Non solo Alemanno e Rizzo, la storia del terzaforzismo rossobruno

Marco Fraquelli
19/11/2023

La strana coppia sta per far nascere Indipendenza italiana, il movimento che accorpa destra sociale e sinistra comunista. Unite nella lotta al modello neo-liberista e Usa-dipendente. Dalla Repubblica di Weimar alla Russia di Putin, passando per Freda e Terracciano, qualcuno ha già provato il "miscuglio". Senza grandi risultati.

Non solo Alemanno e Rizzo, la storia del terzaforzismo rossobruno

Non è ancora nato formalmente (la data prevista è quella tra il 25 e il 26 novembre) e già la nuova creatura politica promossa dall’inedito duo Gianni Alemanno e Marco Rizzo, costituita per concorrere alle elezioni europee 2024, fa piuttosto scalpore. Creato per occupare uno spazio ben preciso, quello del dissenso – a destra – nei confronti della svolta filo-europea e filo-americana di Giorgia Meloni e – a sinistra – nei confronti della svolta «fucsia e radical chic» (copyright dello stesso Rizzo) del Partito democratico di Elly Schlein, il nuovo movimento, denominato Indipendenza italiana, non rappresenta però, in questo senso, del tutto una novità: la formula del “terzaforzismo” ha avuto, negli anni, svariate concretizzazioni, basti pensare al “movimentismo” trasversale che ha partorito i vari No Tav, No Gronda, No trivelle, No vax, per non parlare, più in generale, del fenomeno No global, che mischiano attivismo di sinistra e rivendicazioni in qualche modo “sovraniste” sul “diritto dei popoli”.

Non solo Alemanno e Rizzo, la storia del terzaforzismo rossobruno
Gianni Alemanno (Imagoeconomica).

Croce celtica, falce e martello

Per restare in Italia, possiamo dire che il terzaforzismo ha colto anche qualche successo, come nel caso del Movimento 5 stelle delle origini, presentatisi sul palcoscenico politico come soggetto «oltre la destra e la sinistra». Niente a che vedere, tuttavia, con Indipendenza italiana, in cui cercano di fondersi due culture antitetiche: quella della destra (sociale) nuda e pura, incarnata dal rautiano di ferro Gianni Alemanno, ma anche da altri esponenti della tradizione più ortodossa, come Fabio Granata e Francesco Toscano, e quella del comunismo irriducibile di Rizzo, presidente onorario del Partito comunista italiano. Non per caso, qualcuno ha parlato di «incontro tra croce celtica e falce e martello». Un incontro che dovrebbe trovare una sintesi nella contrapposizione al nemico comune: il modello neo-liberista «che sta distruggendo le società europee» (Alemanno) e riducendo l’Italia «a colonia americana» (Rizzo).

Non solo Alemanno e Rizzo, la storia del terzaforzismo rossobruno
Marco Rizzo (Imagoeconomica).

Il rossobrunismo ai tempi della Repubblica di Weimar

Per qualificare lo strano coacervo di Indipendenza italiana, si è fatto ricorso al termine di rossobrunismo, richiamando, forse in modo un po’ esagerato, la tradizione del cosiddetto nazionalcomunismo, che affonda le radici nei primi del 900 e che, nel tempo, ha assunto caratteristiche articolate e variegate. Col termine nazionalcomunismo si definisce una corrente politica e ideologica che nasce in Germania all’epoca della Repubblica di Weimar, nei primi Anni 20, mentre il Paese stava attraversando un periodo di grandi difficoltà per le durissime condizioni economiche, politiche, militari e territoriali imposte dal Trattato di Versailles.

Lenin bollò l’iniziativa come «madornale assurdità»

A promuovere questa corrente furono due politici socialdemocratici Heinrich Laufenberg e Friedrich Wolffheim, che lanciarono l’ipotesi di un’alleanza con la Russia bolscevica per riaprire il conflitto contro il capitalismo internazionale, reo, secondo loro, di puntare alla cancellazione del popolo tedesco con la complicità della socialdemocrazia, che si era fatta garante nei confronti del nemico. Bollata dallo stesso Lenin come «madornale assurdità», l’iniziativa dei due politici tedeschi – presto isolati anche all’interno del movimento operaio tedesco – crollò presto miseramente.

La grande crisi del ’29 rilanciò la critica al capitalismo

Il nazionalcomunismo riprese vigore con la crisi economica a cavallo del 1929 e 1930. Figura fondamentale in questa fase fu quella di Ernst Niekisch, già socialdemocratico, tra i fondatori della Repubblica sovietica bavarese (1919), ma in stretti rapporti con i principali esponenti della cosiddetta Rivoluzione conservatrice e persino con i vertici del neonato Nsdap (il nucleo originale del partito nazionalsocialista) Strasser e Goebbels. Fu in questo “miscuglio” di frequentazioni e ambienti che sviluppò la sua critica del capitalismo come sistema votato unicamente all’utile a scapito delle classi lavoratrici, e propose di organizzare una resistenza contro i nemici della volontà statale dei tedeschi, e cioè «la democrazia parlamentare e il liberalismo, il modo di vivere francese e l’americanismo», pienamente “accettati” da Weimar.

Con l’ascesa del nazismo il progetto svanì

Bisognava lottare per «l’indipendenza e la libertà della Germania, la più alta valorizzazione dello Stato, il recupero di tutti i tedeschi che si trovavano sotto il dominio straniero». Niekisch riteneva che il proletariato fosse il soggetto più legittimato a condurre questa resistenza, e la Russia di Stalin l’alleato naturale. Inutile dire che con l’ascesa del nazismo anche il progetto nazionalcomunista del politico e scrittore tedesco svanì.

