa
dal nulla, un’orchessa» accompagnata da due cani che lo
costrinse ad avere un rapporto sessuale mentre era sdraiato
«nudo sotto il sole sulla riva del grande fiume».
IL SUCCESSO CON LA CALIFFA. La svolta
nella carriera di Bevilacqua arrivò nel 1955. Dopo aver scritto
il romanzo La polvere sull’erba e non essere riuscito a
pubblicarlo, ricevette a Parma la visita di Leonardo Sciascia,
che aveva letto il romanzo tramite lo scrittore Mario Colombi
Guidotti e ne era rimasto molto colpito. Quasi 10 anni più tardi
il romanzo La califfa gli regalò il suo primo vero
successo editoriale e nel 1970, quando ne trasse un film, anche
una breve e travagliata storia d’amore con la protagonista,
Romy Schneider. Il romanzo seguente, Questa specie
d’amore
, vinse il Premio Campiello nel 1966 e, nella sua
versione cinematografica, il David di Donatello. Il fiuto per le
storie adatte al cinema non mancherà mai a Bevilacqua e sono
pochi i romanzieri che contano tanti riadattamenti per il grande
schermo come lui: da Attenti al buffone (1976) al Bosco
d’amore
(1981), da Le rose di Danzica (1981),
diventata mini-serie tivù, a La donna delle meraviglie
(1985), a Gialloparma (1999).

Lo scontro con la poetessa

Poi il fulmine a ciel sereno di un’accusa infamante. Nella
primavera del 1995 la poetessa Anna Maria Ragni indicò
Bevilacqua come il mostro di Firenze. Si finì in tribunale con
lo scrittore che accusò la poetessa e la giornalista che fece
l’intervista di calunnia aggravata e richiese l’arresto
di entrambe.
La cosa finì lì, ma lo scrittore ne uscì moralmente distrutto.
Seguirono anni di comparsate televisive e di nuovi romanzi sul
tema della depressione e della madre.
Nell’estate 2007 si parlò addirittura di una sua candidatura
al premio Nobel per la letteratura. Ma non se ne fece nulla. Fino
al gennaio scorso, quando lo scrittore è stato ricoverato presso
la clinica privata Villa Mafalda di Roma per l’aggravarsi di
uno scompenso cardiaco da cui era stato colpito l’ottobre
precedente.
ACCUSE ALLA CLINICA. La compagna Michela
Macaluso denunciò la clinica, presentando un esposto alla
procura di Roma perché riteneva che Bevilacqua fosse tenuto come
un «ostaggio», e invocò il trasferimento in una struttura
pubblica.
Poi, una brutta infezione e la morte.
Ora, i familiari hanno chiesto l’autopsia per accertare le
cause del decesso, mentre la sua Parma si prepara ad accoglierne
le spoglie e celebrarne il lutto. A dimostrargli, infine,
quell’affetto di cui lui aveva sentito sempre la mancanza.

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