Jean Thiriart e il movimento transnazionale Jeune Europe

Il progetto nazionalcomunista conobbe una rifioritura negli Anni 60 del secolo scorso grazie al belga Jean Thiriart (ex Waffen Ss) e al suo movimento transnazionale Jeune Europe, con sezioni in Belgio, Francia, Germania, Portogallo e collegamenti in Sud America e Australia. A Thiriart, socialista anti-marxista, si devono molte “intuizioni” e persino molte parole d’ordine fatte proprie da molti movimenti politici della destra radicale (a cominciare dalla Nouvelle Droite francese) e ancora oggi in voga, da «Europa Nazione», il cui simbolo era la croce celtica, a «Europa impero di 400 milioni di uomini», dal concetto di Eurasia come «Impero Euro-sovietico da Vladivostok a Dublino» alla identificazione degli Usa come nemico principale dell’Europa, dalla definizione di Mondialismo come «nuovo ordine mondiale» da combattere senza riserve alla promozione costante dell’uscita dell’Europa dalla Nato.

In Italia, una delle piazze più importanti dell’internazionale nera dell’epoca, Jeune Europe si costituì come Giovane Europa, da cui nacque, nel 1969, Lotta di popolo, attiva fino al 1973, i cui aderenti (tra cui figuravano non poche figure legate a Gladio e ai Servizi segreti) venivano definiti nazi-maoisti.

Freda e Terracciano, tra comunismo aristocratico ed Eurasia nazionalcomunista

Sempre in Italia, e sempre nel 1969, Franco Freda, che nel 1962 aveva fondato a Padova il suo Gruppo di Ar, considerato un antesignano del rossobrunismo, diede alle stampe il suo celeberrimo La disintegrazione del sistema, in cui teorizzava uno Stato basato su un comunismo aristocratico, una sorta di via di mezzo tra la Repubblica di Platone, il Reich hitleriano e la Cina maoista.

Negli Anni 80, il nazionalcomunismo conobbe poi un rilancio teorico grazie soprattutto a Carlo Terracciano, che proponeva una approfondita analisi dell’esperienza tedesca rivoluzionario-conservatrice nazionalbolscevica, ma anche l’esperienza dell’ala sociale del fascismo e del nazionalsocialismo (il cosiddetto “fascismo rivoluzionario”) e suggeriva un’attualizzazione di tali esperienze, oltre il nazionalismo e il comunismo otto-novecentesco.

Con la disintegrazione sovietica, Terracciano tornò a interrogarsi sulla possibile attualità del nazionalcomunismo e la sua risposta fu che «un’Eurasia nazionalcomunista, quale haushoferiana Paidea di mobilitazione di masse, diseredate dal Mondialismo, è l’unica risposta valida che i popoli del Nord del mondo antico possono ancora dare, dopo l’affossamento dell’utopia egalitaria e libertaria del marxismo».

Gli Anni 90 e i teorici russi tra nazionalbolscevismo e Putin

A partire dai primi Anni 90 il nazionalbolscevismo (che gli storici distinguono dal nazionalcomunismo per una maggiore componente metafisica) conobbe una nuova stagione di attenzione in Russia, quando Eduard Limonov e Aleksandr Dugin fondarono il Partito nazional bolscevico che proponeva una sintesi tra patriottismo sovietico e post-fascismo. Concetto fondante del movimento era il cosiddetto “eurasismo”, una sorta di «terza via tra capitalismo e comunismo, capace di unire in un solo blocco Europa e Russia», che individuava, tanto per cambiare, «negli Usa liberali e liberisti» il nemico per eccellenza.

Non solo Alemanno e Rizzo, la storia del terzaforzismo rossobruno
Aleksandr Dugin (Getty).

Più di recente, Dugin ha chiarito che l’Europa occidentale non appartiene in senso stretto allo spazio eurasiatico (che “filologicamente” nasce dalla simbiosi tra Russia, mondo turco-musulmano e persino cinese), ma può trovare nella Russia un prezioso alleato per combattere le tendenze egemoniche atlantiste. Alla Russia di Vladimir Putin spetta quindi il compito di condurre, anche oltre le sue frontiere, la sfida globale all’invadenza (e all’invasione) americana.

La rivoluzione antimondialista: Maurizio Murelli

Inutile dire che, come dimostrano Terracciano, e soprattutto Dugin, il tema della globalizzazione (mondialismo) offre nuovo slancio al cosiddetto rossobrunismo. Maurizio Murelli, già storico militante della destra radicale italiana, e che da tempo ha abbandonato posizioni passatiste per proporre ricette antagoniste del tutto sincretiche e originali, è partito proprio dalla necessità di creare una nuova sintesi politica, cioè una sorta di alleanza rivoluzionaria antimondialista tra soggetti antagonisti, che rifiutino cioè l’attuale modello di sviluppo, al di là dei vari steccati ideologici, e vogliano dare vita a una «alternativa globale di libertà e giustizia per i popoli oppressi dal materialismo, dal consumismo, dall’alta finanza, dall’oligarchia economica».

È però necessario, prima di tutto, smontare i luoghi comuni che, secondo Murelli, destra e sinistra, in questo parimenti reazionarie, propongono nella “difesa” anacronistica e granitica della loro storia e della loro identità, impedendo loro di riconoscersi, pur nell’antagonismo, una dignità reciproca. Il fascismo, in senso lato, non fu solo ed esclusivamente l’Impero del male, come non lo è stato il comunismo. Solo superando questa ottusa difesa reciproca dell’ortodossia – è la sua tesi – destra e sinistra potranno tentare una vera sintesi rivoluzionaria.